mercoledì, Agosto 21

Kurdi: storia di un popolo (dis)unito Massimo Campanini ripercorre la travagliata vicenda del popolo kurdo

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E’ di poche settimane fa l’ annuncio su Twitter, da parte del Capo del Consiglio di Sicurezza della Regione del Kurdistan, Masrour Barzani, di un referendum per l’ indipendenza fissato per lunedì 25 settembre 2017. Potrebbe essere la svolta decisiva per un popolo che non è riuscito ancora a raggiungere la costituzione di un proprio Stato autonomo.

L’ etimologia della parola ‘kurdo’ risale alla parola sumerica “Kur”, con la quale oltre 5000 anni fa veniva definita la ‘montagna’. Il territorio cosiddetto ‘Kurdistan’ comprende un’area di oltre 450.000 km², una delle aree più montagnose e ricche di foreste ed acqua di tutto il Medio Oriente, estremamente fertile, dove si praticano la coltivazione dei campi e la pastorizia.

La lingua kurda appartiene al gruppo linguistico indo-germanico e questo rende questa popolazione molto più vicina all’ Europa di quanto non si pensi. E’ molto probabile che la lingua e la cultura kurde si svilupparono durante la quarta era glaciale (20.000 – 15.000a.C.). Nella storiografia i Kurdi vengono menzionati per la prima volta come gruppo etnico insieme agli Hurriti (3.000– 2.000 a.C.).  A modificare profondamente il pensiero kurdo fu lo Zoroastrismo che tra il 700 ed il 550 a.C promosse uno stile di vita caratterizzato da un rapporto continuo e diretto con la natura. A ricoprire un ulteriore ruolo nella formazione di questo popolo, anche l’ influenza ellenica e le conseguenti contaminazioni culturali. Sotto l’ Impero Sassanide (216 – 652 d. C.) emersero in Kurdistan le prime strutture feudali.

Il declino dell’Impero Sassanide aprì la strada alla nascita di un’ aristocrazia curda fortemente feudale. La dinastia kurda degli Ayyubidi  (1175 – 1250 d. C.) si trasformò in una delle più potenti dinastie del Medio Oriente ed esercitò una grande influenza sui Kurdi. Alla conquista araba seguì l’islamizzazione del Kurdistan. A seguito della battaglia di Chaldoran nel 1514, vinta dagli Ottomani, il confine orientale naturale dell’impero si dilatò ad est. Il trattato di Qasr-e-Shirin stabilì ufficialmente i confini dell’Iran e della Turchia e i Kurdi vennero, di fatto, inglobati nell’ Impero Ottomano. Alla caduta di quest’ ultimo, Inghilterra e Francia ridisegnarono i confini del Medio Oriente, suddividendo il territorio del Kurdistan tra la neonata Repubblica della Turchia, l’Iran, la Siria, l’ Iraq e l’ Arzebaigian.

La questione kurda e quindi della mancanza di uno Stato kurdo rimanda, dunque,  al periodo successivo alla Prima Guerra Mondiale. Dopo un primo tentativo fallito e represso della Repubblica di Mahabad, fa il suo ingresso nella storia del popolo kurdo, Mustafà Barzani, esponente del clan dei Kurdi iraniani, la cui leadership sarà più divisiva che coagulante. E’ opportuno notare che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, il sentiero si fa ancora più travagliato perché la Guerra Fredda condiziona ogni parte del Mondo, compreso il Medioriente. A questa si aggiungano i diversi meccanismi che hanno finito per coinvolgere, loro malgrado, i Kurdi nei diversi conflitti regionali: si pensi ad esempio ai due conflitti Iraq-Iran.

Non va dimenticato il complesso rapporto con la Turchia che, sebbene inizialmente, negli anni ’20-’30, avesse provato ad integrare la minoranza kurda, vietandone addirittura l’ insegnamento della lingua, si è poi scontrata con il lato più estremista e nazionalista, rappresentato dal PKK, colpevole di aver scelto la lotta armata e il terrorismo invece del dialogo.

Con la caduta nel 2003 di Saddam Hussein, il problema kurdo non è ancora risolto. Nel 2011 iniziano le “primavere arabe”, il Medioriente è scosso. Nel 2014 nasce l’ ISIS, minaccia contro la quale, tuttora, i kurdi sono impegnati in prima persona. Ma pochi giorni fa, gli Usa hanno annunciato di aver interrotto il finanziamento dei ribelli siriani.

Ma a creare, da sempre, i maggiori ostacoli alla prospettiva di uno Stato unitario, sono le divisioni interne che logorano e non compattano. Per capire di più di un popolo di cui si sa molto poco, ci siamo rivolti a Massimo Campanini, famoso ed apprezzato islamista, esperto di Medioriente.

 

Partendo dalle origini, chi sono i Kurdi?

Bisogna fare, anzitutto, una precisazione etnico-linguistica nel senso che i kurdi sono di origine indo-europea. Dal punto di vista etnico, sono più vicini ai persiani che agli arabi: infatti, la lingua kurda è una lingua indo-europea come il persiano, non semitica come l’ arabo o l’ ebraico. Quindi c’è questa distinzione fondamentale che faceva dei Kurdi, già nel medioevo, un popolo a parte, ossia un popolo che non era né persiano né arabo né turco, un qualcosa di autonomo. Peraltro, nel medioevo, i Kurdi non hanno mai avuto, a mia conoscenza, velleità di creare Stati autonomi, nel senso che hanno sempre in qualche modo gravitato all’ interno degli imperi musulmani più grandi. Se prende, per esempio, il più famoso kurdo di tutti i tempi, soprattutto dei tempi medievali, cioè Saladino, questi è stato, prima di tutto, un generale al servizio degli Zengidi che erano di origine turca e che, all’ epoca delle crociate, erano signori di Damasco e di Mosul. Quindi, evidentemente, Saladino è diventato sultano d’ Egitto, ha poi dominato il Medioriente con la dinastia degli Ayyubidi, che era, per l’ appunto, una dinastia di origine kurda, ma a Saladino e agli Ayyubidi non è mai interessato creare uno Stato kurdo. Qui, direi, c’ è anche un misunderstanding di fondo di considerare questa identità kurda come un qualcosa che risale alla notte dei tempi. Il problema curdo, in realtà, si presenta alla fine della Prima Guerra Mondiale mentre precedentemente i Curdi avevano vissuto sotto l’ Impero Ottomano e non c’ era mai stata alcuna particolare ribellione kurda per staccarsi da esso. Alla fine della Prima Guerra mondiale, quando l’ Impero Ottomano è crollato e c’è stata la riscrittura territoriale del Medioriente con la spartizione mandataria, emerge quel senso di self-identity kurdo, anche perché il territorio kurdo, in seguito alla Grande Guerra, viene spezzettato tra cinque Stati diversi, ossia la Turchia, la Siria, l’Iran, l’ Arzebaigian e l’ Iraq. In tale condizione ed essendo gli anni 20 del ‘900, anni in cui nel mondo arabo-islamico emerge il problema del nazionalismo, emerge anche il problema del nazionalismo kurdo, che prima non c’era.

Tale nazionalismo porterà ad un momento importante della storia curda che si colloca quando viene alla luce un primo tentativo di “autonomismo kurdo”, con la Repubblica di Mahabad.

Questo è un tentativo di creare uno Stato kurdo autonomo, ma c’è una cosa importante che deve essere ricordata. Abbiamo detto che ci sono cinque grandi spartizioni del Kurdistan: quella siriana e quella arzebaigiana sono relativamente marginali, sia dal punto di vista del territorio sia dal punto di vista dell’ entità della popolazione; i tre grandi nuclei sono quello turco, quello iracheno e quello iraniano. A parte quello turco, nel senso che in Turchia c’è stato effettivamente un tentativo da parte dei Turchi di “turchizzazione”  dei Kurdi che sono stati chiamati “turchi della montagna”, cercando, ad esempio, di proibire l’ insegnamento della lingua kurda. Tentavi di assimilazione simili a quelli fatti dagli italiani nei confronti dell’ Alto Adige tedesco, che hanno creato delle reazioni, delle frizioni. Un altro fattore importante da ricordare è la continua lotta, il continuo conflitto tra l’elemento iracheno e l’elemento iraniano dei Kurdi. Questo perché i Kurdi iracheni e i Kurdi iraniani facevano riferimento a due grandi famiglie tribali diverse, ossia, rispettivamente, dei Talabani e dei Barzani, due veri e propri clan attorno a cui si coagulavano gli interessi e le differenziazioni tribali dei vari esponenti del “kurdismo” e che sono sempre stati l’ uno contro l’ altro armato a tal punto che durante la guerra Iran-Iraq all’ epoca dello Scià, i kurdi iracheni appoggiavano lo Scià e i kurdi iraniani appoggiavano Saddam Hussein, facendosi le scarpe a vicenda.

In questo momento, emerge la figura di Mustafa Barzani, nominato Ministro della Difesa della Repubblica di Mahabad. Che tipo di leader è stato Mustafa Barzani? Più divisivo che unificante?

I Barzani sono sempre stati nemici dei Talabani e questo non ha giovato all’ impresa kurda di realizzare uno Stato autonomo. Certamente è stato più divisivo. Barzani è stato a lungo tempo il punto di riferimento fondamentale dei Kurdi, era il personaggio e il gruppo clanico più potente all’ interno del mondo kurdo. Però questa preminenza del clan dei Barzani non era accettata dagli altri. Quindi non è che Barzani sia riuscito ad essere una specie di calamita in grado di coagulare, di compattare tutti i Curdi sparsi tra Turchia, Siria, Iraq, Iran, Arzebaigian. Motivo per cui, in realtà, quella che è stata la suddivisione del territorio del Kurdistan del 1925, dopo la Prima Guerra Mondiale, tra questi 5 Paesi, in realtà non si è più ricomposta. Poi, quando è caduto Saddam Hussein e Talabani in Iraq è emerso come Presidente della Repubblica, allora, ad un certo punto, è sembrato che i Kurdi avessero una carta molto forte da giocare per poter raggiungere l’ indipendenza.

Quanto e come il clima della Guerra Fredda ha influenzato il processo di formazione di uno Stato kurdo autonomo?

Certamente la Guerra Fredda ha condizionato la storia dei Paesi del Medioriente tutto. Se uno guarda al Kurdistan in senso stretto, si potrebbe dire che potenzialmente l’influsso non è stato molto forte perché in fin dei conti Turchia, Iran all’ epoca dello Scià Pahlavi, Iraq sotto la dinastia degli Hashemiti, erano tutti filo-occidentali. Quando l’ Iraq è diventato veramente indipendente dalla Gran Bretagna, ovvero dopo il 1958, prima con Qassim poi con Baath e infine con Saddam Hussein, non essendo più filo-occidentale come prima, è chiaro che la situazione è diventata più precaria e l’ elemento della Guerra Fredda ha potuto, in qualche modo, avere un ‘incidenza anche sul problema curdo. Però mi sono fatto una convinzione personale, forse un po’ negativa e un po’ contro-corrente rispetto alla vulgata e all’ immagine che normalmente si ha di questo problema: almeno fino a ieri, poi per quanto riguarda oggi e domani non lo so, molto della gravità della situazione del Kurdistan è frutto dei Curdi stessi perché, come dicevo prima, si sono sempre fatti la guerra l’ uno con l’ altro, non sono mai stati veramente uniti, ognuno andava per la sua strada, cercando di consolidare il proprio “orto” a discapito degli altri.

 Uno degli elementi che ha segnato e continua a segnare la storia kurda è il rapporto con gli Stati Uniti.  Potremmo definirlo un rapporto ambiguo?Come gli Usa hanno influenzato il percorso storico del popolo curdo durante il ‘900?

Questa è una domanda a cui darei una risposta interlocutoria nel senso che l’ inclinazione verso l’ Occidente all’ interno del mondo kurdo è una questione relativamente recente. I Kurdi sono sempre stati, per decenni, fino alla Seconda Guerra Mondiale, chiusi o comunque impegnati in queste loro schermaglie intestine con il sogno di realizzare questo Stato unitario. In questo senso, sicuramente, gli Stati Uniti hanno influenzato il percorso del popolo kurdo così come potrebbe essere influenzato da questa recente riproposizione dello schema della Guerra Fredda tra la Russia di Putin e gli Usa. Non si può però creare il mito dei kurdi filo-occidentali o filo-americani anche perché il problema non se lo sono mai posti prima, ma se lo pongono adesso che la situazione è cambiata e se lo sono posti, soprattutto, dopo la caduta,nel 2003,  di Saddam Hussein che ha aperto ai Kurdi, in primis iracheni, la possibilità di raggiungere un’ indipendenza e un’ autonomia che senza Saddam non potevano avere. Caduta di Saddam che li ha dunque costretti ad aprire gli occhi in un’ altra direzione. E’ pur vero che l’ Occidente ha guardato al Medioriente attraverso il filtro dei propri interessi, non curandosi delle conseguenze. Dovremmo renderci conto che guardando agli altri, pensando essenzialmente a noi stessi, può provocare delle reazioni negative, non soltanto rispetto al Medioriente.

 Quale ruolo ha avuto il PKK nel complesso rapporto prima citato con la Turchia. Potrebbe essere definito più negativo che positivo?

Il PKK non è che avesse tutti i torti o che i Kurdi turchi avessero tutti i torti. Avevano anche le loro buone ragioni, però il problema è sempre quello: come si risolvono i conflitti, soprattutto interni agli Stati? Pensiamo, con riferimento all’ esempio italiano, ai tempi del terrorismo alto-atesino. La realtà è pressappoco identica nel senso che i Kurdi sono rimasti in Turchia perché facevano parte dell’ Impero Ottomano e quando questo è caduto ed è nata la Repubblica Turca una parte dei Kurdi è rimasta in Turchia esattamente come quando, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, l’ Alto Adige è stato annesso al Trentino e quindi la popolazione tedesca è messa insieme alla popolazione italiana, questo ha provocato delle conflittualità. Che poi i Kurdi abbiano deciso di prendere le armi e di fare la lotta armata questo non vuol dire che debbano essere considerati eroi della libertà solo perché Erdogan è nemico dell’ Occidente, secondo lo strabismo dei nostri occhi.

 I Kurdi si ritrovano in una sorta di tenaglia: da una parte c’è la Turchia di Erdogan, dall’ altra la Siria, oggi guidata da Bashar al-Assad.

Sì. Bisogna considerare, però, che se si pensa al mondo kurdo nella sua totalità, i Kurdi siriani sono una minoranza nella minoranza. Anche se si dovesse creare uno Stato kurdo indipendente che metta insieme i diversi pezzi, il nucleo siriano sarebbe l’ ultima “ruota del carro” nel senso che sono piccoli rispetto ai milioni di persone che ci sono in Turchia e Iraq. Non va dimenticato che Assad è stato l’ unico dei capi di Stato coinvolti nelle cosiddette “primavere arabe” che è rimasto in piedi. Allora essendo stato l’ unico dei capi di Stato arabi rimasto in piedi dopo le rivolte, è ovvio che non si può cancellarlo da un momento all’ altro perché  farlo vorrebbe dire riattivare altre forze di conflitto intestino. Nessun dittatore rimane in piedi se non ha un qualche appoggio. Assad lo ha avuto innanzitutto dall’ esercito. Se si decidesse di cancellare Assad, ci sarebbero dei suoi partigiani pronti a ribellarsi. Una Siria potenzialmente stabile, per prima cosa, dovrebbe essere federale esattamente come l’ Iraq; in secondo luogo, dovrebbe trovare, anche se in qualità quasi esornativa, un posto per Assad.

 Anche perché il rischio è una “seconda Libia”. Dal suo punto di vista, non c’è stato anche un uso strumentale, nel corso della seconda metà del ‘900, anche all’ interno dei diversi conflitti che hanno interessato il Medioriente, di questa rivendicazione di uno Stato autonomo?

Quando c’è stata la spartizione dopo la Prima Guerra Mondiale e quando sono nati negli anni ’20,’30,’40 la Turchia kemalista, l’ Iran dei Pahlavi, la Siria e l’ Iraq del Ba’th, è chiaro che ognuno di questi Stati non aveva nessuno interesse a lasciare spazio ai Kurdi. E’ altrettanto chiaro che la nascita e il consolidamento delle nuove compagini statali del Medioriente hanno fatto sì che i Kurdi si trovassero in una tenaglia. Ma in questa tenaglia, a parte la Repubblica di Mahabad in cui ci sono diversi punti oscuri, nel senso che poi, in fondo, è rimasta da sola, nessuno è partito per andare a difenderla, ci sono finiti anche per le differenze interne al “kurdismo”.

Potrebbe essere vicina, secondo lei, la formazione del Kurdistan? Il referendum annunciato da Masrour  Barzani potrebbe essere la svolta decisiva?

Io non sono così sicuro che gli elementi della diaspora kurda nei vari territori siano assimilabili in un territorio di uno Stato omogeneo e compatto, anche perché, inevitabilmente, ci sono usi e costumi diversi che sono tanti quanti sono i vari nuclei che si sono creati nei diversi Stati: il kurdo che vive in Turchia non è come quello che vive in Siria perché mentre il primo è turco, il secondo è arabo. Si rischia di mettere insieme, un po’ come quando c’è stata la riunificazione italiana, una popolazione che è kurda, come gli italiani del Risorgimento, ma in cui le differenze restano. Ad esempio i Kurdi iracheni hanno il petrolio, i Kurdi turchi no. Allora in uno Stato che diviene unitario, la preminenza dei Kurdi iracheni che potrebbero avere la possibilità di gestire l’ arma del petrolio, rispetto ai Kurdi turchi che non ne hanno, potrebbe divenire causa di un conflitto interno. E’ un po’ come il discorso, per tornare all’ esempio italiano, del Nord industrializzato e il Sud contadino. E poi bisogna considerare un altro elemento: si immagina la Turchia che permette che una parte del proprio territorio si scinda? Il Kurdistan turco copre una fetta di territorio che arriva quasi ad un quarto del territorio della Turchia, con una popolazione di diversi milioni di abitanti. E’ chiaro, allora, che questo diventerebbe un pericolosissimo motivo di crisi internazionale anche perché, oltrettutto, i turchi essendo estremamente nazionalisti, non potrebbero facilmente a cuor leggero permettere a dieci milioni di Kurdi di andarsene, creando le premesse per una guerra. Quindi creare uno Stato kurdo indipendente, nella situazione in cui si trova oggi il Medioriente, così fortemente destabilizzato, con la Siria che è ancora nella tempesta, con l’ Iraq che è quel che è, con Erdogan in Turchia preso dalle sue difficoltà, potrebbe essere una vera e propria bomba, innescando, all’ interno di un contesto geopolitico già precario, un ulteriore elemento di instabilità.  Dal mio punto di vista, si tratta di una sfida estremamente pericolosa oggi.

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