domenica, Giugno 16

Da domani India al voto, tra tensioni, radicalismi, promesse e voglia di imporsi 900 milioni di votanti, 8mila candidati, timori per il crescente nazionalismo religioso di un Modi che potrebbe diventare prigioniero dei radicali del suo partito

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Da domani 11 aprile, fino al 19 maggio, oltre 900 milioni di cittadini dell’India sono chiamati alle urne per le elezioni generali, che si preannunciano come una sfida tra i due partiti storici, il Bahratiya Janata Party (Bjp) del premier uscente Narendra Modi, in lizza per un secondo mandato, e il Indian National Congress (Inc) di Rahul Gandhi, all’opposizione.

L’attenzione e le preoccupazioni da parte degli osservatori internazionali si appuntano sul crescente nazionalismo violento, definito ‘religioso’, emerso dagli ultimi quattro anni di Modi, che può giocare un ruolo importante in questa tornata elettorale, e sella successiva politica estera indiana.  “Si tratta sicuramente di un nazionalismo di stampo religioso, la visione dell’India da parte del Presidente Modi è di un India Hindu, volta ad escludere la minoranza del 20% della popolazione con un differente credo religioso”, ci spiega Stefania Benaglia, analista dell’Istituto Affari Internazionali (IAI). “Questa visione è propriamente ricondotta al partito del PJB, il Presidente Modi è un esponente radicale ma non il più radicale, data la presenza di esponenti molto più estremisti”.

Il grosso punto interrogativo rimane uno solo: “quale sarà il risultato elettorale e, in base ad esso, chi saranno i prossimi attori protagonisti della fase del PJB. In passato sono stati nominati ed eletti governatori molto radicali del PJB, come ad esempio il Governatore dell’Uttar Pradesh, Ram Naik. Sono, quindi, esponenti del genere a preoccupare la comunità internazionale, data la loro indole più radicale. Le maggiori preoccupazioni risiedono sui ruoli che potranno ricoprire, in futuro, nel delicato equilibrio interno indiano”, prosegue Benaglia.

Un voto lungo sei settimane per rinnovare i 543 seggi del Lok Sabha, la Camera Bassa. I 29 Stati voteranno a turno con sette date in agenda,  i risultati dovrebbero essere comunicati il 23 maggio. Sarà il colore politico del Parlamento indiano a determinare poi quello del governo centrale.

Queste elezioni sono le più importanti mai organizzate in India con circa 8 mila candidati in lizza e un milione di seggi allestiti.

‘Un’India determinata, un’India più potente’ è lo slogan del programma elettorale del nazionalista Bjp  di Modi, uscito dalla tornata elettorale del 2014 con il 31% dei consensi che gli sono valsi 282 seggi in Parlamento.

Il bilancio economico di Modi non è esaltante, il tasso di crescita del 6,7% è considerato insufficiente viste le potenzialità del Paese e le sue sfide demografiche.

Punti centrali degli impegni di governo per i prossimi 5 anni sono la sicurezza nazionale, con il proseguimento della politica ‘tolleranza zerocontro il terrorismo, il rilancio dell’economia con l’obiettivo di farla diventare la terza più forte al mondo entro il 2030 e la costruzione di un tempio dedicato a Ram nel sito di Ayodhya, nel punto in cui nel ‘600 sorgeva una moschea moghul, distrutta da estremisti indù nel 1992.

Modi si è impegnato, nelle ultime ore di campagna, a cancellare l’articolo 35 della Costituzione indiana che assegna al Jammu e Kashmir lo statuto di regione speciale. Pare pura propaganda.
Modi ha anche annunciato ingenti investimenti per migliorare le condizioni di vita degli agricoltori (anche questo una promessa tutt’altro che nuova e un problema molto grave per il Paese quello della povertà degli agricoltori) con un raddoppio del loro reddito entro 3 anni e la garanzia di ottenere la pensione per quanti hanno superato 60 anni. In risposta alle sterminate richieste di cure, in un Paese di 1 miliardo e 360 milioni di abitanti, il premier uscente ha prospettato la creazione di 75 nuove facoltà di medicina. A sostegno dell’industria manifatturiera il Bjp porterà avanti il suo programma ‘Make in India’, che si basa sulla capacità di attrarre investimenti.

Il principale contendente di Modi è Rahul Gandhi, subentrato alla madre Sonia alla guida del partito del Congresso che sta cercando di rinnovare e ristrutturare, dopo lo schiaffo elettorale di 5 anni fa, quando ottenne solo il 19,31% dei consensi, il peggior risultato della sua storia.
Prosperità e benessere sono i punti centrali del suo programma elettorale. Gandhi ha promesso di destinare alle famiglie più povere -il 20% della popolazione- un reddito minimo garantito oltre a una serie di misure per far aumentare l’occupazione, cancellare i debiti dei contadini, sviluppare l’agricoltura, modificare il sistema di tassazione, revisione delle leggi sul lavoro femminile, la creazione di un’agenzia speciale di investigazione sui crimini contro donne e bambini e quote rosa del 33% in Parlamento. Gandhi ha anche promesso di rafforzare la lotta alla corruzione, riformare alcune leggi elettorali, accrescendo i controlli sul voto elettronico e regolamentando i finanziamenti ai partiti.

Ago della bilancia elettorale saranno i partiti regionali rimasti fuori dalle alleanze politiche che fanno capo ai due principali partiti: da una parte la National Democratic Alliance (Nda) legata al Bjp e dall’altra la United Progressive Alliance (Upa), alleata del Congresso.

A tenere sotto attento sguardo queste elezioni sicuramente il Pakistan, dove l’ultima uscita di Modi sul Kashmir ha rinnovato la tensione, ma anche la Cina. Con l’affermazione della nuova Via della Seta cinese, che, sia per via marittima che per via terrestre, aggira l’India, “la tensione è un po’ salita”, afferma Stefania Benaglia. “La vera domanda da porsi, a proposito del prossimo quinquennio, è quale sarà la relazione tra queste due potenze. È possibile prevedere un  innalzamento di tensione tra le due potenze, data la volontà d’imporsi sullo scenario globale di entrambe e data la presenza di dispute territoriali importanti, molto simili a quelle presenti tra India e Pakistan”.

Le dispute territoriale e la gestione delle risorse naturali possono essere, quindi, un fattore di importante attrito, come, ad esempio, nella regione del Brahmaputra, in cui parte è gestita dalla Cina e parte dall’India. Questi sono sicuramente degli elementi importanti da tenere sotto osservazione, però, molto dipenderà da chi andrà al potere e quali dinamiche interne giocheranno il ruolo più importante”.

Cosa ne sarà della futura politica estera indiana, afferma Benaglia “è la stessa India che deve deciderlo, tutto dipenderà dal tipo di attore globale che vorrà diventare. È sicuramente un attore globale in crescita, si prevede che dal punto di vista economico possa diventare, intorno al 2030-2035, la seconda o terza potenza economica mondiale dietro la Cina.  La prospettiva di crescita ed influenza diventa quindi enorme. L’influenza economica va di pari passo con quella geopolitica, nonostante adesso non abbia ancora identificato il suo indirizzo in politica estera, che probabilmente non cambierà rispetto a quella vista negli ultimi 4 o 5 anni, con una sempre maggiore volontà di riconoscimento mondiale”, conclude Benaglia.

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