domenica, Giugno 7

Da Pia a Enrie, l’inizio della seconda fase della ‘vita’ della Sindone La svolta del ‘98, anno inquieto con la foto di Secondo Pia, e la conferma del ‘31 con quella di Giuseppe Enrie

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Non è certo un anno felice per l’Italia il 1898. Malumore ed inquietudine politica serpeggiano in tutto il Paese. Moti di rivolta si registrano in particolare in Lombardia, proteste popolari contro il caro vita agitano governo e corte. Fastidiose intemperanze di popolo trapassano le mura di palazzo reale e arrivano fino al sovrano, impastate e confuse nel fermento del nuovo secolo all’orizzonte, con città che cambiano volto, affascinanti innovazioni tecnologiche e un modo di vita radicalmente diverso. Umberto I pensa di esorcizzare il malumore con iniziative capaci di catalizzare su Torino l’attenzione internazionale e che possano ripristinare l’immagine di un Paese all’avanguardia e festoso. E’ il 50° anniversario dello Statuto albertino, ricorrenza che i Savoia intendono festeggiare con grande pompa. Il principe ereditario, Vittorio Emanuele, è in procinto di coniugarsi con Elena di Montenegro. Per la chiesa torinese ricorre il quarto centenario della cattedrale di San Giovanni Battista e il terzo delle due più importanti confraternite cittadine, quella del Santo Sudario e quella di San Rocco. Il re decide per una grande Esposizione e l’ostensione della Sindone che non compare in pubblico dal 1868, trent’anni esatti.

In questo clima pericolosamente in bilico tra il fermento e l’inquietudine del nuovo secolo che agita la città sabauda, tra i suoi poco più di trecentomila abitanti, c’è un certo Secondo Pia. Avvocato, di origini astigiane, ha abbandonato la toga per le ricerche storiche e per una passione, una grande passione: la fotografia. Una di quelle invenzioni che aprono il nuovo secolo guardata con molto scetticismo nel conservatorissimo ambiente sabaudo. Pia ne è un intelligente pioniere.

Il 1° maggio il sovrano inaugura l’Esposizione. Pia è nominato membro della commissione che realizza la mostra di arte sacra. Il suo chiodo fisso è fotografare la Sindone. Prima di lui aveva chiesto il permesso di fotografare il Telo il salesiano don Natale Noguier De Malijay, grande cultore della Sindone, ma il re aveva rifiutato. Pia, dunque, sa di avere pochissime speranze. Nella commissione per l’allestimento della mostra di arte sacra lavora in collaborazione con il barone Antonio Manno, consigliere stimato del re, Presidente del Comitato esecutivo per la realizzazione dell’Esposizione di arte sacra, lo stesso che aveva già perorato la causa in favore di don De Malijay. Secondo Pia parla con il barone che da raffinato studioso comprende l’importanza della questione e si fa carico di sostenere nuovamente la causa presso il re, il quale, sorprendentemente, si convince a dare l’assenso all’iniziativa.

L’importanza della fotografia è grandissima, essa, infatti, segna l’inizio dell’approccio scientifico alla Sindone.

Pier Luigi Baima Bollone, già docente di medicina legale all’Università torinese, tra i massimi sindonologi a livello mondiale, e già Presidente del Centro Internazionale di Sindonologia di Torino ricostruisce la vicende e scrive: «La sera del 25 maggio sul palco fatto innalzare in gran fretta dispone l’apparecchio del formato cm. 50×60: davanti, stesa in una preziosa cornice, c’è la Sindone. L’avvocato è di pessimo umore: l’illuminazione è scarsa e i segni sulla reliquia poco evidenti. I fari, rispettivamente di 1000 e 950 candele, alimentati da centrali elettriche indipendenti, sono predisposti in modo da concentrare la luce sulla Sindone, ma i loro raggi (ricorda il Pia in una relazione) ‘rendono ineguale l’illuminazione sulla superficie della reliquia’. Cerca di eliminare l’inconveniente ponendo davanti ai proiettori dei vetri smerigliati: il calore dopo appena cinque minuti fa esplodere i filtri di fortuna; laprovafallisce, l’appuntamento dev’essere rinviato perché la folla dei devoti preme già alle porte del Duomo. Quel giorno sfilano davanti alla reliquia 22.000 persone.
Il Pia rincasa più che mai deciso a ripetere l’esperimento. Decide di montare «due vetri smerigliati a un metro e mezzo di distanza davanti a ciascun faro. Ordina le lastre che devono essere al loro posto per la sera di sabato 28». Nel frattempo la principessa Clotilde, preoccupata che l’intensità dei fari possa danneggiare il telo, ottiene di far schermare la reliquia con un cristallo, il che non facilita certo il lavoro al povero avvocato. La sera del 28 maggio Pia «all’ora fissata» si mette all’opera. E’ già tutto nuovamente pronto, la Sindone messa a ‘fuoco’, quando problemi al sistema d’illuminazione, determinati da cadute di tensione, bloccano per l’ennesima volta il lavoro. Alla fine, a notte fonda, Pia riesce a scattare due fotografie. Di gran fretta raggiunge il suo studio in via San Secondo e si mette al lavoro per svilupparle. «A un tratto il Pia ha un tonfo al cuore», scrive Baima Bollone nella sua ricostruzione «le tempie cominciano a martellargli sotto la spinta di una emozione profonda. Nella piccola camera oscura, alla fioca luce della lampada schermata di rosso, egli vede delinearsi sul negativo un volto severo e, cosa ancor più stupefacente, l’immagine è un positivo».

E’ la rivelazione dalla quale partono le ricerche scientifiche sulla Sindone: «se l’immagine fissata sulla lastra è un positivo, significa che sulla tela vi è un’impronta negativa». C’è di più: «Il comportamento delle macchie, che la tradizione riferisce a sangue, e che appaiono trasferite sul tessuto, non segue questa regola ma è quello consueto: a questo livello le impronte appaiono negative sul negativo fotografico e positivo sul positivo».

Naturalmente Pia «informa degli stupefacenti risultati ottenuti il barone Manno e gli estimatori fanno subito ressa per ammirare le lastre: il laboratorio fotografico si riempie di gente».

Dello stupefacente risultato ne darà notizia ufficiale ‘L’Osservatore Romano’ solo poco meno di un mese dopo, nel numero del 14-15 giugno.

Presto «alla curiosità subentrano le gelosie e il velenoso sospetto che il Pia abbia ottenuto l’impressione fotografica con qualche trucco». Sospetti che resisteranno per oltre due anni, animando il dibattito sulla Sindone, espressi in maniera palese dalla stampa dell’epoca, che di fronte alle fotografie del Pia si esprime spesso con voluta indifferenza e perfino mettendo in forse l’onestà professionale dell’autore. Baima Bollone nella ricostruzione parlerà di una «campagna di stampa veramente diffamatoria».

Ci vorranno anni, durante i quali le fotografie vengono studiate scientificamente da esperti in fotografia e dai primi studiosi della Sindone, perché al Pia venga riconosciuto il giusto merito.

Resta il fatto che i risultati delle fotografie del Pia”, diceva don Luigi Fossati, salesiano, per mezzo secolo tra i più raffinati studiosi della Sindone, “trovarono subito conferma nelle fotografie non ufficiali, di cui pochi parlano perché pochi ne conoscono l’esistenza”. Sono quelle del tenente Felice Fino, del gesuita Gianmaria Sanna Solaro, che le pubblica nel 1901, e di don Natale Noguier De Malijay, il salesiano che prima del Pia aveva chiesto al re l’autorizzazione a fotografare ufficialmente la Sindone e ne aveva ricevuto risposta negativa, dopo che già insieme con altri salesiani aveva fatto i preparativi per l’operazione, in quanto ufficiosamente sembrava che Umberto fosse intenzionato ad affidare il delicato incarico ai salesiani. Fotografia, quest’ultima, scattata prima del 28 maggio, giorno di quella ufficiale del Pia. Certamente, per quanto non giustificate, le illazioni contro il Pia sono comprensibili di fronte all’importanza dell’ammissione sull’autenticità di quelle fotografie.

Si chiude un secolo in cui il materialismo, lo scetticismo, l’anticlericalismo hanno fatto a pezzi la Chiesa, il Vangelo e la figura di Cristo. In questo clima improvvisamente irrompe niente meno che la fotografia di Gesù. La sua fotografia dopo diciannove secoli – e appare davvero straordinario che anche il suo ritratto ci abbia lasciato- la prova provata che il Telo non è un dipinto. Per dirla con il Pia stesso «Se la figura che appare sulla lastra fotografica, cioè sul negativo, è un perfetto positivo, vuol dire che l’impronta sul Lenzuolo è un altrettanto perfetto negativo, simile a quello fotografico, perché l’inversione del chiaroscuro avviene in modo impeccabile per opera della luce e delle sostanze chimiche».

E’ una svolta quella del ‘98. Se fino ad allora la Sindone era oggetto di devozione, con le fotografie del Pia inizia ad essere anche oggetto di studio scientifico, e gli studiosi cominciano a valutarla sotto vari aspetti, da quello storico, a quello archeologico, fino a quello medico. E’ l’inizio della seconda fase della vita della Sindone, quella moderna.

Ai primi bombardamenti del 1918 si ripropone la grave questione della sicurezza del Telo. Si decide di prelevare la Sindone, dall’altare della Cappella dove era riposta, chiusa nella sua cassetta, e nasconderla a Palazzo Reale, nel lato sud-est, due piani sotto terra. L’ambiente, una stanza di quattro metri per due, viene fortificato con uno strato di sabbia essiccata al soffitto di circa un metro, tanto da ridurre sensibilmente l’altezza della camera, e il pavimento ricoperto con pannelli di legno. Si costruisce una cassaforte, anch’essa di legno. La cassetta con la Sindone viene messa in una seconda grande cassa di ferro stagnato e il coperchio chiuso con saldatura. Il cofano viene poi portato nella camera approntata e chiuso nella cassaforte con una complicata combinazione segreta. Lì il Telo rimane fino a fine guerra.

Giuseppe Enrie è un noto fotografo torinese, titolare di un grande studio fotografico cittadino, frequentato dalla società bene dell’epoca, e direttore di una rivista specializzata in fotografia, tra i maggiori estimatori di Pia e del suo lavoro sulla Sindone. «Nel 1931» scrive Baima Bollone «si celebrano le nozze del principe ereditario Umberto di Savoia con Maria José» (del Belgio) principessa di Brabante. «Nel rispetto della tradizione viene disposta una ostensione» dal 4 al 24 maggio. Il nuovo arcivescovo di Torino, Maurilio Fossati, si è appena insediato e, prima di prendere la decisione ufficiale, considerando anche i molti che lo sconsigliano, si consulta direttamente con il Papa, Pio XI, il quale lo rassicura con una frase che resterà nella storia dei rapporti tra Vaticano e Sindone: «Stia tranquilla: parliamo in questo momento come studioso e non come Papa. Abbiamo seguito personalmente gli studi sulla S.Sindone e Ci siamo persuasi dell’autenticità. Si sono fatte delle opposizioni, ma non reggono». Fossati, rassicurato, fa un passo in più e «decide di procedere a nuovi accertamenti fotografici affidandoli ad un professionista. E’ dal 1898, ben trentatré anni, che esiste un’unica fotografia della Sindone. Tutte le immagini e gli ingrandimenti, di cui il mondo è pieno, sono stati tratti da essa e, ciò che più conta, è su di essa che vertono tutte le accese discussioni sull’autenticità dell’oggetto. Viene scelto Giuseppe Enrie per la indiscussa capacità professionale». Questi «propone un preciso programma che prevede, tra l’altro, l’eliminazione del cristallo di protezione, la ripresa d’insieme, la ripresa ravvicinata, e quella di campi limitati con l’impiego di un grande apparecchio 40×50. Le prime fotografie sono scattate la sera del 3 maggio 1931».

Alla solenne funzione durante la quale la Sindone viene estratta dal reliquiario alla presenza degli augusti sposi partecipano ben 16 principi, alcune decine di vescovi, tutte le autorità cittadine, i rappresentanti del potere fascista, e, naturalmente, una folla immensa di fedeli -si calcolò che in venti giorni di ostensione sfilarono davanti al Telo oltre 1 milione e mezzo di pellegrini.

Dunque, il 3 maggio, a Duomo finalmente svuotato, Enrie può mettersi al lavoro. Accanto a lui il Pia e il grande studioso della Sindone Paul Vignon dell’Università cattolica di Parigi. «Enrie sviluppa la prima lastra di prova in Duomo e le successive nel proprio laboratorio alla presenza del salesiano don Antonio Tonelli, grande studioso della Sindone. Sono tutte perfettamente riuscite. E’ un vero e proprio successo. La sera successiva Enrie è in grado di consegnare una serie completa di copie positive e negative all’arcivescovo che telefona personalmente la propria soddisfazione al principe. Le copie vengono inviate al re che ne vuole prendere visione. Enrie viene autorizzato ad eseguire altre foto la sera del 19 (con cristallo) ed ancora la sera del 22, sempre di maggio. Il risultato rappresenta piena e perentoria conferma della validità della prima fotografia del Pia.

La notizia fa il giro del mondo e provoca nuovi entusiasmi giacché pare intuitivo che se la Sindone, conosciuta da più di cinquecento anni, contiene davvero un fenomeno come quello del negativo, scoperto soltanto nel XIX secolo, è certamente autentica e l’immagine che racchiude è davvero quella di Gesù».

Venuto meno anche l’ultimo dubbio sulla autenticità del negativo rilevato da Pia, continua Baima Bollone, i detrattori «sostengono che in realtà si tratta di un dipinto andato incontro ad un fenomeno di ‘negativizzazione’» e a sostegno della loro affermazione portano l’esempio di un fenomeno di negativizzazione avvenuto su alcune parti degli affreschi del Cimabue nella chiesa superiore della Basilica di Assisi. «In altre parole le immagini della Sindone sarebbero la banale espressione del noto fenomeno della inversione del colore». Tutto ciò anche se già gli esami tecnici del periodo escludono che possa trattarsi di un’opera pittorica. Inoltre, scrive ancora Baima Bollone «sulla Sindone non esiste traccia di biacca e prima ancora di oli o materiali collanti necessari per farla aderire alla tela. E poi, se essa» fosse «davvero una pittura invertita per alterazione dei colori, così che le tinte chiare sono diventate scure e viceversa, perché il fenomeno si è prodotto soltanto per le immagini anatomiche e non per le macchie di sangue?».

E’ il periodo, questo, in cui iniziano i grandi studi. Dopo la prima fotografia, nel 1898, e la scoperta del negativo, la Sindone inizia a essere oggetto di studio scientifico ma fino al 1931 nulla di particolarmente importante era stato fatto. I più importanti studi dal lato medico, infatti, partono in questo periodo. Grande impulso agli studi venne dal I Congresso Nazionale di Studi sulla Sindone del ‘39 e, in particolare, dalla pubblicazione degli Atti, avvenuta nel ‘41, anche se in piena guerra”. diceva don Fossati. “Sono gli studi di Pierre Barbet, chirurgo all’ospedale S.Giuseppe di Parigi, e quelli di Paul Vignon a segnare l’alba degli studi sulla Sindone. E da questo lavoro, iniziato appunto negli anni Trenta, si arriverà poi nel 1950 al grande I Congresso Internazionale di Studio sulla Sacra Sindone, svoltosi a Roma e a Torino. Stessa situazione si ha sul versante delle pubblicazioni, per cui per un verso le due ostensioni, quella del ‘31 e quella del ‘33, e l’uscita degli Atti del Convegno, danno il via ad un ricco flusso di pubblicazioni sulla Sindone di ogni genere”.

1933, diciannovesimo centenario della Redenzione. Pio XI aveva indetto per quell’anno un Giubileo Straordinario e in quella occasione aveva chiesto al Sovrano, Vittorio Emanuele III, di voler concedere l’ostensione della Sindone. Il cardinale Fossati la programma dal 24 settembre al 15 ottobre.
Il clima dell’anno Santo infervora l’ostensione, primo tra tutti lo stesso cardinale Fossati, che tre anni dopo, nel ‘36, sosterrà la realizzazione di una mostra-museo permanente di cimeli riguardanti la Sindone nella Sede della Confraternita del Santo Sudario.

[***Questo articolo è stato pubblicato, con titolo e strutturazione diversa dalla presente, il 19.03.2015, in occasione dello Speciale Ostensione Sindone 2015]

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