domenica, Maggio 26

Da Di Maio a Di Battista: belli di papà Padri che svelano l’ipocrisia dei figli. Padri che gli tocca di toccare la merda; Figli che non ne sanno mai niente, vivono sulle nuvole, hanno vissuto e vivono nella bambagia con i soldini di papà

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Brutti momenti per i padri, da un po’ di tempo non ne azzeccano una. Vi dirò, comincio a preoccuparmi, nel mio piccolo padre sono anche io.

Insomma, tra il padre di Renzi, quello della Boschi eccetera, va bene, ci siamo abituati, non ci sorprende, la politica sempre così è stata. Poi è venuta fuori la cosa dell’enfant prodige della politica italiana, Giggino (Luigi) Di Maio, del cui padre si è scoperto che aveva lavoratori in nero, aveva costruzioni forse abusive, aveva pendenze con il fisco. Bene, il figliolo, furbo, intelligente, bravo, brillante … magari non proprio colto, ma tant’è, non ne sapeva nulla, assolutamente nulla. Era titolare addirittura dell’azienda paterna, ma non se ne era mai occupato, non lo sapeva nemmeno bene di essere titolare. Che poi (qui non ho mai capito bene, ma vi confesso la cosa mi interessa pochissimo) l’azienda era per un po’ stata intestata alla madre professoressa di scuola, mah. Insomma Giggino ordina ai fratelli di smantellare l’azienda paterna, lui è occupato a smantellare l’Italia e non ha tempo, ma appare un video messaggio, in perfetto stile giggiano, in cui il padre, rigorosamente in giacca e cravatta, si scusa, si cosparge il capo di cenere, si fustiga e, naturalmente … scagiona il figlio.

Ho già commentato con amarezza e disgusto, sì disgusto … non il fatto che il signor Di Maio padre abbia assunto qualche lavoratore in nero e abbia fatto qualche acrobazia, ma il fatto che fosse stato costretto a quella disgustosa scena, a quella umiliazione pubblica. Alla quale segue l’abbattimento in pubblica piazza di manufatti abusivi: presso uno di essi a suo tempo Giggino ci faceva il bagno col fratello, mi pare, ma non ne sapeva nulla, credeva che tutto fosse legittimo e a posto, anzi, manco sapeva che quella costruzione c’era.

E va bene. Ma, commentavo, se non è giusto che i figli paghino per le colpe dei padri, nemmeno è giusto (anzi, secondo me, è peggio) che i padri paghino per le colpe dei figli, o meglio siano sottoposti a quello strazio, per garantire la carriera politica del figliolo, che, cinicamente (e questo è il punto vero) si avvale di quella pubblica umiliazione, per dire ‘guardate come sono bravo e puro, io’. Non so se il padre riceva ancora a casa sua il giovane Giggino, ma forse anche la casa non la ha più.
E dunque, chiuso.

Ma, come si sul dire, ‘il diavolo è fetente’, non si può stare mai tranquilli. E allora la cosa capita anche all’aspirante successore di Di Maio, il signor Alessandro Di Battista, Dibba per gli amici. Il diavolo, come già per Di Maio si manifesta sotto forma di ‘iene’. E di nuovo, lavoratori in nero, eccetera.

Ma questa volta la procedura è diversa, il padre non si confessa in pubblico. Non so, naturalmente perché, ma certo il vecchio Dibba deve avere un caratterino mica male, e quindi il figliolo cerca di vedersela da solo. È una mia supposizione, sia chiaro, ma certo Dibba mette subito in circolo un filmato (ormai si vive di filmini e di messaggini, non se ne può più!) con sottofondo musicale vagamente vacanziero, nel quale Dibba racconta a modo suo come ha chiesto al papà se era tutto a posto … e il papà, nel frattempo contattato dalle predette iene, ‘confessache no, c’era un lavoratore in nero, ma che volete, spiega il figliolo mentre la musica lentamente sfuma, aveva una certa età (il padre?) veniva ogni tanto a dare una mano’. Ma, di nuovo, il punto è sempre lo stesso: ecco, noi non possiamo fare un passo che subito ci saltano addosso, eccetera. Insomma, lo stesso atteggiamento di Di Maio, solo un tantinello, ma proprio una punta, meno cinico.

Ciò che mi colpisce in entrambe le vicende è la mentalità che ne traspare.
Da un lato entrambi minimizzano; si danno da fare, Dibba addirittura si incazza (Di Maio, in genere ‘se ne frega’ … loro parlano così, che volete farci), ma il senso della storia è che in fondo si tratta di piccolezze, non si era capito che non si poteva fare, è una cosa minima. Naturalmente, se avessi saputo… ecco, non sanno mai niente, vivono in un mondo tutto loro, a mezz’aria … sì hanno le ‘impresine’, ma mai hanno sentito di lavoro nero, di trucchi col fisco, di abusi vari. Sono di una ingenuità fanciullesca che ti lascia di stucco, ma … hanno vissuto e vivono nella bambagia.
Eh sì, perché a casa di papà hanno mangiato e dormito, grazie ai suoi soldini hanno viaggiato e studiato (vabbè non sempre, ma iscritti all’Università quello sì), insomma, tutto quello che si può … con i soldi di papà, senza chiedersi da dove venissero.

Si sminuisce tutto, si banalizza. Io direi (ma io sono un malpensante, come noto) che si fa l’occhiolino, come dire, queste sono cosucce, fate, fate pure, noi no, ‘ci fanno le pulci’, ma poi, tranquilli, poi un condonino per le case abusive ci scappa sempre.

Non è solo disgusto, no, è ipocrisia.

Perché, a ben vedere, la verità vera, il succo reale della realtà in cui viviamo, in cui ci hanno messo questi governanti senza ideologie, senza etica, senza regole, senza speranze, la verità vera, dico, la dice proprio il padre di Dibba, più arrabbiato e, sì, sincero di quello di Di Maio, quando afferma icastico e lucidissimo a proposito del partito del figlio: «Col vaffa e con l’apriscatole abbiamo fatto irruzione nella palude di merda. Abbiamo terrorizzato i nemici. È stato veramente uno tsunami che li ha costretti a una fuga precipitosa. Ma il Movimento è diventato osservante delle regole, rispettoso delle istituzioni. Il tonno è rimasto nella scatoletta, ci hanno dato il contentino di cambiare qualche goccia di olio rancido, ma il tonno è sempre lì» Un bel pezzo di retorica, diciamocelo, chapeau! Poi aggiunge, ancora più secco, a proposito del suo collega in disgrazia Antonio Di Maio (ogni volta che ci penso, mi si stringe lo stomaco per la pena di averlo visto parlare come ha fatto): «Non rompete il fianoromano, il nero serve ai piccoli imprenditori, ai direttoroni di giornaloni, ai sub appaltati, alle imprese sub appaltanti, ai politici e alle alte cariche parlamentari. Nero è bello. Ma il nero tendente al rosso diventa di un altro colore. Diventa marrone, il colore della merda». Sì, c’è una certa ricorrenza semantica, ma permettetemi: viva Vittorio Di Battista, lui almeno, è onesto, coerente fino in fondoEra coerente… poi la macchina da guerra lo spiana, e su Facebook (hai visto mai!): «Ringrazio Alessandro per le sue parole. Lo ringrazio per la sua sincerità, per la sua onestà, per il suo rigore e per l’affetto che traspare dal suo messaggio. Lo ringrazio e confermo. Confermo quanto ho detto all’inviato delle iene. Negli ultimi tempi mi sono dovuto avvalere di un collaboratore in ‘nero’. Saltuariamente e per qualche manciata di ore di lavoro ma comunque in ‘nero’. Non si deve fare ma, a volte, le circostanze ti ci costringono non si deve fare ma, a volte, a doverlo fare sono decine e decine di migliaia di micro imprenditori, di artigiani e di piccoli commercianti. Non si deve fare ma, a volte, tante volte, l’alternativa è la cessazione di una attività. Non si deve fare e non lo rifarei, in primo luogo, per non arrecare un danno ingiusto ad Alessandro ed a tutto quello che lo contraddistingue ed in cui crede. Non si deve fare come tante altre cose nella vita. Scusami, Ale» … ambiguo, con quei richiami alle volte in cui si fa: ipocrisia … e, la nausea di nuovo mi assale, l’olio rancido è ritornato nella scatola.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.