domenica, Giugno 7

Cuba e la sua diplomazia medica all’epoca del Coronavirus Una tradizione di 60 anni che ora sbarca in Italia, ovvero per la prima volta in un Paese del G7. Conviene a l’Avana, ma anche a Roma, alla ricerca di un multilateralismo di convenienza

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La situazione coronavirus Covid-19 a Cuba negli ultimi giorni è peggiorata. Giovedì c’erano 80 pazienti, sabato già 139 (e tre morti), affermano i corrispondenti di ‘El Pais’. Finora sull’isola sarebbero stati effettuati solo 1.600 test diagnostici e le prime infezioni da trasmissione indigena sono già state confermate a Matanzas. «Cuba è ufficialmente in una fase pre-epidemica», ha detto domenica il Ministro della sanità pubblica, José Ángel Portal, aggiungendo che il Paese entra nella «fase più complessa».
Le
scuole sono chiuse, l’ingresso di stranieri(turisti) bloccato, misure di distanziamento socialeattuate già da giorni, insieme alle azioni di assistenza sociale condotte dalla Federazione delle Donne Cubane (FMC) e dai Comitati di Difesa della Rivoluzione presso le comunità, considerate un fattore essenziale nella battaglia che l’isola ha intrapreso per fermare la pandemia di Covid-19, secondo i dati di ieri, questi volontari avrebbero visitato 642.560 famiglie. Il tutto in un Paese che, grazie alle sanzioni dell’Amministrazione Trump degli ultimi tre anni volte a soffocare l’Avana, ha una situazione economica a dir poco problematica.
Eppure, malgrado lo scenario preoccupante,
Cuba non ha smesso la sua diplomazia medica.

L’Italia ne è un esempio: 52 medici italiani sono arrivati a supportare i medici lombardi.
E proprio la diplomazia medica è stata al centro dell’ultimo scontro tra Washington e L’Avana. Cuba ha inviato brigate mediche in oltre una dozzina di Paesi, tra cui Italia e Andorra. Gli Stati Uniti hanno sollecitato alleati e non a rifiutare questa collaborazione, perché Cuba presumibilmente sfrutta il suo personale sanitario. «Cuba offre le sue missioni mediche internazionali a coloro che sono affetti da Covid-19 solo per recuperare i soldi persi», si afferma dagli Stati Uniti. Cuba ha immediatamente risposto: «La campagna internazionale di discredito del governo degli Stati Uniti è immorale».

Ma non solo Washington non gradisce questo intervento. Anche in Europa, e in Italia in particolare, c’è chi mette in discussione questa disponibilità cubana.
In Italia, poi, si è aggiunto l’intervento cinese e quello russo, il che ha fatto bollare il tutto, da parte di alcuni, comel’Asse Rosso’.
Una preoccupazione sollecitata da molti interventi di analisti internazionali, americani in primis, concordi nell’affermare che l’azione che la Cina sta conducendo è una poderosa operazione
di soft power. Pechino sta mettendo a disposizione medici, dispositivi sanitari, competenza, esperienza e anche capitali. A differenza di quanto, all’inizio del disastro di Wuhan si riteneva, non solo la Cina si sta velocemente riprendendo, ma, anzi, sta trasformando una calamità in una grande positiva occasione per crescere sullo scenario internazionale.
LItalia, poi, è stato il primo Paese del G7 ad aderire alla Nuova Via della Seta, la Belt and Road, con grande contrarietà da parte di Washington come di Bruxelles.

Poi ci sono i russi. L’Italia è sempre stata uno dei Paesi sostenitori della linea morbida circa le sanzioni alla Russia, tanto che l’estate scorsa, si era arrivati a ventilare un asse Roma-Mosca per la revoca delle sanzioni, e anche in questo caso con grande contrarietà americana. Per altro l’Italia ha saputo mantenere una linea diplomatica apertissima con Mosca, per esempio con una iniziativa molto strategica -molto di più di quel che può apparire- quale quella del Forum Economico Eurasiatico, guidata da uno che al Cremlino c’è di casa, praticamente come nei palazzi che contano in Italia, Antonio Fallico.

Cuba, Cina, Russia. Le tre carte di un Paese in posizione strategica al centro di quel Mediterraneo che sempre più fa gola da Pechino a Mosca, con una Cuba nel ruolo di pied-à-terre in America Latina.

Tornando a Cuba, lItalia è il primo Paese europeo sviluppato che ha deciso di accettare l’aiuto di Cuba«L’eccellente formazione dei medici cubani e il fatto che sono abituati a lavorare in situazioni precarie e ad alto rischio forniranno un prezioso supporto al popolo italiano», afferma Stéphanie Panichelli-Batalla, Professore associato di Sviluppo sostenibile, presso l’Università di Warwick.

Da quasi 60 anni Cuba invia operatori sanitari in tutto il mondo. Lo fa in nome della solidarietà –«l’assistenza sanitaria universale e l’internazionalismo» al centro della filosofia di Castro, secondo il «concetto socialista per il quale tutti dovrebbero avere le stesse opportunità nella vita» a livello globale-, ma anche per quella che viene definita ‘diplomazia medica’ e «per fare soldi per aiutare il Paese a sopravvivere all’embargo statunitense».
La prima missione fu quella in Algeria, nel 1963, e da allora,
Cuba ha inviato più di 400.000 operatori sanitari a lavorare in 164 Paesi, secondo le statistiche pubblicate dai media statali, nei casi di calamità ma anche per intervenire in aree disagiate a supporto dei sistemi locali.
C’è da ricordare che l’Italia ha rapporti anche economici consolidati con la piccola isola.

Questi interventi, spiega Panichelli-Batalla, «nascono da accordi di cooperazione commerciale tra il Paese destinatario e Cuba», per tali interventi «il Governo cubano viene pagato in contanti o in beni», e in forza sullo scenario internazionale.

Non è insolito, dunque, che Cuba mandi il suo personale sanitario a sostenere Paesi in emergenza (nel 2019, oltre 28.000 operatori sanitari cubani hanno lavorato all’estero, prima dello scoppio del coronavirus, erano in 59 Paesi), ma è la prima volta che, per altro in tempi ridottissimi come si addice a una grave emergenza, Cuba è chiamata intervenire in un Paese europeo del G7. Dal punto di vista diplomatico è tutt’altro che secondario.

Due le domande da porsi: quanto questa diplomazia può aprire canali di comunicazione e intesa, in grado di facilitare poi il riavvicinamento con Paesi in aperto scontrodiplomatico, piuttosto che impegnati in guerre commerciali o altro? e quanto frutta in termini di soft power?

Gli analisti di politica internazionale definiscono questo come la ‘ diplomazia del disastro’. Secondo analisti, diverse forme di diplomazia in caso di calamità e diplomazia sanitaria non hanno portato a nuove e durature iniziative di pace.

Viene fatto l’esempio dell’uragano Katrina, molti avversari statunitensi hanno offerto aiuto. Cuba aveva detto di poter fornire centinaia di medici insieme a tonnellate di forniture mediche. La Cina ha offerto esperti medici, mentre la Russia si era detta pronta inviare acqua potabile e dispositivi sanitari. Il Governo degli Stati Uniti ha rifiutato quasi tutte le offerte.

L‘uso di interventi sanitari per promuovere una politica estera pacifica e lo sviluppo della cooperazione comunitaria attraverso iniziative legate alla salute, che hanno avuto molti beneficima non quelli politici, infatti, in queste situazioni, le influenze diplomatiche a lungo termine sono mancate.
Gli americani hanno fornito aiuti all’Iran in occasione dei grandi terremoti del 1990, 2002 e 2003, e le relazioni USA-Iran sono sotto gli occhi di tutti. Da aggiungere che in occasione del coronavirus gli USA non solo non hanno fornito aiuti, ma addirittura non hanno sollevato le sanzioni. Gli accordi con l’Iran sulle armi nucleari sono migliorati o peggiorati a secondo dei politici in carica. «La diplomazia dipende dai leader».Mentre, invece, secondo altri, separare la gestione delle malattie da questioni politiche più ampie ha portato ad alcuni successi, tra cui l’eradicazione del vaiolo e la peste bovina.

Tuttavia, la mancanza di successi passati non significa che non ci siano prospettive per una svolta.
Alcuni
osservatori, sostengono che i Paesi dovrebbero perseguire attivamente la diplomazia del coronavirus,usando la diffusione del contagio come un’opportunità per forzare o spalancare le portea Paesi quali Corea del Nord, Iran e altri. E però, «Non esiste alcun legame tra gli aiuti umanitari durante un’emergenza virale e un’amicizia a breve termine o una diplomazia a lungo termine».

Il riconoscimento della necessità, in tempi di globalizzazione, della diplomazia medica è stata sostenuta, già molti anni fa, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, anche come utile strumento di politica estera contemporanea, oltre che essenziale per affrontare le crisi mediche e sanitarie globali sia reali che potenziali.

Covid-19 ha chiaramente illustrato, sostengono in particolare gli osservatori africani, «che la pandemia è la più grande minaccia alla globalizzazione anche tra amici e alleati. La dichiarazione di Donald Trump di sospendere tutti i voli dall’Europa, incluso il Regno Unito, è una grande lezione circa l’entità della crisi sanitaria contro l’internazionalizzazione e la globalizzazione«».
Stessa linea di alcuni tra i maggiori opinionisti musulmani, per i quali la condivisione di conoscenze e competenze mediche è una cultura che risale a secoli molto addietro; una diplomazia medica, per altro, sostenuta molto prima dell’avvento di COVID-19.

La speranza è che le reti regionali e globali sappiano collaborare per prevenire e combattere insieme pandemie e altre malattie pericolose al fine di fermare la loro diffusione in altri Paesi e regioni. «La performance economica globale è la preoccupazione di ogni Nazione. La diplomazia medica porta a tre diversi risultati; interesse politico, impegno a proteggere i diritti umani universali e vantaggi economici diretti e indiretti».

Il risvolto politico è quello di una solidarietà che conferisce uno status internazionale e cementa alleanze, come spiegato spiega all’agenzia ‘AGI’ da Aleksandr Baunov, analista del Carnegie Center di Mosca.
Con l’operazione militare di aiuti inviati nel nostro Paese per combattere l’emergenza Covid-19, la Russia, sostiene Baunov,
«si inserisce nel solco della tradizione di superpotenza, che intende proseguire» e allo stesso tempo riesce, per contrasto, a metter in evidenza la mancanza di solidarietà in seno all’Europa e agli Stati membri Nato da cui Roma non ha trovato facile sostegno.
«In un mondo dove l’egoismo è un riflesso automatico nella risposta al Covid-19, quelli che praticano solidarietà possono farsi una reputazione» , sostiene il direttore del Carnegie di Mosca, Dmitri Trenin. «La Cina lo ha capito per prima, seminando aiuti e specialisti in Italia, Africa e altrove. Ora la Russia segue i suoi passi».

Scontato, dunque, un forte ritorno d’immagine sia sul fronte esterno, che su quello interno. I Kamaz dell’Esercito che attraversano mezza Italia -pur sempre un Paese Nato- e le immagini dei militari di Mosca che studiano la carta geografica italiana come fossimo in guerra sono state diffuse con particolare solerzia dal Ministero della Difesa di Mosca, che coordina l’operazione, affermano dal Carnegie.

Cuba, in misura certamente minore, sta conducendo la stessa politica, lo fa ora, come lo sta facendo da anni, con un successo importante: lo sta facendo in un Paese che quale membro UE può sempre far comodo avere come amico.
Il multilateralismo italiano potrebbe prendere forma, e magari anche fare scuola, almeno nel sud Europa. Cuba ha bisogno di amici e di rafforzare le amicizie che ha. L’Italia ha necessità di apparire, a Roma come a Bruxelles, potenzialmente capace difare da sola’, poter gettare sul tavolo verde queste tre carte potrebbe fare un qualche effetto.

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