domenica, Agosto 25

Da Borrelli e la Costituzione, alla giustizia ai tempi di Cantone e Bonafede Raffaele Cantone lascia l’ANAC non con la discrezione e la compostezza di Borrelli, ma con una verbosa, allusiva e criptica dichiarazione di un «cambiamento di approccio culturale». Torna fare il Magistrato, con queste premesse, e la Costituzione?

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Lo so, vi attendete che vi parli della decisione del ‘premier’ Giuseppe Conte -in monologo-discorso alla Nazione in diretta Facebook da Palazzo Chigi, non in conferenza stampa, giusto per evitare domande imbarazzanti, in perfetto stile grillino- di dare l’ok alla TAV, anzi, no, da ‘avvocato del popolo’ alla bisogna carambolaio, di passare la patata bollente al Parlamento -che quando serve si tira fuori, ci si accorge che è materia sua, come anche qui noi avevamo detto. Beh, anche in questo caso mi tocca dire lo avevo detto’, e in tempi non sospetti, e svariate volte. Ci sarà modo di parlarne. Le dimissioni di Raffaele Cantone, a poche ore dai funerali di Saverio Borrelli, mi impongono di parlare, invece, di Giustizia e Magistratura in riferimento alla Costituzione.

Accanto alle tantissime dichiarazioni rituali o poco più, quando non insulse, mi ha colpito una frase di Gherardo Colombo, Magistrato collega di Saverio Borrelli e suo ‘sottoposto’, quando ha detto che Borrelli ha insegnato a noi tutti come si fa il Magistrato: «è il simbolo di come si fa il Magistrato avendo davanti la Costituzione».
Perché la Costituzione italiana, non solo dice che non si ruba, questo è tanto ovvio da non esserci nemmeno bisogno di scriverlo in Costituzione, ma dice che chi ricopre cariche pubbliche deve farlo con «disciplina e onore», che non è una frase tanto per dire.
Borrelli lo ha fatto. Tranquilli, non entrerò nella trita discussione su ciò che ha fatto bene e ciò che ha fatto male, e meno che mai nelle volgari accuse di ‘colpo di Stato’, che si possono accettare solo in quanto frutto del dolore di figli lesi nel loro affetto dalle vicende del padre, accusato, processato in primo grado e fuggito all’estero.

Borrelli ha semplicemente avuto il coraggio di scoperchiare un bidone enorme pieno di roba puzzolente. Forse, come si dice, grazie alla collaborazione di tre ‘giovani’, allora, Magistrati -Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo- più probabilmente grazie all’intuito con cui li ha scelti, che hanno saputo, sotto la sua guida, portare avanti indagini e processi non solo e non tanto difficili, ma pericolosi per le rispettive carriere, perché attaccavano i potenti; forse non è un caso che, alla fine, due dei tre hanno cambiato mestiere.
Tutti, ma proprio tutti, sapevano, come oggi tutti, ma proprio tutti, sappiamo perfettamente, delle ruberie, dei favoritismi, degli imbrogli, delle malversazioni del ceto dominante (che non è, badate bene, non è solo quello dei politici … troppo comodo), ma occorreva, e, purtroppo ancora oggi occorre, appunto «resistere, resistere, resistere», che non vuole solo dire ai Magistrati di resistere alle pressioni e ai ricatti dei ‘potenti’ perché le indagini non vadano avanti o non inizino affatto, cioè per impedire l’accertamento di quei crimini, ma vuol dire anche a noi cittadini di affidarci, ma con lealtà, alla Magistratura, fidare nella sua competenza e dedizione, ma anche, se del caso (e purtroppo spesso, molto spesso, il caso c’è) per denunciare chiaramente le lentezze, le disattenzioni, le superficialità, gli errori e … le connivenze, per rare che siano, pretendere, insomma, che la Magistratura funzioni per i cittadini, non per i potenti, né per sé stessa. Questo sarebbe il compito del CSM, se non fosse dilaniato da lotte assurde e dedito ad altro … perciò ho suggerito che venisse subito interamente sostituito.

CSM a parte, questo vuol dire avere dinanzi la Costituzione e resistere a fare il proprio lavoro spesso difficile e che può isolare, perfino dalla società civile, dagli amici. È, quello del Magistrato, -no meglio, quello del ‘vero Magistrato’- un lavoro non solo difficile tecnicamente, ma anche difficile umanamente, perché se sei un Magistrato non hai amici, hai solo i codici e la Costituzione; l’amico si può rivelare un fetente, ma lo devi perseguire lo stesso.

È quello, per intenderci, che hanno fatto quei Magistrati di Agrigento, che, nell’urlio generale nelle minacce, negli insulti, hanno preso i codici e la Costituzione e hanno avuto il coraggio (sì, il coraggio) di dire che la Costituzione impone di applicare, tra l’altro, le norme internazionali prima di tutto, e che quindi ne derivavano le conseguenze che tutti conosciamo. Poi, la nostra Costituzione apposta lo prevede, altri Magistrati, altrettanto retti e colti, potranno rivedere quelle sentenze e correggerle, cambiarle o riconoscerne la validità. Badate che il nostro è uno dei pochi sistemi giudiziari che prevedano i tre gradi di giudizio: un’ottima cosa, non una perdita di tempo.

Ecco tutto e non è poco. E il tutto fatto senza clamore, senza conferenze stampa, senza dichiarazioni reboanti, ma nel proprio ufficio (quando ce l’hanno, perché spesso non ce l’hanno) in silenzio.
Ecco perché, qualche volta ho criticato e critico quei Magistrati, che avendo forse dimenticato di rileggere la sera a letto la Costituzione, fanno dichiarazioni e accuse, senza prove o senza ancora le prove, o che convocano conferenze stampa per magnificare i propri successi.
Un Magistrato, si dice sempre (ma non si fa sempre, purtroppo) parla con le proprie sentenze. E un Magistrato indaga e emette atti e sentenze se ha notizia di un reato (se parliamo di diritto penale) e procede, preferibilmente spedito, senza accettare rinvii e perdite di tempo, verso la sentenza, come gli impone la Costituzione.

Un Magistrato discreto, Borrelli, ma deciso e netto, signorile e mai ‘prima donna’: un vero Magistrato. Duole dirlo, non come il suo collega di napoletanità, mio amico in quanto napoletano anche se non l’ho mai visto in vita mia, Raffaele Cantone, che, al solito rumoroso, lascia l’ANAC (Autorità nazionale anticorruzione), che avrebbe dovuto comunque lasciare fra un paio di mesi –dimissioni che da mesi minaccia-, non con la discrezione e la compostezza del napoletano Borrelli, ma con la solita verbosa e inutile dichiarazione, allusiva e criptica, e con un esplicito riferimento ad un «cambiamento di approccio culturale» (?) rispetto alla corruzione; e torna a fare il Magistrato, con queste premesse, e la Costituzione? Una volta tanto potrei condividere la volgarità salviniana che lo invitasse a ‘scendere’ in politica, ma, per favore, non iscrivendosi al PD, hanno già Renzi, abbiate pietà!

La Costituzione, appunto, che stabilisce, ad esempio, che i membri del Consiglio Superiore della Magistratura: «sono eletti per due terzi da tutti i magistrati ordinari tra gli appartenenti alle varie categorie, e per un terzo dal Parlamento in seduta comune tra professori ordinari di università in materie giuridiche ed avvocati dopo quindici anni di esercizio»: eletti, non sorteggiati.
E quindi disturba non poco quando si sente parlare di progetti -presentati, pare, da Ministri che hanno giurato sulla Costituzione!- per scegliere i componenti del CSM con uno strampalato sistema di sorteggio, dopo votazioni, un pasticcio inverecondo.
Se la Costituzione dice che devono essere eletti, è per dire che gli eletti devono rappresentare il più compiutamente possibile tutti i Magistrati e tutte le loro idee … certo politiche, anche politiche: ma che sono i Magistrati, cavalli che non hanno idee politiche? E allora, meglio dirle chiaramente e perfino pubblicamente (sarebbe meglio di no, ma è meglio che nasconderle) per rispecchiare nella elezione le varie idee e proposte; dirle pubblicamente e senza timore, perché altro è una finta ‘apoliticità’ e altro, ben altro, è la capacità e la volontà decisa di giudicare al di là delle proprie idee: di essere, come si dice super partes, o meglio ancora infra partes. La Costituzione, in questo caso come sempre, non parla a casaccio, fa una scelta precisa: vuole che il CSM sia composto da persone che rappresentino al massimo possibile tutte le idee che ci possono essere tra i Magistrati, pur essendo ciascuno di essi impegnato allaterzietà’. Certo, casi come quelli cui abbiamo assistito in queste ultime settimane, possono fare pensare, ma a maggior ragione devono indurre a rispettare il dettato costituzionale.

Che, tra l’altro, non affida né ai Magistrati, , meno che mai, ai politici, la scelta di cosa perseguire e cosa no. La proposta di riforma della Giustizia del Ministro Alfonso Bonafede di cui si sente purtroppo sempre più spesso parlare -e propagandate spesso da associazioni private molto corteggiate e corteggianti, cui purtroppo partecipano Magistrati che dovrebbero starne lontani come dalle vipere- di fare scegliere periodicamente di quali reati occuparsi è semplicemente micidiale, sarebbe la fine nonché di una Magistratura degna di questo nome, di uno Stato di diritto degno di questo nome, sarebbe come stracciare in piazza la Costituzione.

Per decidere, poi, cosa? Di non perseguire la corruzione? Su cui, si usa dire, Borrelli avrebbe fallito. Ma Borrelli era un Magistrato, non un politico; il suo compito era di perseguire i delinquenti, non di impedire alla gente di delinquere. Questo è il compito della politica, che non solo non lo ha fatto, ma ha fatto di peggio: ha reso la corruzione un fatto generalizzato, comune, normale, quotidiano. Per cui dalla richiesta di un certificato di nascita ‘agevolato’ con cinque euro, alla concessione di una autostrada, agevolata con altri mezzi e altre cifre, tutti, o quasi tutti, ci ricavano qualcosa, non più solo i politici: lo vediamo tutti i giorni, anche le cifre, sono modeste rispetto a prima, anche perché sono più numerosi i destinatari.
Peccato che Colombo, parlando di Borrelli, questo non lo abbia detto, limitandosi a dire che la corruzione c’è ancora … finché sarà perseguibile, beninteso. E cosa ha fatto su tutto ciò la politica? Nulla di nulla … ah no, ha fatto il whistleblowing, una bella cosa in inglese!

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.