giovedì, Luglio 18

Crowdfunding: i soldi della gente alla politica? (Forse) “Ormai la politica si fa sui socials, sempre più partiti cercheranno donations per finanziarsi”, il crowdfunding entra nella politica. Ne parliamo con Alessandro Brunello

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Nelle elezioni presidenziali americane si è spesso sentito parlare di ‘crowdfunding’. Barack Obama ha aperto questo ‘portone’ nel 2007 sul suo sito web: ‘join the movement’ era la scritta da cliccare. Da quel giorno, il finanziarsi attraverso donazioni si è evoluto nel mondo politico. Oggi, il senatore democratico Bernie Sanders ha raggiunto da poco quota 10 milioni di dollari. Questo nella sua prima settimana di campagna elettorale.

Il ‘crowdfunding’ consiste nell’aprire un sito in cui si raccolgono fondi. I donatori sono persone che condividono la visione, il progetto. Si raccolgono tanti piccoli contributi, che vanno a formare una somma di denaro da investire in attività ed eventi, per esempio. Spesso, al donatore viene richiesta la sua partecipazione, come nel caso di Bernie Sanders. Altre volte, viene offerta una ‘ricompensa’ (reward), come nel caso del famoso cappello “Make America Great Again”.

Il caso americano è emblematico, offre un modello vincente in tutto il mondo. Nasce dalla sua anima associazionista che caratterizza il Paese dalla sua nascita. Gli Stati Uniti raccolgono ogni anno miliardi di dollari in progetti di crowdfunding. Privati, imprese e movimenti politici si espongono su queste piattaforme. Qualcuno chiede un contributo per lo sviluppo di una propria idea (che ritiene vincente), altri per realizzare incontri o eventi. C’è anche chi ha raccolto quasi 21 milioni di dollari per finanziare il muro al confine con il Messico.

In Italia, storico è l’esempio del Movimento 5 Stelle (M5S), più recente quello di Volt Italia. Il tessuto sociale italiano, ma anche quello europeo, stenta a credere pienamente in questa dinamica. Un grosso vantaggio è quello di avere tanti piccoli finanziatori che non influenzino a loro piacimento il messaggio politico del partito, cosa che invece capita spesso quando si hanno pochi e grandi finanziatori influenti. Fino ad ora, questo vantaggio non ha attratto grandi investimenti da parte delle forze politiche.

Il mercato del ‘crowdfunding’ in Italia non è nuovo, ma spesso è ritenuto insignificante. Eppure, molte realtà si sono finanziate con questo processo. In Italia, questo mercato vale 244 milioni di euro, di cui, nel solo 2018, se ne sono raccolti 111 milioni. Le previsioni sono le più rosee, bisogna solo capire se i partiti e la società italiana vorranno accettare la sfida.

Per avere un quadro più completo e chiaro, abbiamo intervistato Alessandro Brunello, innovatore digitale ed esperto di comunicazione, specializzato in modelli innovativi di fundraising e crowdfunding.

 

In Italia, il tessuto sociale forse è rimasto legato all’idea della beneficenza. Come si incentiva un cittadino italiano a donare ad un partito politico?

Consideriamo l’esempio di Mediterranea Saving Humans. Questa onlus lavora in controtendenza alla politica governativa italiana. Mentre il governo chiude i porti ed ostacola le Organizzazioni non governative (ONG) in mare, questa raccolta fondi procura carburante alle navi che monitorano le acque e sollecitano l’intervento di altre marinerie in caso di emergenza o pericolo per i migranti. Hanno già raccolta 570 mila euro. Questo progetto non utilizza il meccanismo della donazione (come quella per beneficenza), bensì la dinamica del reward crowdfunding e del take-it-all. Questo significa che il donatore riceve in cambio una ‘ricompensa’, mentre il progettista si tiene il finanziamento in ogni caso, anche se non dovesse raggiungere il ‘budget’ iniziale. In questo modo la campagna è più accattivante, ci sono dei rewards nominali, degli ‘attestati’ che certificano l’azione del donatore. Nel caso di Mediterranea, il donatore viene premiato in base alle miglia che la nave percorre grazie al suo contributo. Questo va oltre alla donazione di beneficenza. Per raggiungere ed eguagliare il modello di associazionismo americano, il passo è breve.

Per incentivare il donatore che ‘premi’ (rewards) vengono di solito distribuiti?

In ottica politica, il reward rimane un certificato di presenza, di partecipazione. Poter dire di aver partecipato attivamente e di essere parte di un progetto importante. In qualche modo, è come essere iscritto al partito o al movimento, ma è un approccio più personalizzato e materiale. Vengono inviate spille, magliette, biglietti. In generale, si gioca molto sul concetto di vanity, possedere un qualcosa che altri non hanno, come il nome su un mattone di un edificio quando si dona per la sua ristrutturazione.

I partiti politici che vantaggio possano trarre dal crowdfunding?

Il grande vantaggio per un partito, come per un’azienda, è uno solo: la ricerca di mercato, quindi la valutazione di un candidato. Simile a quanto fatto dai 5 Stelle, ma in questo caso non si parla solo di un voto. Si parla di finanziare l’idea, la persona. Il partito può capire quali sono i suoi ‘cavalli vincenti’. L’uso dei socials da parte dei politici si muove in questa direzione: esporsi e cercare validazione. Un vantaggio per il partito è che il crowdfunding non si basa su opinioni aleatorie, ma su numeri. Ai ‘mi piace’ si aggiungono i soldi, la risposta del pubblico è quantificabile. Ricordo, poi, che un donatore che finanzia con propri soldi un candidato è pronto a votarlo.

L’autofinanziamento politico in questi termini quando nasce?

Il Movimento 5 Stelle ha cominciato con il crowdfunding. Agli inizi ha comprato un camper per la campagna elettorale. Il blog di Beppe Grillo nasce nel 2005 insieme al crowdfunding. I grillini hanno sfruttato per primi questo meccanismo, il ‘popolo del web’ si è unito anche grazie a questo. Avevano le competenze e gli strumenti. Continuano ad utilizzarlo tuttora. Questa raccolta fondi non è centralizzata, ma si riferisce al finanziamento di incontri ed eventi locali. La stessa piattaforma Rousseau ha una pagina dedicata alla ‘raccolta fondi’, che ha raccolto finora quasi 650 mila euro. Avere nel proprio sito una richiesta di sostengo sempre aperta, diventerà la regola per i movimenti e per i partiti.

A quello modello ispirarsi nello scenario politico italiano?

Al momento non c’è un modello vincente in assoluto nel mondo politico italiano. Ci si basa sulla donazione ‘semplice’, ovvero si abbina alla richiesta di sostegno un tasto ‘dona’ o ‘sostieni’. Si deve, invece, puntare sul meccanismo basato sui rewards e sul take-it-all, come nel caso di Mediterranea Save Humans. Un modello estero rilevante è stato quello di Barack Obama nella sua prima campagna elettorale. Obama ha puntato sulla contrapposizione netta con John McCain e ha giocato con il merchandising (magliette, spille, ecc.). Ha, inoltre, puntato su eventi, come cene o incontri. Pagare per essere presenti ad un evento rientra nel crowdfunding di quella campagna elettorale. Donald Trump, invece, ha utilizzato questo meccanismo nella sua cerchia di milionari. Senza costruire una copertura mediatica importante e popolare, pur mantenendola sempre trasparente.

In questo modello, quanto vale essere presente fisicamente sul territorio? Ha senso in una politica che si vuole affacciare al crowdfunding?

Secondo me, viviamo in mondo crossline, che ha rotto la barriera tra online ed offline. Essere in un posto è direttamente collegato allo ‘spendere’ quella esperienza nel digitale. Da Matteo Renzi a Matteo Salvini, il comparire in pubblico alimenta il loro ‘investimento mediatico’. Hanno un doppio vantaggio: essere presenti localmente ed aumentare il numero di persone che li seguono sui socials. In questo modo, aumentano il loro numero di persone con cui comunicano. Così raggiungono più elettori. Le due dinamiche sono complementari, si sostengono a vicenda. Inoltre, è un modo per invitare la gente ad eventi e ad aumentare la partecipazione attiva.

Quale è il social media che funziona meglio in questo senso?

Ormai la politica si fa sui socials, a breve saranno sempre di più i partiti che andranno a cercare la donation per finanziarsi. In quest’ottica, Facebook è il ‘continente’ più grande per il numero di iscritti. Questa sua popolarità apre un’ampia finestra ai politici sull’elettorato, in generale, dai più giovani ai più anziani. Instagram, invece, è in piena ascesa, è molto immediato e permette una crescita molto rapida in termini di visibilità e ‘seguaci’. Poi, è il social preferito dei giovani. Mentre Twitter è il social più ‘giornalistico’, che tiene aggiornati sulle tendenze e sulle nuove notizie. Cam.Tv è una realtà promettente che ha raccolto la somma più grande in assoluto nel nostro Paese (3,2 milioni). Potrà essere un banco di prova interessante per la politica, anche per farsi finanziare direttamente. Infine, Youtube è il social per eccellenza perché permette di capire le preferenze di un proprio iscritto. Questo significa ottenere informazioni efficaci per personalizzare la propria campagna elettorale.

Se io avessi un partito ed avessi necessità di un finanziamento dal crowdfunding, quali sarebbero i Suoi consigli?

Una campagna di crowdfunding significa ricercare validazione da una community, che appoggia direttamente il progetto. Nel caso dei partiti, come per le aziende, i soldi sono trasferiti tra persone. Alla base c’è un rapporto di fiducia. Ai partiti consiglio di lavorare sulle persone che lo formano. Ovvero, lavorare con attivisti e militanti per aumentare la propria reputazione, così da dimostrare cosa si sta facendo. Dopodichè, si lavora sul programma politico, dicendo chiaramente come si andranno a spendere i soldi. Non vanno solo al partito. Bisogna lavorare per mete intermedie in modo da perseguire più obiettivi. Infine, è importante fare seguire a questo sforzo una campagna di marketing e comunicazione. I partiti sono già esperti in questo. Si pensi a Matteo Salvini che spende circa 300 mila euro in un anno per la comunicazione digitale. Servirebbe solo capire che il crowdfunding può far ritornare più soldi di quelli che si investono all’inizio. Sempre basandosi sulla trasparenza e la meritocrazia. Andando oltre la competenza della ‘onestà’, e facendo validare i candidati da una comunità che li sostiene con fondi propri. Questa è la salvezza per tutti i partiti, per essere sostenuti attivamente. La politica può così recuperare il senso di appartenenza degli elettori. Bisogna ricordarsi, poi, che il crowdfunding corrisponde ad una campagna di comunicazione avanzata. Il successo è dovuto sia da cosa si è fatto, ma anche dal modo in cui lo si racconta, dallo storytelling. Ma devono sempre puntare tutto sulla trasparenza, perché il crowdfunding è trasparenza.

Volt Italia ha aperto da tempo un progetto di crowdfunding per autofinanziarsi, cosa ne pensa?

Hanno ancora due mesi, possono farcela a raggiungere l’obiettivo di 20 mila euro. Le donazioni non sono ricorrenti, non è come ‘abbonarsi’, quindi hanno bisogno di promozione. Un errore grosso è quello di non mettere la donazione da un euro. Così da aumentare velocemente il rating, cioè il rapporto tra quante persone visitano la pagina e quante di loro donano. L’algoritmo della piattaforma è fondamentale, influenza la visibilità e il successo di una campagna di autofinanziamento. Questo tipo di campagne saranno sempre più presenti. Dobbiamo farci subito l’abitudine. Il prossimo passo sarà quello di strutturare finanziamenti ‘frammentati’. Ovvero, più richieste di finanziamento per più obiettivi. I soldi non vanno al partito o al movimento, ma ad attività o eventi che si rinnovano. Così diventa il modello per il finanziamento di molte attività, ma anche uno strumento di dissenso, come nel caso della Mediterranea Save Humans. Il crowdfunding può riavvicinare i cittadini alla politica. Il bilancio partecipativo e la sussidiarietà rientrano in questa realtà. Le persone hanno la possibilità di essere incidenti, di cambiare le cose.

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