martedì, Luglio 7

'Da crisi ad opportunità': il caso Ny Carlsberg field_506ffb1d3dbe2

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È di poche settimane fa la firma di uno storico accordo culturale fra lo Stato Italiano e la Danimarca per la restituzione di materiali archeologici detenuti illegalmente dalla Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen, in quanto acquisiti sul mercato antiquario internazionale negli anni settanta del secolo scorso, e provenienti da scavi clandestini compiuti circa un decennio prima in Italia (forse casualmente o anche su commissione di alcuni ricettatori) tra Rieti e Viterbo.

Era no sin dal Duemila, che la questione delle restituzioni andava avanti, pur fra incertezze e ripensamenti, a causa di una serie di difficoltà legali sul piano internazionale e di una dichiarata volontà da parte del museo danese di rigettare le accuse per un acquisto che, a suo dire, sarebbe avvenuto senza conoscere la provenienza clandestina dei reperti: Tuttavia la documentazione relativa a  tale transazione mostrava una certa connivenza tra il mercante Robert Hecht e la direzione della Ny Carlsberg durante la trattativa di acquisto.

Fino al 2007 si è registrata una posizione molto rigida del museo danese nel difendere la propria buona fede per tale acquisto, mentre l’Italia insisteva tramite azioni legali e diplomatiche a rivendicare quanto le spettava per appartenenza e provenienza dei materiali, sottratti mediante scavi di frodo nel Lazio e poi commercializzati per evidenti scopi di lucro su piazze europee (come la Svizzera, ad esempio) che non riconoscevano la legislazione italiana, per la quale il mercato di antichità è assolutamente vietato (anche perché depaupera il patrimonio nazionale e priva la comunità scientifica internazionale di procedere nella ricerca corretta delle nostre origini storiche, visto che i reperti vengono in tal modo tagliati fuori dal loro contesto originario).

L’esito positivo in termini di riconoscimento all’Italia della proprietà di reperti archeologici sottratti illegalmente alla nazione e rivenduti all’estero, da parte di importanti istituzioni scientifiche e museali d’oltreoceano (J.P. Getty Museum di Malibu-Los Angeles, Metropolitan Museum di New York, Museum of Fine Arts di Boston, tra i maggiori), ha indotto nel 2008 il museo danese a modificare le proprie posizioni sugli oggetti rivendicati dal nostro Paese, determinando una inversione di tendenza nelle trattative con l’allora Ministero dei Beni e delle Attività Culturali (oggi MiBACT).

Finché, con l’aiuto dei vertici dell’istituzione culturale statale, delle Soprintendenze archeologiche competenti per territorio e degli studiosi più interessati alla questione, si è giunti al recente accordo. Esso, come ha detto il Ministro Dario Franceschini, “trasforma una crisi in opportunità” e prevede che alla restituzione dei materiali provenienti dalla tomba principesca del sito di Montelibretti in Sabina (antica Eretum), dotata di un carro con rivestimenti in lamine dorate e sbalzate, finimenti di cavallo in oro, vasellame ed armi, si accompagni anche quella di reperti da un santuario di Cerveteri (da cui vengono 30 frammenti di un frontone dipinto, due antefisse con menadi e sileno simili a quelle già restituite dal Getty Museum, e decine di lacerti di rilievi policromi vicini a quelli trovati stoccati in un magazzino del trafficante Robert Symes a Ginevra, al centro di scambi clandestini di antichità, poi fallito). A ciò si aggiungono i frammenti di ceramiche greche arcaiche dipinte dal santuario greco-indigeno saccheggiato di Francavilla Marittima in Calabria, che si riconnettono ad altri già restituiti da Berna e da Malibu e ritornati nel museo di Sibari; oltre ad altri da Vulci e da centri minori del Lazio.

In cambio, l’Italia si è impegnata a offrire (mediante il sistema dei prestiti a lungo termine) altri materiali archeologici dai suoi magazzini per fare in modo che l’offerta espositiva del museo danese non abbia a soffrire di queste restituzioni, ma possa allargare ulteriormente la presentazione del patrimonio culturale dell’Italia antica, già molto curata.

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