sabato, Agosto 8

Cuba: in attesa delle riforme dopo Castro Cuba si prepara al voto, la svolta post-castrista che potrebbe risollevare le sorti dell’economia statale del Paese

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Domenica 11 marzo avrà inizio per Cuba un lungo periodo elettorale, che si aprirà con la scelta  dei delegati delle 15 province e dei deputati dell’Assemblea nazionale, e che terminerà esattamente il 19 aprile con l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.

Cuba si prepara ad accogliere quello che potrebbe essere il definitivo allontanamento del nome dei Castro, cardine di sessant’anni di rivoluzione, dalla guida del Paese. Sta per avere inizio una nuova fase storica e di presidenza cubana, che vede da un lato la candidatura di quello è che considerato dalla maggior parte dei cittadini il voto ‘lindo’ della nuova Cuba, ovvero il fedele vice Presidente di Raúl Castro, Miguel Díaz-Canel, e dall’altra Alejandro Castro Espin, figlio dell’attuale leader. Con ogni probabilità, per non dare l’impressione di una successione monarchica all’interno della famiglia, il ‘piccolo’ castro non guiderà il Paese, ma si limiterà ad essere ‘dietro le quinte’ una figura presente e per certi versi ‘ingombrante’ per il futuro Presidente.

Ormai per ragioni biologiche, l’ epocale svolta post-castrista iniziata dieci anni fa con la morte di Fidel Castro, sta per concludersi, e la popolazione, ripone le proprie speranze in quella che sarà la nuova Amministrazione dell’isola.

«Il nuovo Governo avrà la forza e il coraggio politico, l’immaginazione e la competenza per liberare l’economia dormiente dalla sua prolungata stasi e attuare una serie di riforme audaci e lungimiranti?». Questo è ciò che si chiede Richard E. Feinberg membro associato del centro di ricerca ‘Brookings Institution‘, nel report ’Cuba’s economy after Raùl Castro: a tale of three words’. Durante il decennio della presidenza di Raúl Castro, dal 2008 al 2018, la performance generale dell’economia cubana è stata profondamente deludente. La persistente carenza di beni di prima necessità, il razionamento dell’energia e l’inflazione dei prezzi hanno avuto effetti evidenti sulla vita quotidiana della popolazione. Gli stipendi in molti posti di lavoro nel settore pubblico non coprono i bisogni primari delle famiglie, di conseguenza, questo ha favorito l’aumento della migrazione verso altri Paesi e la fuga dei cervelli sta danneggiando gravemente la forza lavoro, andando a gravare ancora di più sull’ economia interna cubana.

Diversi i settori colpiti dalla recessione: la produzione nel settore agricolo, che impiega ancora il 13% della forza lavoro del Paese, per molte colture, è oggi pari o in alcuni casi inferiore ai livelli raggiunti nel 2005. Nel settore dell’energia, la produzione nazionale di petrolio tra il 2016 e il 2017 si è abbassata rispetto al decennio precedente e la produzione industriale è rimasta al di sotto dei livelli del1989. Nel settore minerario, è diminuita anche la produzione di nichel, che rappresenta la principale esportazione di materie prime di Cuba. Altrettanto angoscianti sono stati i tassi straordinariamente bassi dei risparmi e degli investimenti nazionali, pari a circa il 10% del PIL, e alla metà di quelli dell’America Latina e dei Caraibi. Il capitale azionario di Cuba continua a deteriorarsi, contribuendo a crolli cronici, ritardi nelle consegne, carenze e mercanzie scadenti.

La stagnazione dell’economia cubana si è verificata durante un decennio in cui gran parte del resto del mondo ha fatto un passo avanti. Nelle tecnologie dell’informazione ma anche nell’industria, nell’agricoltura e nei servizi finanziari, il ritmo frenetico della tecnologia e

le innovazioni manageriali sono accelerate, lasciando Cuba sempre più indietro.

Le esportazioni delle merci a Cuba sono scese a meno di 3 miliardi dollari nel 2016, al di sotto dei livelli del 2006. Le esportazioni, per alcuni anni sono state incrementate dal Venezuela che barattava petrolio per personale medico cubano al di sopra del valore di mercato, e questo ha contribuito a bilanciare il conto corrente di Cuba. Oggi però il Paese sta vivendo una grave e debilitante crisi della bilancia dei pagamenti. Le autorità hanno dovuto tagliare le importazioni,

da circa 15 miliardi di dollari nel 2013 a 10,4 miliardi di dollari nel 2016. Tutti questi fallimenti nell’aumentare la produzione, sia per i mercati nazionali che internazionali, sono la chiara dimostrazione, spiega Feinberg nel suo report, dell’incapacità che ha avuto il Governo cubano nel riformare l’economia statale non permettendo al settore privato di esportare le proprie merci.

Negli ultimi decenni numerosi piani, risoluzioni e normative hanno mirato a migliorare l’efficienza delle imprese di proprietà statale (SOE). E’ stato inserito un livello organizzativo completamente nuovo, Organizzazioni Superiori di Gestione Aziendale (Organizaciones Superiores de Direccion Empresarial, o OSDE), per fare da cuscinetto tra lo Stato e le SOE, e ha portato come unico risultato ulteriori livelli di burocrazia e maggiori ritardi.

Ci sono diverse spiegazioni per l’inerzia dell’economia statale. In quanto entità economiche, gli SOE raramente subiscono sanzioni di mercato in caso di fallimento. D’altra parte, spiega Feinberg, i manager non sono adeguatamente ricompensati per correre rischi o incrementare le innovazioni, i lavoratori ricevono salari di sussistenza e questo è motivo di furti su larga scala e attività di mercato nero.

Il perché di questo meccanismo scrive Feinberg, è che Cuba rimane uno Stato iper-centralizzato in cui tutto il potere si concentra nella parte più alta della piramide decisionale. «L’apparato statale e il Partito comunista di Cuba (PCC) coincidono con il Consiglio di Stato e l’Ufficio politico del PCC (e le alte cariche delle forze armate)», si legge nel report. «Le decisioni importanti e anche quelle non così importanti, devono ricevere il timbro di approvazione dai livelli più alti. I dirigenti di SOE sono abituati a ricevere istruzioni annuali dettagliate per la gestione delle loro imprese. Non sono né abituati a prendere iniziative, né sufficientemente ricompensati per farlo. Ogni investimento straniero richiede l’approvazione del Consiglio dei ministri e spesso dello stesso Raúl».

Questo malessere a livello macroeconomico, tuttavia, oscura l’emergere di un’economia più complessa e diversificata. Nonostante siano state affrontate molte restrizioni ufficiali, l’economia privata è decollata, fornendo posti di lavoro e reddito a ben quattro cubani su dieci in età lavorativa,secondo quanto riporta Feinberg. Nell’ultimo decennio, l’economia privata è esplosa. Secondo uno studio di ONEI (oficina nacional de estadistica e informaciòn), il numero di lavoratori autonomi autorizzati è passato da circa 150.000 nel 2008 a circa 580.000 nel 2017. «Ma questi numeri sono solo un indicatore della nuova forza dell’economia privata», afferma Feinberg. Infatti, la maggior parte dei lavoratori non riesce a sopravvivere con gli stipendi statali e un numero non documentato di cubani lavorano nel privato. Nel settore agricolo, ci sono circa 200.000 agricoltori e 50.000 proprietari terrieri puramente privati e a questi si devono aggiungere i membri delle cooperative rurali, in particolare il CCS (cooperative di credito e servizi, dove i proprietari terrieri hanno messo in comune le loro risorse). Nel complesso, fino al 40% della forza lavoro ha almeno un piede nell’economia privata.

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