martedì, Marzo 26

Da Skopje e da Atene un duro colpo ai nazionalismi europei Dopo gli accordi di Prespa e la ratifica del parlamento greco, per la Repubblica della Macedonia del Nord si avvia un percorso nuovo

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Sembra strano che un nome possa creare così tanti problemi e sfociare in accesi scontri diplomatici tra due Paesi, ma è quello che è successo alla Repubblica di Macedonia (FYR) ed alla Grecia che assieme rivendicavano il nome della regione storica denominata Macedonia, oggi suddivisa tra più Stati: oltre ai due che si contendevano il nome, la Bulgaria e piccole porzioni anche all’interno della Serbia, dell’Albania e del Kosovo.

La disputa tra Atene e Skopje iniziò nel 1991, quando la Repubblica Popolare di Macedonia, già parte della Yugoslavia, divenne indipendente con il nome di Repubblica di Macedonia. Da allora, trent’anni di scontri dialettici, veti ed accuse reciproche che sembrano essersi chiusi con gli accordi di Prespa, sul nome dello Stato, ratificati successivamente dal parlamento macedone e da quello greco: l’11 gennaio dal parlamento di Skopje e poco dopo da quello di Atene.

Un percorso complicato, ma reso possibile dall’atteggiamento più disponibile e conciliante del primo ministro greco Alexis Tsipras, che ha permesso all’omologo macedone Zoran Zaev di presentarsi dinnanzi al proprio parlamento con una proposta molto chiara e non troppo distante dalle istanze meno estremiste. Un accordo che, secondo le parole del premier macedone, all’inizio della sessione dei lavori parlamentari, avrebbe permesso al Paese di “aprire le porte al futuro, un futuro europeo”.  Dopo tre giorni di lavori e di mediazione con le opposizioni, alla fine, il voto favorevole di 81 deputati su 120 ha permesso al parlamento di ratificare la decisione del governo ed approvare le modifiche della costituzione.

Se il lavoro di Zaev a Skopje non è stato semplice, quello di Tzipras ad Atene, per ottenere l’appoggio della maggioranza del parlamento, è risultato addirittura più complicato e costato anche le dimissione del ministro della difesa, Panos Kammenos, contrario all’accordo. Nel corso della discussione parlamentare, ad Atene, vi sono state violente proteste di piazza, con i manifestanti che ritenevano che concedere l’uso del nome Macedonia, anche se mitigato, avrebbe autorizzato in futuro possibili rivendicazioni territoriali sulla provincia settentrionale della Grecia e sulla sua antica eredità culturale. Il 25 gennaio, comunque, il parlamento greco, anche se con una piccola maggioranza, ha votato a favore dell’accordo sottoscritto dai due governi a Prespa, aprendo una nuova pagina per i Balcani, in cui, con le parole del primo ministro greco Tzipras “L’odio e il nazionalismo, la disputa e il conflitto saranno sostituiti dall’amicizia, dalla pace e dalla cooperazione.”

Contrari all’accordo, naturalmente, i partiti ed i movimenti nazionalisti, sia in Macedonia che in Grecia, che con le medesime motivazioni accusavano i due leader politici di aver tradito e svenduto gli interessi dei loro Paesi. Zaev e Tzipras hanno dovuto affrontare non poche difficoltà, violente proteste per le strade e vibranti proteste nel parlamento, ma sono riusciti ad ottenere un risultato storico, in una regione in cui dispute di tenore più o meno analogo hanno avuto spesso epiloghi tragici.

La regione balcanica è sicuramente una regione particolare, un crogiolo di popoli, un fantastico mix di lingue e religioni e lo Stato macedone non è da meno. Appena 2 milioni di abitanti e una mezza dozzine di etnie: turchi, rom, bulgari, serbi, arumeni, albanesi e naturalmente macedoni, altrettante lingue e poi dialetti che diventano idiomi e lingue che degradano a dialetto. Il macedone, lingua slava meridionale, è la lingua ufficiale, ma nel Paese si parla anche albanese e turco ed altre lingue minoritarie come il romaní, il serbo e l’arumeno. L’arumeno, per esempio, è un idioma balcano-romanzo, parlato solo da qualche migliaio di persone nel Paese, ma che lo Stato macedone, forse unico in Europa, riconosce ufficialmente.

Sono due comunque, i gruppi etnici più numerosi: i macedoni, circa il 65% della popolazione e gli albanesi, poco meno del 25%. Nonostante la lingua albanese fosse comunque già lingua ufficiale, anche se solo a livello comunale e solo nei comuni con una presenza etnica albanese superiore al 20%, le tensioni tra le due etnie non sono mancate, anche ovviamente per motivi linguistici. Da qualche giorno, comunque, un altro tassello è stato posto ed una nuova legge permetterà un maggior uso dell’albanese a livello nazionale, in ambito amministrativo e giudiziario ed anche nel parlamento, dove i deputati potranno parlare e condurre sessioni in albanese.

Passi importanti per una maggiore distensione nella regione e che consentiranno alla Macedonia di muovere i primi passi verso l’integrazione europea. Atene non opporrà più alcun veto e Skopje potrà probabilmente già da giugno iniziare il cammino ed avere una data entro la quale avviare discussioni per un futuro ingresso nell’Unione europea, i cui legami con la Macedonia sono comunque già evidenti ed importanti. Sono infatti i Paesi europei, già da tempo, i principali partner commerciali di Skopje: la quasi totalità delle esportazioni macedoni è destinata all’Europa, mentre sono Germania, Gran Bretagna, Grecia, Serbia ed Italia i principali fornitori di beni e servizi.

Se il percorso verso l’Unione europea è ancora lungo, più rapido invece l’ingresso della Macedonia nel Nord nella NATO. La settimana scorsa è stato firmato il protocollo di adesione, che già ratificato dal parlamento di Atene, dovrà ora essere approvato dagli altri Stati membri.

Naturalmente l’ingresso della NATO e la maggiore integrazione europea non trasformeranno un Paese con evidenti problemi economici e politici, in un Paese ricco e prospero. Le rivalità politiche degli ultimi anni e la crisi economica hanno fatto della Macedonia un Paese zoppicante, con altissimi tassi di disoccupazione ed una crescita economica tra le più basse della regione, ma se un altro Paese del blocco ex comunista, liberamente, decide di avvicinarsi all’Europa, forse l’Unione, nonostante i limiti, mostra ancora un certo appeal.

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