domenica, Luglio 21

Daesh in Congo: una conquista facile e pericolosissima Scarso controllo del territorio, disoccupazione giovanile alle stelle, e soprattutto il gruppo armato ugandese ADF Alleance Democratic Forces alla base della facile campagna di al-Baghdadi

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Abu Bakr al-Baghdadi, il Califfo di Daesh, approfittando della debolezza del Governo di Kinshasa sta cercando di installarsi nell’est della Repubblica Democratica del Congo. Obiettivo: creare la Provincia del Centrafrica, subregione del Gran Califfato d’Africa, e islamizzare sia la regione dei Grandi Laghi che l’Africa Orientale. A rischio Burundi, Congo, Kenya, Repubblica Centrafricana, Ruanda, Sud Sudan, Tanzania e Uganda. L’allarme è stato lanciato dai segreti regionali a seguito di indagini congiunte in collaborazione con Interpol e CIA: le cellule terroristiche che stanno nascendo in Congo dovrebbero collegarsi con le neonate cellule in Tanzania e lanciare la guerra contro gli ‘infedeli’, con il supporto delle cellule  in Kenya e Uganda, che sarebbero pronte a colpire.
Quanto ci sia di concreto nei piani di Daesh è molto difficile capirlo. Bisogna mettere in ordine i fatti e fare il quadro dell’area.

Il sito ufficiale di Daesh ha rivendicato l’attacco contro la caserma di Kamango, est del Congo, avvenuto lo scorso aprile. Questa è la prima volta che il gruppo terroristico parla dellaWilayat’ (provincia) del Centrafrica. Daesh intende create un ‘impero islamico’ su tutto il pianeta denominato Califfato Islamico, suddiviso in 35 wilayats. Gli esperti rimangono dubbiosi su questa rivendicazione. Pur essendo stata pubblica sul sito ufficiale, si ha l’impressione che  Daesh stia tentando di sfruttare azioni terroristiche eseguite da altri gruppi per accelerare il processo di reclutamento in Congo, Kenya e Tanzania.

L’est della Repubblica Democratica del Congo sembra il terreno ideale per iniziare la conquista della regione. A differenza di Kenya e Tanzania, il controllo del Governo di Kinshasa è debole su tutto il territorio nazionale e in special modo nelle province est, ovvero Sud e Nord Kivu. Anche l’Esercito congolese, FARDC, risulta debole, inefficace e corrotto. La presenza di circa 140 gruppi armati rappresenta un terreno ideale per Daesh che potrebbe tentare di affiliare dei gruppi già esistenti, avendo così, a disposizione dei combattenti formati e territori già sotto il loro controllo.

La nascita delle cellule Daesh in Congo è il sottoprodotto della politica di sottosviluppo, terrore, violenza voluta dal ex Presidente Joseph Kabila per restare al potere e continuare il lucroso traffico delle risorse naturali, gestito assieme ai gruppi armati dell’est che massacrano la popolazione civile, tra i quali le Forze Democratiche per la Liberazione del Rwanda (FDLR). Oltre alla scarsa presenza del Governo, nei Kivu e a delle forze armate deboli e vulnerabili, altri due fattori contribuiscono al tentativo di espansione di Daesh: la spaventosa disoccupazione giovanile e il gruppo armato ugandese ADF (Alleance Democratic Forces). La disoccupazione giovanile all’est del Congo arriva al 72%. In 18 anni di potere, Kabila non ha mai attuato politiche di investimento nelle province del Kivu capaci di aumentare le possibilità di impiego.

Le uniche possibilità di trovare lavoro per i giovani del Kivu sono offerte dalle ditte minerarie straniere, dalle Ong internazionali e dalla MONUSCO, missione di pace ONU in Congo. Il settore minerario e quello umanitario, però, sono in grado di assorbire solo una minima percentuale dei giovani disoccupati. Inoltre, dal 2017 la MONUSCO sta diminuendo il suo personale civile, causa tagli sul finanziamento della missione di pace decisi dall’Amministrazione Trump. Il settore agricolo non rappresenta un valvola di sfogo, in quanto le campagne sono infestate da bande armate, insicure e la coltivazione è stata abbandonata.

Ai giovani non rimane che i lavori informali o immigrare nei Paesi vicini.
Il settore informale non rappresenta una soluzione. Lavori degradanti, umilianti per racimolare meno di 3 dollari al giorno. Anche immigrando non è assicurato che i giovani migliorino la loro vita. Il drastico deterioramento della educazione congolese (fino agli anni Novanta considerata una delle migliori della regione), e la scarsa conoscenza della lingua inglese, penalizza i giovani congolesi che diventano meno competitivi sul mercato del lavoro dell’Africa Orientale.

Il gruppo armato ugandese ADF, che sognava di trasformare l’Uganda in una Repubblica Islamica, è stato oggetto di una vera e propria operazione di cover up. Le ADF, di fatto, non esistono più. Sconfitte in Uganda nel 2004 e costrette a rifugiarsi all’est del Congo, le loro forze sono state praticamente annientate durante l’offensiva militare congiunta Congo Uganda del 2014. Alliance Democratic Forces esiste ancora, ma l’esiguo numero di miliziani impedisce di attuare operazioni di rilievo o di occupare territori fertili di minerali. Il Governo di Kinshasa ha usato la sigla ADF per coprire una guerra etnica rivolta contro la tribù Nande nel Nord Kivu.    

Gli orrendi massacri dei civili a Bunia, Beni, Butembo e Lubero sono opera dei terroristi ruandesi FDLR, che operano in collaborazione con dei reparti dell’Esercito regolare, ma ogni loro attacco è imputato alle ADF. Questa verità occultata sia dal Governo di Kinshasa che dalla MONUSCO, trova una conferma nei piani nutriti dal Presidente congolese Fèlix Tshisekedi. Tra le azioni necessarie da lui indicate per pacificare l’est del Congo vi è il trasferimento di tutte le unità combattenti della FARDC attualmente presenti, sostituendole con nuove unità prelevate da altre province. Una misura necessaria in quanto Tshisekedi è perfettamente a conoscenza della collaborazione di ufficiali e soldati con le FDLR e altri gruppi armati nell’est del Congo.

Il Califfo Abu Bakr al-Baghdadi ha astutamente individuato nelle ADF come un’ottima base di partenza per la conquista del Congo. Le ADF ‘autentiche’, seppur ridotte ad un pugno di uomini dediti al banditismo, godono indirettamente di gran fama di combattenti, grazie al Governo congolese che gli ha attribuito tutti gli attacchi nel Nord Kivu dal 2015 in poi. Per Daesh è facile riattivare le ADF, rafforzandole con il reclutamento di giovani disoccupati, e inviando dei combattenti prelevati dai teatri di guerra somalo, maliano e libico.

Il progetto della Wilayat del Centrafrica nasce nel 2018, quando i soldati congolesi scoprirono l’esistenza di un libretto di propaganda, scritto in arabo, redatto dal Dipartimento delle Ricerche e degli Studi dello Stato Islamico. Nel libretto si spiegava la necessità di instaurare in Congo un califfato islamico capace di portare alla popolazione pace e benessere.

Le ADF sono il gruppo armato ideale per iniziare l’espansione di Daesh. Il gruppo è di orientamento Islamico, e i suoi dirigenti accoglierebbero di buon grado essere sostenuti da una facoltosa e potente organizzazione terroristica internazionale. Una volta ricostruito ADF, il Califfo potrebbe inglobare altri gruppi armati presenti nei Kivu. Il processo di affiliazione delle ADF, però, non sempre così facile e lineare come nel caso delle affiliazioni avvenute in Somalia, Kenya e Zanzibar. Secondo il gruppo di analisi Congo Research Group, le ADF stanno ricevendo fondi dal Daesh, ma non hanno ancora sposato l’ideologia Jihadista. «Dalle testimonianze raccolte tra i disertori delle ADF, si avvince che il gruppo armato ugandese sta ricevendo fondi dall’Amministratore del Daesh per il Centrafrica, Waleed Ahmed Zein, di nazionalità keniota. I fondi provengono da Gran Bretagna, Sudafrica, Siria. Le nostre indagini sono state confermate dal Dipartimento americano del Tesoro»,  spiega una responsabile del Congo Research Group, Laren Poole.  

L’affiliazione delle ADF è basata su un minuzioso lavoro di propaganda di Daesh iniziato nel 2016. In tre anni il Daesh ha pubblicato sui social network e sul suo sito ufficiale 35 video dei presunti ‘successi’ delle ADF, assecondando il Governo congolese. Anche Daesh è consapevole che le ADF non sono attualmente in grado di tenere sotto scacco un’intera provincia,  ma questa menzogna creata da Kinshasa è molto utile ai fini propagandistici dello Stato Islamico.

I video mostrano i miliziani ugandesi sventolare le bandiere nere con il Sigillo di Maometto, il logo dello Stato Islamico. In ogni video vi è un miliziano presunto ADF che, in swahili, rende omaggio a Daesh e invita ad abbracciare la guerra santa contro gli infedeli. La genuinità di questi video è messa in seria discussione, ma per la propaganda del Califfo questo dettaglio risulta marginale. L’importante è far credere che Daesh controlli le ADF, e reclutare il maggior numero di giovani disoccupati. Visto le drammatiche condizioni militari e finanziarie di questo gruppo armato ugandese, il Califfo è convinto che in breve tempo sarà facile assorbire le ADF, bisognose di uomini e sponsor.

Nel 2018 Abu Bakr al-Baghdadi, successore del fondatore del Daesh, Abu Muṣʿab al-Zarqāwī, ucciso durante un attacco aereo congiunto compiuto da forze statunitensi e giordane il 7 giugno 2006, accenna alla Wilayat del Centrafrica.
Perché al-Baghdadi è così interessato al Congo? Nel Paese vi è una esigua minoranza mussulmana che non dimostra di avere tendenze radicali o estremiste, anche se segue la corrente sunnita. La maggioranza della popolazione è di fede cristiana.
L’appartenenza religiosa e i valori socio culturali dei congolesi non rappresentano un terreno fertile. Daesh è destinato a rimanere un elemento alieno alla cultura congolese.
Gli atti terroristici e la violenza gratuita di Daesh rendono lo Stato Islamico una minaccia da temere e non una alternativa per uscire dal ciclo di violenza, disoccupazione, degrado e povertà estrema, crudelmente imposto dal Governo di Kinshasa ai suoi cittadini per meglio dominare il Paese e lucrare sulle risorse naturali.

L’incompatibilità dell’Islam radicale in Congo è ben conosciuta da al-Baghdadi, ma non viene considerata come un ostacolo insormontabile.
Daesh, nella sua conquista dei due Kivu, si inserisce nel teatro di guerra a bassa intensità dell’est del Congo. Come ha dimostrato il gruppo terroristico FDLR (che non ha alcun legame con Al-Qaeda, Daesh e l’Islam) non serve il sostegno della popolazione per espandersi. Bastano l’uso indiscriminato della forza e del terrore per assoggettare le popolazioni locali. L’alta disoccupazione giovanile facilita il reclutamento. La maggioranza dei giovani congolesi che si sono arruolati nelle FDLR non hanno sposato l’ideologia razziale HutuPower, non sono interessati a eliminare tutti i tutsi dalla regione, né, tanto meno, conquistare il Rwanda. Le FDLR rappresentano per loro una possibilità di impiego.

Abu Bakr al-Baghdadi è interessato ad inserirsi nel fragile contesto dell’est del Congo, approfittando della debolezza di Governo ed Esercito, per mettere le mani sulle risorse naturali, fonte quasi inesauribile di autofinanziamento. Il concetto di occupazione del territorio che contraddistingue Deash, si sposa perfettamente con la logica dei gruppi armati congolesi e stranieri presenti nei Kivu. Per queste bande armate l’occupazione del territorio non è indirizzata verso la creazione di una entità statale, ma allo sfruttamento dei minerali preziosi come fonte di finanziamento.

Tramite l’affiliazione con le ADF, Baghadi spera di creare un forte nucleo del Daesh nei Kivu da affiancare alle cellule regionali sorte in Kenya e Tanzania, unendole successivamente ai gruppi salafisti operanti nel Magreb -Marocco, Libia, Tunisia- e a quelli dell’Africa occidentale  -Mali, Niger e Nigeria.

In Kenya è attiva la più importante cellula del Daesh, denominata Jabba East Africa (JEA), che ha l’obiettivo di creare la provincia islamica del centrafricana. Jabba East Africa è anche conosciuta con la sigla ISISSKIU (Islamic State of Somalia, Kenya, Tanzania, Uganda).
Inizialmente a capo della JEA vi era un medico keniota, Mohamed Abdi Ali, arrestato assieme a sua moglie, nel maggio 2016, dalla Intelligence keniota, per impedire la realizzazione di un attacco terroristico su grande scala, a Nairobi, utilizzando armi chimiche.
Dall’arresto del fondatore, Ahmad Iman Ali è stato ed è attualmente al comando della JEA. Il gruppo terroristico è rinforzato da mercenari stranieri provenienti dalla Somalia, Libia e Yemen. A sua volta la JEA presta propri miliziani in operazioni terroristiche di rilievo nel Corno d’Africa, come in occasione dell’attacco al convoglio del contingente militare AMISOM, avvenuto in Somalia nell’aprile del 2016. La JEA è affiliata ad gruppo terroristico somalo Al-Shabaab e a quello nigeriano Boko Haram.

Dal 2016 Daesh tenta di infiltrarsi in Tanzania, sfruttando il malcontento dei giovani musulmani sulla costa, e i motti indipendentistici di Zanzibar, l’isola a maggioranza musulmana che, assieme alla ex colonia tedesca del Tanganyka, forma la federazione della Tanzania. Nelle ultime contestate elezioni amministrative e presidenziali del 2015, quando John Magufuli è stato eletto con pesanti frodi elettorali, i risultati delle urne sull’isola di Zanzibar garantivano la vittoria agli indipendentistici e le elezioni sono state annullate dal Governo centrale di Dodoma, dopo aver contenuto l’inizio del sollevamento popolare grazie alla dura repressione di Esercito e Polizia tollerata dall’Occidente.

Dagli inizi del 2016 i servizi segreti tanzaniani informano la Presidenza di fondati sospetti di radicalizzazione salafista lungo la Costa, a Zanzibar, e nelle regioni di Tanga, Dar es Salaam e Lindi. Una cellula Daesh fu scoperta nella regione di Tanga, in una cava denominata Amboni. I gruppo terroristico sparì prima che le forze dell’ordine potessero annientarlo, eliminando testimoni e collaboratori, per non permettere alcuna fuga di notizie.

Nel 2016 Daesh ha tentato, senza riuscirci, di creare cellule terroristiche in Rwanda. Il meticoloso controllo del territorio del Governo di Kigali, e il forte apparato di Intelligence, supportato direttamente dagli agenti del MOSSAD, sono stati i principali fattori che hanno portato a individuare e a distruggere sul nascere queste cellule terroristiche.

La penetrazione di Daesh nell’est del Congo è presa in seria considerazione dalle potenze regionali.
Se Daesh riuscisse a conquistare territori ricchi di minerali dei Kivu, approfittando dell’attuale situazione di caos del Far West congolese, avrebbe la possibilità concreta di finanziare le cellule keniota e tanzaniana, crearne di nuove in altri Paesi, e finanziare la guerra di Al-Shabaab in Somalia contro le truppe africane dell’AMISOM, principalmente composte dagli eserciti burundese e ugandese, che operano in collaborazione con le truppe del Kenya e dell’Etiopia.
Per il prossimo mese è prevista una riunione dei Paesi della Regione dei Grandi Laghi per discutere la minaccia di Daesh. Secondo le nostre fonti di informazione, i servizi segreti del Congo, Kenya, Rwanda, Tanzania e Uganda avrebbero creato una task force per scambiarsi informazioni e promuovere iniziative comuni tese a distruggere sul nascere il pericolo dell’Islam radicale. Fonti da Khartoum segnalano tentativi di Daesh di inserirsi nella crisi politica del Sudan per avviare una guerra civile tesa a conquistare il Paese.

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