domenica, Ottobre 25

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Per primo mi rendo conto che il titolo dato a questo articolo non da pienamente ragione alle, forse, “sproporzionate” ambizioni che esso ha rispetto alle situazioni di fatto. La scelta del titolo, non è sicuramente fuorviante, ma sicuramente in qualche misura riduttivo. Anche perché, impostando la questione in questi termini, fatalmente si cade nella trappola, oramai pluriennale, nella quale hanno cacciato qualsiasi ragionamento che intenda sviluppare una progettazione organica della Cultura. Ossia la prima cosa che dicono i più, con miopia intellettuale ragguardevole, sono argomentazioni sul “costo” per la collettività stessa della Cultura.

Da molti anni oramai, l’approccio a queste tematiche è solo in rapporto ai costi-benefici. Cosa che potrebbe anche avere una logica se venissero applicati dei parametri di valutazione con ciò che si deve misurare. Rammento per primo a me stesso l’art. 9 della Costituzione il quale recita nel modo seguente: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura, e della ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione.” Già l’inserimento di questo articolo tra i primi dieci della nostra carta fondativa è molto indicativo dell’orientamento che i “Padri costituenti”, avevano l’intenzione di imprimere a tali argomenti. Ossia prioritari, come in qualsiasi Paese del consesso civile dovrebbe essere.

Gli aspetti estremamente rilevanti da considerare, e con particolare apprezzamento, rispetto allo sguardo di oggi, sono almeno due: il primo è quello dal quale si evince che la materia affrontata nell’articolo 9, non viene intesa come un problema o un costo. Bensì “la Repubblica promuove”. Di conseguenza una attività, che si badi bene non solo “tutela” ma “promuove”, deve e a ragione, essere stata considerata, produttiva di utilità per la cittadinanza sotto più punti di vista. Ma l’aspetto forse più interessante da considerare, è il fatto che gli argomenti citati furono affrontati unitariamente. Ponendo così le basi, a mio avviso, di un vero e proprio orientamento giuridico, a supporto di attività che vanno a comporre il necessario e fondamentale mosaico della identità nazionale.

Certo come giusto che sia, una Carta Costituzionale, contiene principi di ordine generale che permeano, lo spirito e i valori, della comunità di riferimento. E’ compito della legislazione ordinaria, e quindi della classe politica nel suo complesso creare i punti di snodo e le condizioni favorevoli affinché si possa dare un soddisfacente coronamento al dettato costituzionale. E su questo, non vorrei dilungarmi in biasimevoli commenti sulla nostra classe politica, per i suoi inadempimenti anche in questo campo, semplicemente perché è talmente “fuori dal mondo”, per cui non ci sono parole spendibili. Basti pensare che in più di sessant’anni, non sono stati in grado di licenziare una legge sul Teatro. Lasciando così di fatto il settore in balia delle competenze(?), dei burocrati del Ministero.

Stroncare una visione organica, come quella indicata felicemente dalla Costituzione, dei settori previsti all’articolo 9, può annoverare tra le sue fila una nutrita, e purtroppo rilevante schiera di sabotatori. I politici e la classe burocratica a braccetto, uniti nel sempiterno progetto (penso che sia l’unico che hanno) di fare in modo, che non possa in nessun caso, venirsi a determinare una qualsiasi forma di cessione del loro potere. Da qui la feroce difesa della netta separazione tra universi del sapere umanistico, da quelli del sapere tecnico e scientifico. Come diceva quel signore che la sapeva lunga “dividi et impera”. Sempre da queste posizioni conservatrici (non in senso politico o filosofico, troppa grazia sarebbe) miranti solamente al mantenimento delle loro rendite di posizione, e del loro potere, il sospetto e la demonizzazione dell’intervento di energie professionali ed economiche private, in questi comparti.

Ma le cose gradualmente, con fatica, a macchia di leopardo, stanno cambiando. E questo forse uno dei pochi, se non l’unico aspetto positivo dell’integrazione europea. Nei confronti in tali sedi, con le altre Nazioni, tra i nostri modelli organizzativi, le risorse da noi destinate a questo settore, il reddito e la coesione sociale che essi producono a partire dai dati occupazionali, è sinceramente sconfortante. Ma nonostante ciò, qualcuno comincia, con apprezzabile capacità analitica e propositiva, a dare uno sguardo organico e d’insieme, a quello che in termini economici può essere definito comparto. La cosa singolare sotto un profilo logico, è che questo compito dovrebbe spettare ai politici. E’ la politica che ha il compito di tratteggiare scenari, progettare il futuro. Come cittadini, siamo oramai talmente abituati, a vivere nel gorgo del nulla (a voler essere generosi), che neanche ci ricordiamo più quale potrebbe essere la funzione nobile della politica. Questo universo di politicanti, sta sempre passi indietro rispetto alla realtà.

Il mondo dell’impresa, da tempo ha drizzato le antenne, e individuato nell’integrazione dei Beni Culturali, del turismo e del made in Italy, “energia pulita” per far ripartire il nostro sistema Paese. Tutti argomenti, che in maniera stimolante l’economista e Presidente della Fondazione Roma, Emanuele Francesco Maria Emanuele, affronta nel libro di cui è autore “Arte e Finanza” (Edizioni scientifiche italiane). A suo avviso, promuovendo questi settori, e credendo in essi, enei suoi operatori, si potrebbero creare i presupposti per un vero e prorio “nuovo Rinascimento”. La voce di Emanuele non è, fortunatamente, solitaria nel mondo dell’impresa e degli economisti. Indicare un percorso del genere in un momento di crisi forte come quello attuale, assume un significato di tutto rilievo. Uno in particolare, che forse è giunto il tempo di ripensare il nostro modello di sviluppo dalle fondamenta. La pressione della realtà, scardinerà ancora una volta le inconcludenti insipienze di coloro i quali hanno ricevuto il nostro mandato elettorale. Che segnali di ottimismo vengano da economisti, trattando di Arte e Cultura, e indicando in questi settori la via della riscossa, è una bella soddisfazione. Pure perché oramai è chiaro a tutti, che i ”costi” veri, non solo in termini economici ma forse ancor più dolorosamente morali, erano quelli della politica. Un’euro speso per l’arte o la Cultura, non è solo un’investimento sul bello e sui saperi, ma anche sulla moralità di una Nazione. E di questo penso, si può essere certi.

 

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