domenica, Marzo 24

Cyberbullismo: verso una legge che non può più attendere Intervista ad Eleonora Nocito, membro dell'Associazione Contro il Bullismo Scolastico

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Tra le notizie di questi giorni spicca la situazione fotografata da un rapporto Ocse sui giovani in età scolastica, che rivela come i teenager italiani siano tra i più stressati quando si tratta di approccio alle attività didattiche e più ancora alle verifiche di apprendimento. Un fatto che può essere letto come causa oppure, al contrario, sintomo dell’altro dato emerso: un ragazzo su quattro usa internet per oltre sei ore al giorno e il 47% ammette di sentirsi male se non c’è una connessione.
Uno stile di vita, quello dei nativi digitali, che quindi non prescinde da un assorbimento mediamente alto all’interno del mondo della rete, e in particolare quello dei social network.

Molti aspetti e attività del mondo reale si sono trasferiti in parte o totalmente all’interno di questo universo, da quelli più banali a quelli più importanti ed intimi. Tra questi un fenomeno che non ha risentito del passaggio dall’era pre-digitale a quella attuale e assumendo, com’è avvenuto per molte forme di condotta illecita, nuove sfumature ancora più subdole e quindi più difficilmente perseguibili. Parliamo quindi di bullismo e della sua versione contemporanea, ormai noto ai più con il nome di cyberbullismo, rispetto il quale il legislatore italiano ha iniziato a muoversi nel 2015 con un disegno di legge approvato al Senato poco più di due mesi fa e che attende il vaglio a Montecitorio in quarta lettura.

Come ha spiegato il relatore del Ddl – il senatore Francesco Palermo – durante la discussione generale in Aula, “c’è già la sanzione penale per gran parte dei comportamenti di bullismo; quello che manca è un provvedimento mirato agli adolescenti in ambito scolastico”. La portata sociale del fenomeno merita un adeguamento degli strumenti posti dalla legge, in dinamiche che devono riguardare e far convergere bulli, vittime e rispettive famiglie insieme alle istituzioni, con la scuola che diventa contesto principale per una presa di coscienza generale e profonda.

Ci siamo rivolti all’avvocato e criminologa Eleonora Nocito, esperta in bullismo e cyber-bullismo, per avere un’opinione specializzata sulla questione e sugli sviluppi inerenti ad una legge che non può più essere posticipata. Un parere fondato sulla propria esperienza professionale ma anche rispecchiante le lotte dell’Associazione Contro il Bullismo Scolastico (ACBS), di cui l’avv. Nocito è membro.

 

Con riguardo agli strumenti di contrasto al bullismo presenti nel nostro ordinamento e alle relative sanzioni, qual’è la situazione attuale?

Molti dei comportamenti attraverso i quali si esplica il fenomeno del bullismo sono in buona parte già perseguibili penalmente in quanto integrano, ad esempio, il reato di diffamazione, lesioni, percosse, estorsione, violenza privata, molestie e, soprattutto, essendo ripetuti nel tempo, si può configurare anche il reato di atti persecutori (il cosiddetto stalking).

Il disegno di legge attualmente in discussione in Parlamento ha, nell’ultima lettura al Senato, eliminato dal testo del provvedimento tutti gli elementi relativi al bullismo in generale (che invece erano stati introdotti nel passaggio alla Camera) occupandosi del solo cyberbullismo.

Sappiamo che, per il nostro ordinamento, i ragazzi che hanno meno di 14 anni non sono imputabili (possono essere applicate solo misure di sicurezza se sono giudicati socialmente pericolosi o misure amministrative rieducative in caso di irregolarità del comportamento per condotta o carattere). Mentre il bullo che ha commesso un reato in età compresa tra i 14 e i 18 anni potrebbe essere giudicato penalmente dal Tribunale per i minorenni se è accertata la sua capacità di intendere e di volere.

Le tutele per l’imputato, vista la sua giovane età, sono più estese rispetto a quelle previste per gli adulti, infatti il procedimento minorile, mirante al recupero del minore deviante, prevede alcuni istituti particolari per fuoriuscire dal processo. Ad esempio, se il minore supera il periodo di messa alla prova, durante il quale dimostra di essersi ravveduto e di essere cresciuto studiando, lavorando o prestando attività di volontariato, il reato può essere addirittura dichiarato estinto.

In che misura tali strumenti sono stati in grado di arginare il fenomeno? Quanto è grave il ritardo del nostro legislatore nella trattazione del problema?

Gli strumenti presenti nel nostro ordinamento non sono stati del tutto in grado di arginare il problema soprattutto perché attualmente, nonostante le numerose campagne di informazione, c’è ancora una sottovalutazione di questo fenomeno e delle sue implicazioni penali, psicologiche e sociali da parte, non solo dei ragazzi, ma anche di genitori e insegnanti.

Pochissime sono le denunce penali, molti ragazzi non raccontano quello che stanno vivendo per paura di ritorsioni e di essere vessati ancora di più. Inoltre moltissimi reati vengono commessi da ragazzi infra-quattordicenni che per legge non sono imputabili e quindi non sono punibili.

Sono ormai parecchi anni che stiamo aspettando una legge sul cyberbullismo. Bisogna dire che il disegno di legge della Senatrice Ferrara ha avuto un percorso un po’ travagliato: ci sono state, infatti, diversità di punti di vista e di opinioni che hanno ritardato l’approvazione della legge inoltre il testo è attualmente affidato all’esame di due commissioni quindi ci sono anche delle difficoltà procedurali a trovare delle date libere per entrambe. Dal mio punto di vista, ritengo assolutamente necessario che la legge vada approvata prima dell’estate: bisogna superare alcune differenze di vedute che ci sono state tra Camera e Senato perché questo fenomeno sta dilagando e, giustamente, c’è una forte pressione dell’opinione pubblica per avere risposte anche sul piano normativo. La legge che verrà approvata forse non sarà sufficiente e non sarà la risposta di tutti i mali però darà un forte messaggio sul piano culturale ed educativo e magari grazie alla legge, questo fenomeno non sarà più sottovalutato come, ancora oggi, molto spesso capita.

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