sabato, Giugno 6

Danimarca: crollo sovranista o svolta nella socialdemocrazia? Alle elezioni danesi vincono i socialdemocratici proponendo una linea dura sull’immigrazione, ne parliamo con Marco Brunazzo

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La Danimarca è stato il primo Paese membro dellUnione Europea ad andare al voto dopo le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo di Strasburgo andate in scena tra il 23 ed il 26 maggio. Ieri, infatti, oltre 3,5 milioni di cittadini danesi sono stati chiamati alle urne per eleggere i membri del Folketing, il Parlamento con sede a CopenaghenI dati definitivi, arrivati alle 00:45, hanno decretato la vittoria della Socialdemokratiet guidata dalla giovane, ma già esperta, Mette Frederiksen – che con il 25,9% dei voti è risultato essere il primo partito del Paese, aggiudicandosi 48 dei 179 seggi di cui è composto il Parlamento.

I socialdemocratici hanno conseguito la vittoria solamente per pochissimo punti percentuali. I liberali di Venstre, infatti, capitanati dal Primo Ministro uscente Lars Løkke Rasmussen, hanno ottenuto il 23,4% dei voti, guadagnando così 43 seggi, 9 in più di quelli che erano riusciti ad ottenere nelle elezioni del 2015. Ad uscirne con le ossa rotte, invece, sono i nazional-populisti del Dansk Folkeparti (DF, o Partito Popolare Danese) che crollano all8,7%, racimolando così solamente 16 seggi, mentre solo quattro anni fa si attestavano come seconda forza politica del Paese con il 21,1%.

A beneficiare maggiormente della caduta dei populisti sono stati i social-liberali di Radikale Venstre e il Socialistisk Folkeparti (SF, Partito Popolare Socialista) che, rispettivamente, hanno fatto registrare l’8,6% (16 seggi)  e il 7,7 %  (14 seggi). Sotto il 7%, invece, si sono posizionati i comunisti dell’Enhedslisten – De Rød-Grønne (Alleanza Rosso-Verde, 6,9%) e i conservatori del Det Konservative Folkeparti (6,6%).

Quanto emerso dalle urne di mercoledì, dunque, ribalta i risultati delle elezioni europee. Nel turno elettorale continentale di appena dieci giorni fa, infatti, era stato il partito di Rasmussen a vincere con il 23,5% dei consensi, mentre i socialdemocratici sono arrivati secondi con il 21,48%. Gli elementi di continuità emersi dalle due votazioni sono stati la clamorosa debacle dei populisti/sovranisti del Partito Popolare Danese – ancora più netta quella di ieri – e la crescita del Partito Popolare Socialista, che in Danimarca è la forza ambientalista legata ai Verdi europei – anche se a livello nazionale il loro aumento in termini percentuali è stato minore rispetto a quello continentale, dove hanno raggiunto il 13,23%.

In Danimarca, dopo le elezioni, si suole distinguere tra blocco rosso, cioè le forze di sinistra, e  blocco blu, i partiti di destra. Stando a questi risultati, quindi, si prospetta un cambio di colore nellEsecutivo, con il blocco rosso che andrà a costituire la coalizione governativa che vedrà i socialdemocratici azionisti di maggioranza e la Frederiksen, con i suoi 41 anni, diventare il Primo Ministro più giovane del Paese dopo i colloqui formali con la regina Margherita II.

I risultati delle elezioni danesi sono una conferma di quello che abbiamo visto alle europee”, dice Marco Brunazzo, professore associato di Scienza Politica presso l’Università di Trento, “cioè che, in questo momento, dopo un periodo di grande affermazione dei partiti populisti, questi sono meno forti di quanto non ci aspettavamo. La seconda cosa che possiamo notare è che, nonostante le forze di sinistra siano in crisi in molti Paesi europei, in ogni caso, per loro la partita non è completamente persa”.

Per spiegare il successo della socialdemocrazia ed il crollo dei sovranisti, però, dobbiamo partire dai tre temi principali che hanno caratterizzato la campagna elettorale: welfare, immigrazione e ambiente.

I tagli alla spesa pubblica che hanno contraddistinto la politica danese negli ultimi anni, hanno fatto crescere il malcontento tra gli elettori che, pagando delle tasse più alte del Vecchio Continente, hanno visto ridursi l’erogazione di servizi un tempo gratuiti. La Frederiksen, dunque, ha incentrato i suoi discorsi sull’aumento della spesa pubblica e in un’intervista per l’agenzia stampa ‘Reuters’ ha dichiarato: «è ovvio che dobbiamo ricominciare a spendere di nuovo».

La Danimarca è uno dei Paesi europei ad aver risentito maggiormente del fenomeno migratorio che negli ultimi anni ha travolto l’Europa. Insieme alla Svezia, infatti, la Danimarca è per densità della popolazione, il Paese che ospita il maggior numero di migranti. Il Governo guidato da Venstre, appoggiato dal DF, ha adottato pesanti misure per combattere l’immigrazione, con leggi che hanno modificato i criteri per l’ottenimento della cittadinanza. La leader dei socialdemocratici, però, durante la campagna, non si è posta in contrasto con la linea governativa su questo punto, ma ha detto di volerla perseguire. Ciò rispecchia quanto fatto nell’ultimo anno, con il Partito Socialdemocratico che ha proposto di spedire i richiedenti asilo in campi speciali del Nord Africa in attesa che le loro richieste vengano accolte.

Per quanto riguarda l’ambiente, invece, è importante constare un dato. A poche settimane dal voto, circa il 25% della copertura mediatica intorno alle elezioni ha ruotato intorno ai cambiamenti climatici, segno di quanto il tema fosse sentito preminente dall’opinione pubblica danese. Secondo un sondaggio del centro di ricerca Gallup, riportato dalla ‘BBC’, circa il 57% dei danesi voleva che il prossimo Governo desse priorità ai cambiamenti climatici. Una percentuale che tra gli elettori di età compresa tra i 18 e i 35 anni saliva al 69%. I candidati per il Folketing, dunque, non hanno fatto altro che registrare il trend europeo e impostare la campagna su questo tema: una mossa che, come si è visto, si è dimostrata vincente.

Il dibattito su questi temi, quindi, non ha fatto altro che togliere spazio vitale ai sovranisti danesi, che probabilmente verranno esclusi dal prossimo Esecutivo, nonostante la loro linea dura sull’immigrazione abbia fatto – in qualche modo – scuola.

Per quanto riguarda le forze populiste è vero che i partiti potrebbero essere meno forti di quel che noi pensavamo che fossero, però, dall’altra parte, è anche vero che hanno imposto un’agenda e contaminato tutti i partiti, anche a quelli tradizionali”, spiega Brunazzo, “il Partito Socialdemocratico danese ha recepito il messaggio e, esattamente come le forze populiste, ha adottato una linea molto dura nei confronti degli immigrati”.

La linea dura sull’immigrazione, dunque, è il vero cambio di passo che segna un cambiamento in seno alle politiche fino ad oggi promosse e adottate dai partiti di centro-sinistra.

Sicuramente siamo di fronte ad una trasformazione delle forze socialdemocratiche europee”, afferma il professore, “il Partito Socialdemocratico danese ha vinto perché è riuscito a conciliare due esigenze forti: la difesa dello stato sociale, in particolare proponendo un aumento della spesa pubblica, e la linea dura sull’immigrazione, un argomento che in passato è stato considerato di destra o estrema destra, ma che sta diventando sempre meno legato ad una questione ideologica di fondo. Non è necessariamente una politica di destra quella di occuparsi di immigrazione, ma trovare soluzioni al problema dell’immigrazione è un argomento che connota sia destra che sinistra”.

È interessante capire, allora, se le grandi forze socialdemocratiche europee in difficoltà – vedi Italia, Germania, Francia, Gran Bretagna – seguiranno l’esempio degli omologhi danesi per cercare così di accrescere in patria i propri consensi.

È molto difficile che ciò accada perché la Danimarca ha circa 6 milioni di abitanti, è un Paese piccolo con delle dinamiche molto particolari, in cui l’economia, nonostante qualche battuta d’arresto, continua a crescere intorno al 2% l’anno, la disoccupazione è molto bassa, intorno al 4%, e il debito pubblico è il 36% del PIL”, continua Brunazzo, “è arduo immaginare che ciò che ha funzionato in Danimarca possa funzionare in altri Paesi, ma le elezioni danesi  hanno lasciato in eredità due temi, le politiche d’austerità e l’immigrazione, sui quali le socialdemocrazie devono riflettere. Non è detto che la ricetta proposta dai danesi sia quella giusta, non è quello il punto, ma bisognerà che si apra una riflessione all’interno delle socialdemocrazie degli altri Paesi europei su come gestire l’immigrazione. Secondo me sarà difficile copiare la ricetta danese, ma, allo stesso tempo, sarà inevitabile un confronto su queste due tematiche”.

È possibile, allora, che con l’appropriasi di temi tendenzialmente associati al populismo di destra da parte dei partiti socialdemocratici europei, i movimenti sovranisti possano fallire o, comunque, ridurre il proprio bacino elettorale?

I partiti populisti funzionano molto bene quando sono allopposizione, ma incontrano più difficoltà quando arrivano al Governo, con l’inevitabilità delle coalizioni che porta a snaturare queste forze cercando dei compromessi in alcuni temi che, da opposizione, sono la stella polare della loro politica”, prosegue il docente, “è molto difficile, comunque, fare previsioni a livello europeo prendendo in considerazione solo il voto danese. Per esempio, in Italia e Francia, i sovranisti hanno visto aumentare i loro consensi, ma ciò non è avvenuto in altri Paesi. La fortuna dei sovranisti sarà legata a delle dinamiche politiche nazionali. Rimane il fatto che i sovranisti, o anche i populisti, difficilmente potranno avere una capacità d’influenza dell’agenda all’interno delle istituzioni europee”.

Inevitabile, allora, concludere con uno sguardo all’Italia, la cui posizione particolare, con la Lega  oltre il 34% e i Verdi appena sopra il 2%, risulta essere una specificità tra la maggior parte dei membri dell’UE, con i partiti ambientalisti che crescono a discapito dei sovranisti. “Ho paura che l’Italia rimanga un’eccezione”, chiosa Brunazzo, “specie per quanto riguarda i Verdi, non c’è dubbio che l’Italia sia uno dei Paesi più grandi dell’UE dove il partito ambientalista  fatica ad affermarsi. Questo, appunto, rimanda a dinamiche nazionali più che ad un trend di livello comunitario”.

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