giovedì, Ottobre 1

Dai canti sacri alle canzonette spirituali

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«Tra terra e cielo si stabilisce quasi un canale di comunicazione in cui si incontrano l’azione del Signore e il canto di lode dei fedeli… Durante la preghiera noi compiamo una sorta di ascesa verso la luce divina e insieme sperimentiamo una discesa di Dio che si adatta al nostro limite per ascoltarci e parlarci, per incontrarci e salvarci. Il Salmista ci spinge subito verso un sussidio da adottare durante questo incontro orante: il ricorso agli strumenti musicali dell’orchestra del tempio di Gerusalemme, come la tromba, l’arpa, la cetra, i timpani, i flauti, i cembali. Il medesimo appello echeggia nel Salmo 46,8: «Cantate inni con arte!»… Bisogna pregare Dio non solo con formule teologicamente esatte, ma anche in modo bello e dignitosola comunità cristiana deve fare un esame di coscienza perché ritorni sempre più nella liturgia la bellezza della musica e del canto. Occorre purificare il culto da sbavature di stile, da forme trasandate di espressione, da musiche e testi sciatti, e poco consoni alla grandezza dell’atto che si celebra» (Giovanni Paolo II, 26 febbraio 2003)

Questo l’intento dichiarato da Karol Wojtyla più di dieci anni fa.

Tuttavia, ancora in questi giorni può capitare di entrare in chiesa durante una funzione liturgica e ascoltare qualcosa di molto simile a Davanti a te’. Si tratta di un brano che potrebbe lasciare perplesso anche il più incallito fan dei Ricchi e Poveri. Per palati più raffinati esistono, invero, le composizioni di Marco Frisina, come, ad esempio, questo ‘Pane di Vita Nuova’.

Una domanda sorge dunque spontanea, dopo questi e altri ascolti di musica liturgica o para liturgica contemporanea: cosa è andato storto?
Come è potuto succedere che
una Chiesa così importante quale quella cattolica, e con tradizioni altrettanto importanti dal punto di vista della comunicazione musicale liturgica, ovvero delle cosiddette musiche sacre, abbia praticato in termini pressoché sistematici un vero e proprio attentato al buon gusto, impedendo ai propri fedeli di abituarsi ad ascoltare qualcosa di meno insulso, per quanto riguarda il primo esempio, e di meno banalmente convenzionale, per quanto riguarda, invece, il secondo.
Certo, le indicazione del Concilio Vaticano II erano per una apertura e facilitazione della partecipazione dei fedeli ai riti liturgici ma è stato davvero necessario scendere ad un livello qualitativo così imbarazzante per permettere al popolo dei fedeli una partecipazione più spiritualmente intensa ai riti di Santa Madre Chiesa?

Quando fu eletto Ratzinger, conoscendo la sua passione per l’arte musicale, in molti, me compreso, pensarono che potesse intervenire per concretizzare le indicazioni del suo predecessore Wojtyla: ma persino in questo campo si è manifestata la sua impotenza di fronte allo strapotere di una parte della Curia.
Anzi, il declino di alcune delle istituzioni musicali, quali su tutte quella del Coro della Cappella Sistina, è proseguito irreversibilmente. Con l’allontanamento di Domenico Bartolucci nel 1997 e la sua sostituzione con Giuseppe Liberto si decise di optare per una modalità di approccio alla costruzione del repertorio e all’esecuzione maggiormente funzionale alle grandi manifestazioni di massa tanto care a Giovanni Paolo II, il quale, ad un certo punto, forse iniziò a pensare che si era andato troppo oltre.
La decisione di sostituire Bartolucci con Liberto non fu apprezzata da Ratzinger: dunque, una volta eletto Papa, il tedesco lo avrebbe potuto richiamare alla guida della Cappella Sistina ma non lo fece, limitandosi a invitarlo a dirigere alcuni concerti a partire dal giugno del 2006.
Giuseppe Liberto è restato in carica fino all’autunno del 2010, quando fu sostituito da Massimo Palombella, nomina che Ratzinger avallò dietro le pressioni di Tarcisio Bertone.
Ma i cambiamenti alla guida del Coro della Cappella Sistina non pare abbiano sortito gli effetti desiderati. Chiunque abbia avuto modo di ascoltare recentemente il coro della Cappella Sistina potrebbe confermare che il livello esecutivo non si è innalzato poi tanto quanto un canto dedicato al Signore meriterebbe: quest’esempio dell’esecuzione di ‘Adeste Fideles’ è oltremodo chiarificatore e il confronto con questa versione austriaca dello stesso inno può risultare alquanto imbarazzante.

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