giovedì, Ottobre 17

Da recessione a stagnazione field_506ffb1d3dbe2

0

Construction workers take a rest on stee

Il mese di agosto si è rivelato amaro per l’Italia e per le speranze del Governo. Due dati, tra i tanti pubblicati, hanno attirato l’attenzione dei media e dei cittadini: il dato negativo del PIL (Prodotto Interno Lordo) registrato nel secondo trimestre del 2014 e la variazione annua negativa dei prezzi, cioè la deflazione, emersa dai dati di agosto. I due fenomeni sono importanti, in parte correlati, ma è bene analizzarli con più attenzione per evitare di trasformare due dati negativi in un incubo per gli italiani.

Partiamo dal fenomeno deflazione. I telegiornali hanno dato ampio risalto alla notizia e anche i quotidiani hanno riportato il dato in prima pagina con molto risalto. In realtà, già in aprile (vedi articolo Lo spettro deflazione) avevamo anticipato che l’Italia a fine estate avrebbe registrato un dato negativo nella crescita dei prezzi. Il dato, quindi, non era eclatante o imprevisto. Esso era ampiamente preventivabile osservando l’andamento storico dei prezzi. Per dirla in parole semplici, nel mese di settembre dello scorso anni ci fu un marcato calo dei prezzi, su cui si pose poca attenzione. Quindi, a distanza di dodici mesi, il dato di agosto 2014, ancora condizionato dal crollo di settembre 2013, si è confrontato con il dato di agosto 2013 che era l’ultimo mese prima della caduta dei prezzi. Dal prossimo mese, poiché si confronteranno i dati di due mesi che incorporano il crollo di settembre 2013, la deflazione abbandonerà l’Italia e ritroveremo l’inflazione.

Questa precisazione serve per focalizzare l’attenzione sul vero problema, che in Italia non è la deflazione, ma la disinflazione, cioè un periodo di riduzione nel ritmo di crescita dei prezzi. Infatti, a meno di ulteriori peggioramenti, in larga parte scongiurati dopo le misure adottate dalla BCE (Banca Centrale Europea), in Italia si continuerà a registrare nei prossimi mesi una lenta crescita dei prezzi, inferiore all’1 per cento annuo, e non una riduzione dei prezzi. Questa bassa inflazione ha conseguenze positive e negative. Tra le prime, ovviamente, rientra la possibilità di aumentare il potere di acquisto per chi ha un salario che riesca a crescere più dell’inflazione. Un andamento piatto dei prezzi, infatti, preserva i redditi e la ricchezza finanziaria dall’erosione monetaria e contribuisce a mantenere sostanzialmente intatte le possibilità di spesa dei consumatori.

Tra gli effetti negativi possiamo annoverare la minor riduzione nel tempo del peso nominale dei debiti, visto che l’inflazione, come risaputo, aiuta i debitori. Quindi, con una inflazione molto bassa i debitori hanno più difficoltà nel far fronte ai loro obblighi. L’altro effetto negativo è che un periodo esteso di bassa inflazione può modificare le aspettative dei consumatori inducendoli a rinviare i consumi in attesa di prezzi più bassi e modificando, quindi, l’inflazione attesa per il futuro. Questo è il problema più grave, cui fa cenno ormai in ogni conferenza stampa il Presidente della BCE Mario Draghi, che potrebbe bloccare definitivamente ogni possibile cenno di ripresa economica.

Quindi, per le famiglie che hanno un reddito certo e che non hanno debiti o ne hanno in misura limitata, uno scenario di bassa inflazione è positivo. Questa situazione è però negativa per gli Stati visto che sono i più grandi debitori e non è una buona notizia per lo Stato italiano che, come risaputo, eccelle sotto questo punto di vista.

Gli aspetti potenzialmente distruttivi della deflazione e quelli negativi di lunghi periodi di bassa inflazione inducono i policy makers, cioè governi e banche centrali, ad attivarsi per scongiurare il verificarsi di tali fenomeni. Ed è ciò che sta avvenendo in Europa, seppur con molto ritardo. Ne consegue che, ribadendo la percezione di alcuni mesi fa, nel prossimo futuro in Italia sarà molto probabile uno scenario di bassa inflazione e poco probabile sia la deflazione che un rapido ritorno dei prezzi verso l’inflazione obiettivo, ossia una crescita annua dei prezzi inferiore ma prossima al 2 per cento.

A questo punto potrebbe sorgere un quesito: perché ci si attende in Italia una bassa crescita dei prezzi se la BCE ha messo in campo misure straordinarie per far risalire l’inflazione verso il 2 per cento? Per rispondere a questa domanda è sufficiente ricordare le pessime performance dell’economia.

Nel quarto trimestre 2013 si era registrata una flebile ripresa (+0,1 per cento rispetto al trimestre precedente), ma questa mini ripresa si è subito arrestata. Nel primo trimestre 2014 la variazione è stata pari a -0,1%, rispetto al quarto trimestre 2013, e nel secondo trimestre del 2014 l’attività economica si è ulteriormente contratta, registrando -0,2% rispetto al trimestre precedente. Come riportato sugli organi di informazione, poiché per due trimestri consecutivi si è registrata una contrazione del Pil, si può affermare che l’economia italiana è in recessione. Si ricordi però che dal terzo trimestre 2011 l’economia italiana ha registrato sempre contrazioni del Pil, con eccezione del ricordato ultimo trimestre 2013.

Lasciando da parte le definizioni tecniche, a mio avviso le ultime variazioni congiunturali fanno propendere più per una fase di stagnazione dell’economia che per un periodo di recessione. Questa situazione era preventivabile, e ciò era confermato dal fatto che anche le previsioni più ottimistiche, ad eccezione di quelle governative, stimavano una crescita economica ridotta, al di sotto dell’1 per cento.

Per rendere più chiara la situazione è possibile fare un paragone sportivo. L’economia italiana si trova nella stessa situazione di un boxer che è caduto dopo una serie molto pesante di colpi dell’avversario e che sta tentando di rialzarsi mentre l’arbitro inizia a contare i secondi. In quegli istanti il boxer prende fiato, si rialza, cerca di tornare lucido, dimostra all’arbitro di poter continuare l’incontro e poi riprende a boxare. Si ricordi inoltre, continuando con questa metafora, che l’Italia è la seconda volta in pochi anni che cade al tappeto. Dopo la recessione del 2008-2009, ne è cominciata un’altra a fine 2011. E per chi ricorda qualche incontro di pugilato, si sa che rialzarsi la seconda volta è ancora più faticoso. Credo che questa immagine sportiva possa rappresentare appieno la situazione economica dell’Italia. L’economia sta cercando di rialzarsi per la seconda volta ed è necessario più tempo per ritrovare il ritmo e tornare a competere.  

È naturale, quindi, che in una situazione economica così difficile l’andamento dei prezzi sia influenzato negativamente. Un’economia fiaccata da due recessioni, con le famiglie molto attente alle spese e in presenza di alta disoccupazione, è difficile che possa mostrare una crescita rapida dei prezzi. Per questo motivo, faranno sicuramente bene all’economia nazionale le misure straordinarie di politica monetaria della Bce, ma probabilmente il loro effetto non sarà dirompente perché il contesto nel quale andranno a dispiegare i loro effetti è ancora fortemente condizionato dalle due profonde recessioni.

È probabile, quindi, che ancora per alcuni mesi l’economia italiana si dimostri refrattaria agli stimoli. Ciò non significa che la ripresa non arriverà mai, ma che ci vorrà più tempo e saranno necessarie ancora più stimoli, soprattutto da parte delle istituzioni nazionali. Di conseguenza, sarebbe auspicabile che il Governo acceleri tutte le riforme attese e annunciate da tempo. Infatti, sembra ormai acquisito a livello europeo che i Paesi che riusciranno a varare riforme importanti avranno più tempo per aggiustare i conti pubblici, e ciò sarebbe molto utile per l’Italia. Inoltre, poiché le riforme hanno bisogno di tempo per essere attuate e per diventare pienamente efficaci, prima le si approva e prima si vedranno i risultati.

Ad oggi, però, le notizie migliori per l’economia italiana non sono pervenute né da Roma, né da Bruxelles, ma da Francoforte. Infatti, le manovre espansive della BCE daranno supporto all’economia italiana sotto quattro punti di vista: 1) il deprezzamento dell’Euro favorirà nel medio termine le esportazioni, aiutando una parte del settore produttivo. Se l’export dovesse crescere in modo consistente grazie ad un Euro debole ciò darebbe una spinta anche all’occupazione; 2) tra pochi giorni la Bce fornirà liquidità alle banche che queste ultime sono tenute ad utilizzare per nuovi prestiti a imprese e famiglie. Da questo provvedimento potrà venire un supporto ai consumi e agli investimenti; 3) il deprezzamento dell’Euro e un po’ più di credito stimoleranno i prezzi e l’Italia si allontanerà dal grave pericolo della deflazione; 4) un’inflazione più alta aiuterà i conti pubblici perché nel calcolo dei famosi parametri europei (rapporti deficit/Pil e debito/Pil) il Pil è nominale, cioè contiene l’inflazione. Quindi, se l’inflazione salisse verso il 2 per cento sarebbe anche più facile rispettare i vincoli europei. 

Riassumendo, l’economia italiana è in una fase di stagnazione e ciò è testimoniato dall’andamento piatto del Pil e dei prezzi. La ripresa stenta a manifestarsi perché due recessioni in sette anni hanno profondamente fiaccato il sistema economico. Gli stimoli, soprattutto quelli monetari, aiuteranno il sistema produttivo a ripartire, ma si dovrà attendere ancora per osservare una crescita robusta. Il Governo è chiamato ad accelerare il passo, soprattutto sulle riforme economiche, al fine di stimolare consumi, produzione e assunzioni. Finchè non si manifesterà la ripresa della domanda nazionale, le misure di stimolo esogene (Euro debole, tassi bassi) continueranno ad avere un impatto limitato sull’economia italiana

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore