giovedì, Luglio 2

Vaccini e antibiotici, i problemi ignorati dall’Agenda ONU 2030

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Fino al 7 giugno è in corso in tutta Italia il primo Festival dello Sviluppo Sostenibile, un’iniziativa promossa dall’ASVIS, l’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile, guidata dall’ex ministro del Lavoro ed ex presidente dell’ISTAT Enrico Giovannini, per sensibilizzare l’opinione pubblica e i decisori politici sui contenuti dell’Agenda 2030 dell’ONU. Due anni fa, infatti, al termine di un lungo lavoro preparatorio, le Nazioni Unite hanno rinnovato i vecchi Obiettivi del Millennio, promossi nel 2000 con orizzonte temporale al 2015, elaborando i nuovi Obiettivi di Sviluppo Sostenibile con orizzonte il 2030: 17 in tutto, articolati poi in dettaglio in ben 169 target da raggiungere entro i prossimi tredici anni. Si va dalla lotta alla malnutrizione e alla fame all’uguaglianza di genere, dall’istruzione di qualità al contrasto al cambiamento climatico. Un’operazione ambiziosa e meritoria che dimostra la capacità dell’ONU di guardare al lungo periodo e produrre un’agenda globale per affrontare le sfide più impegnative per il progresso e lo sviluppo della nostra civiltà. Ma quando si passa ad analizzare il modo in cui gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile possono essere adottati nei paesi occidentali, e in particolare in Italia, lAgenda si rivela a dir poco lacunosa.

L’ASVIS si è data proprio questo compito: declinare nel contesto italiano i 17 obiettivi e i 169 target, elaborando proposte politiche da far adottare da Parlamento e Governo per arrivare preparati al 2030. Tuttavia, dalle prime analisi elaborate dai gruppi tematici dell’ASVIS e ancor di più dal Ministero dell’Ambiente, a cui il Governo ha conferito l’incarico di sviluppare un piano nazionale per l’Agenda 2030, risulta evidente che la maggior parte di questi Obiettivi sono validi solo per i contesti che definiamo in via di sviluppo‘. Basta guardare al Goal 3, ‘Salute‘, e ai suoi target. La mortalità materna e la mortalità infantile, nel caso italiano, è ai livelli minimi, ben oltre gli obiettivi stabiliti dall’ONU; AIDS e tubercolosi sono fenomeni tenuti sotto controllo, e malaria e malattie tropicali non sono problemi che possono affliggere l’Italia; analogamente, il nostro Paese dispone già da tempo di un facile accesso a farmaci e vaccini essenziali ed economici. Altri target sono invece più in linea con la nostra situazione, come quello della riduzione degli incidenti stradali (si sta già agendo in questo ambito con nuove normative) o del consumo di tabacco e di alcol (fenomeni comunque limitati in Italia rispetto ad altri paesi occidentali).

Balza subito agli occhi il fatto che manca qui ogni riferimento a quelli che potremmo definire – usando un’espressione canzonatoria che gira sulla Rete – i ‘first world problems’, i problemi del Primo Mondo. Problemi tipici di Paesi come il nostro che hanno vinto buona parte delle sfide connesse allo sviluppo ma si ritrovano oggi ad affrontare nuove problematiche imprevedibili fino a pochi anni fa e tipiche di realtà in cui è l’eccesso di benessere a creare disagio. Il caso più esemplare è quello dei vaccini, che in questi giorni tiene banco sui mezzi di comunicazione, sebbene gli addetti ai lavori se ne stiano occupando già da un po’ di anni. Mentre lONU promuove la diffusione delle vaccinazioni in tutto il mondo, ricordando i clamorosi successi nell’eradicazione di alcune malattie particolarmente gravi come il vaiolo e (almeno nei paesi occidentali) la poliomielite, in Italia e in altri paesi occidentali è proprio il successo dei vaccini, con la conseguente quasi completa scomparsa di alcune banali malattie infantili, a spingere un numero sempre più crescente di persone a metterne in dubbio lefficacia. Il risultato è una progressiva, sensibile riduzione della copertura vaccinale, che per i bambini fino a 24 mesi in Italia è complessivamente scesa al di sotto della soglia di sicurezza del 95% che garantisce l’effetto gregge (i bambini non vaccinati sono protetti dalla maggioranza di coetanei vaccinati); negli ultimi due anni il numero di casi di morbillo è in clamoroso aumento e nel 2016 è stato registrato il primo caso di difterite in Italia da ventanni a questa parte. Sappiamo che la reticenza dei genitori nei confronti delle vaccinazioni è diffusa in tutte le classi sociali, con punte tra le categorie più istruite, cosa che suggerisce non una mancata informazione, ma un problema più subdolo: una crescita della disaffezione e del sospetto nei confronti delle istituzioni, e quindi anche della sanità pubblica, tipica delle società occidentali negli ultimi anni, che rischia di compromettere la salute dei nuovi nati.

Analogamente, un ‘first world probem’ ignorato dall’ONU e di portata globale è quello rappresentato dalla crescente resistenza agli antibiotici. Nei Paesi in via di sviluppo l’accesso agli antibiotici resta ancora un problema che compromette la qualità della vita dei pazienti. Nei paesi occidentali, viceversa, la facile disponibilità, o meglio l’eccesso nell’utilizzo di antibiotici ad ampio spettro, in particolare negli ospedali, favorisce lo sviluppo di capacità di resistenza da parte di nuovi ceppi batterici. Secondo l’OCSE 700mila decessi in tutto il mondo potrebbero essere dovuti a infezioni batteriche resistenti agli antibiotici in commercio, con i tassi di resistenza più alti in Italia, Bulgaria e Grecia. Gli studi da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità dimostrano che solo nell’ultimo anno sono cresciuti i casi di batteri resistenti anche agli antibiotici più potenti di vecchia generazione, al punto che in diversi Paesi occidentali i comuni antibiotici per il trattamento delle infezioni del tratto urinario sono ormai inefficaci per più di metà dei pazienti a causa della resistenza acquisita dal batterio E. coli.

Ci troviamo insomma di fronte al paradosso che, se anche nel 2030 molti dei target stabiliti dall’ONU saranno raggiunti, avremo bisogno di un nuovo programma e di nuovi obiettivi per affrontare quei problemi tipici dei Paesi cosiddetti ‘sviluppati‘ che restano ancora troppo sottovalutati dalla comunità internazionale, e il cui impatto per lo sviluppo sostenibile e la qualità della vita nel prossimo futuro potrebbe rivelarsi ben più grave e drammatico di quanto finora sospettato.

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