mercoledì, Luglio 24

Cuba tra Washington e Pechino

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La morte di Fidel Castro segna con ogni probabilità uno spartiacque nella storia delle relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti. Sotto la guida del lider maximo, l’isola caraibica è riuscita nello sforzo titanico di resistere a un numero imprecisato di tentativi di golpe e a oltre 50 anni di embargo Usa, dapprima grazie anche all’aiuto dell’Unione Sovietica, e in tempo più recenti al supporto dei movimenti di ispirazione bolivariana e antimperialista sorti in Venezuela, Argentina, Brasile, Ecuador e Bolivia. Con la morte di Hugo Chavez, la caduta di Dilma Rousseff e la sconfitta elettorale di Christina Kirchner, Cuba ha perso alcuni dei suoi alleati cruciali in America Latina, ma in compenso ha avviato un progressivo scongelamento delle relazioni con Washington rapidamente tradottosi in cospicui benefici economici. L’allentamento del blocco ha permesso ai cubani di ricevere dalle famiglie residenti negli Stati Uniti qualcosa come 3,5 miliardi di dollari in vestiti, scarpe, computer, elettrodomestici, accessori tecnologici, ecc., ed all’economia nazionale di beneficiare di altri 3,4 miliardi di dollari (somma superiore a quella realizzata dall’export annuale) in rimesse che hanno ridato vigore alla bilancia dei pagamenti.

Si tratta comunque di un’apertura minima, visto che l’embargo commerciale è rimasto in vigore facendo sì che solo l’1,5% delle esportazioni cubane finisca negli Stati Uniti. Il rapporto con la Cina, che L’Havana riconobbe già nel 1960, è invece molto proficuo, come testimoniato dai 2,2 miliardi di dollari di scambi bilaterali e dal proliferare di merci cinesi in tutta Cuba. Il servizio di trasporto pubblico cubano si serve solo ed esclusivamente degli autobus fabbricati dalla compagnia cinese Zhengzhou Yutong per scorrazzare i turisti in giro per l’isola, gli aerei civili della Air China trasportano ogni settimana migliaia di turisti cinesi (che valorizzano così i quasi 500 milioni di dollari investiti dal governo cubano nel potenziamento del settore turistico) facendo la spola tra l’ex Impero Celeste e l’aeroporto de L’Havana con scalo a Montreal, i bancomat cubani accettano le carte della China Union Pay e il gigante hi-tech Huawei è stato incaricato della realizzazione di un’efficiente rete infrastrutturale volta a permettere a tutti gli abitanti dell’isola di accedere ad internet.

L’influenza cinese a Cuba non si limita a questo, come testimoniato dal fatto che, a partire dal 2010, Raul Castro ha iniziato ad apportare una serie di cambiamenti politici ed economici apertamente ispirati al modello cinese. L’eliminazione di alcune ferree restrizioni che gravavano sulla piccola imprenditoria privata operante nel settore del turismo (dai ristoranti ai negozi agli alberghi) e l’introduzione di alcune notevoli agevolazioni alla venuta di visitatori stranieri rappresentano un primo passo in questa direzione, sebbene la leadership politica cubana sia stata attenta a non accelerare troppo i tempi del cambiamento onde evitare pericolose distorsioni. I prezzi nell’isola rimangono calmierati, e lo Stato detiene il controllo di una parte più che preponderante dell’economia nazionale, ma il processo di trasformazione del sistema sembra divenuto ormai irreversibile, specie dopo la morte del rivoluzionario-conservatore Fidel Castro che sembrava opporsi a questa evoluzione. Almeno così credono i mercati, come suggerito dall’aumento vertiginoso delle quotazioni dell’unico fondo che investe a Cuba realizzato a seguito della morte del lider maximo.

Molto difficilmente gli Stati Uniti tollereranno che un piccolo Paese – per quanto ribelle e indisciplinato – situato nel bel mezzo del proprio ‘cortile di casa’ continui a sfuggire all’egemonia Usa per abbracciare i cinesi. Ed è probabilmente in forza di ciò che il nuovo presidente Donald Trump ha annunciato che il processo di normalizzazione delle relazioni bilaterali va rivisto, poiché ha impegnato gli Stati Uniti ad alcune aperture unilaterali senza ottenere nulla in cambio da Cuba. Stessa conclusione a cui era giunto il ‘Washington Post’ nello scorso gennaio, scrivendo che: «l’apertura del presidente Obama nei confronti di Cuba non sembra essere all’altezza dei suoi obiettivi dichiarati. Quando nel dicembre 2014 gli Stati Uniti annunciarono la fine di 50 anni di ostilità, le intenzioni erano quelle di “permettere a undici milioni di cubani di sfruttare il proprio potenziale”, “coinvolgere e rendere autonomo il popolo cubano”, e “sostenere il nascente settore privato cubano”, tra le altre cose. L’amministrazione Obama ha continuato a giustificare con questa logica le sue ultime mosse. Le nuove norme dei dipartimenti americani del Tesoro e del Commercio – entrate in vigore lo scorso 27 gennaio – hanno eliminato ulteriormente le restrizioni alle esportazioni di merci verso Cuba, e allentato le limitazioni per il trasporto di prodotti via mare verso l’isola. Tali norme permetteranno alle banche di finanziare le esportazioni verso Cuba con l’eccezione dei prodotti agricoli, ancora sottoposti ad embargo. Non sarà più necessario, come prima, usare i contanti o far passare le merci attraverso un Paese terzo e a sua volta più aperto verso Cuba […]. Allo stesso tempo, gli acquisti di prodotti americani da parte di Cuba hanno registrato un calo percentuale a due cifre […]. Gli eventuali accordi commerciali derivanti dalle ultime misure americane andrebbero tutti a vantaggio delle organizzazioni statali cubane, le uniche a cui è permesso di occuparsi del commercio estero».

Ciononostante, non risponde affatto al vero che, come scrive ancora l’autorevole quotidiano statunitense, «non esistono prove del fatto che a Cuba siano in atto profonde trasformazioni», visto che nell’isola è in atto un lento ma assai ben avviato mutamento di pelle del sistema. Il vero problema per gli Usa è che la morte di Fidel Castro sembra non preludere affatto all’attesissimo inglobamento di Cuba nella sfera egemonica Usa, perché la leadership de L’Havana intende aprirsi al vento della globalizzazione per gradi e secondo modalità che non rispondono ai canoni del ‘Washington consensus’ (privatizzazioni, liberalizzazione totale dei flussi finanziari, riduzione dei salari, taglio dei servizi pubblici, ridimensionamento del ruolo dello Stato). Cuba ha bisogno di forti investimenti per ammodernare le proprie infrastrutture, l’industria e i servizi, ma finché Raul Castro rimarrà al timone sarà lo Stato a gestire questo processo di conversione economica e a dettarne i tempi di applicazione, esattamente come è accaduto in Cina dai tempi di Deng Xiaoping in poi.

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