lunedì, Agosto 3

Cronache di poveri avvocati

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C’era una volta l’avvocato, quello ricco. Oggi una laurea in giurisprudenza non si nega a nessuno e così si rischia di avere una ‘scelta residuale’. ma se sei un praticante avvocati vali meno di un precario del call center. Perché le tanto sbandierate riforme non hanno risolto i nodi cruciali e perché la base si allontana sempre di più dai vertici.

Gli avvocati sono oltre 230 mila un numero abnorme. L’Antitrust li vorrebbe lavoratori autonomi come altri, il Parlamento li tollera (sono in tanti lì dentro), nell’immaginario comune sono quelli che ‘allungano’ le cause per guadagnare di più.

Molte cose sono accadute nel mondo dell’avvocatura negli ultimi anni, tante riforme si sono succedute, non ultima quella sulla professione forense. Che ha cambiato qualcosa ma non sempre in meglio.

Il congresso nazionale forense, svoltosi a Venezia dal 9 all’11 ottobre 2014, è stato un momento di grande riflessione per il mondo forense, l’occasione per fare il punto sulle riforme ‘passate sulla testa degli avvocati’ e sul momento di crisi della professione. La mediazione civile obbligatoria, tanto invisa dalla categoria, la riforma della giustizia civile, ma anche le questioni interne, legate strettamente alla rappresentanza politica del mondo forense.
Proprio a Venezia il presidente della Cassa forense, Nunzio Luciano, ha presentato dati decisamente sconfortanti per la categoria: dal 2008 al 2013 è stato perso il 12% dei redditi.

I Dati Cassa Forense riportano una fotografia incontrovertibile della professione: sono sempre di più ma sempre più poveri.

I dati della Cassa Forense

Se nel 2007 il reddito medio era di 41.608, nel 2012 era di 38.629. Di contro il numero dei legali è più aumentato di oltre 50 mila unità.

I giovani sotto i 35 anni percepiscono poi il 75% in meno dei colleghi over 55, mentre le donne guadagnano puntualmente meno dei colleghi maschi. Nel dettaglio, i professionisti che hanno meno di 30 anni non raggiungono i 14 mila euro di reddito annuo; solo gli over 60 arrivano a sfiorare i 90 mila euro all’anno. Uno spaccato che dice come la categoria stia invecchiando e di come stia crescendo il divario ricchi-poveri. Dove i secondi sono rappresentati dalla fascia 30-40 anni.

Le leggi “sulla testa” degli avvocati

Giovanni Cugurra, del foro di Genova, presidente della Sezione di Genova dell’Associazione nazionale avvocati italiani, dichiara: «Negli ultimi 10 anni, dal Decreto Bersani in poi, l’Avvocatura e più in generale la Giustizia sono state servite decisamente male dal Legislatore e si sono susseguite, il più delle volte con indebito ricorso alla decretazione d’urgenza, tante riforme che stanno mettendo a dura prova l’esercizio della professione: il processo civile telematico è salutare ma è claudicante e non ancora uniforme su tutto il territorio nazionale, l’aumento dei bolli e dei contributi unificati e i costi delle notifiche anche per le cause inferiori a € 1.033,00 sta di fatto negando il ricorso alla giustizia. La Professione diventa sempre meno libera e intellettuale e sempre più imprenditoriale. L’arbitrato in corso di causa poi si rivelerà probabilmente un flop: è impensabile che il cittadino, una volta introdotta la causa e pagato il salato contributo unificato, scelga l’arbitrato a causa già in corso. Data la scarsa probabilità di ricorso all’arbitrato, non sarà utile nemmeno l’introduzione di incentivi fiscali, soprattutto se per coprire i suddetti inutili incentivi dobbiamo subire un ulteriore aumento dei contributi unificati per l’iscrizione a ruolo. Non ultimo fattore che ha determinato l’attuale situazione è la scellerata scelta delle ‘leggi low cost’: il legislatore è lontano dalle aule giudiziarie». Per Cugurra, infine, rispetto a tutta questa situazione, vi è una corresponsabilità dei vertici istituzionali del mondo forense perché non hanno ostruito a sufficienza l’influenza dei cosiddetti ‘Poteri forti’.

Vita da praticanti

Oggi chi non ha uno studio avviato alle spalle di amici, parenti o conoscenti, stenta a mantenersi e il risultato è che la professione si tramanda di padre in figlio, altro che ascensore sociale. Per diventare avvocato bisogna sostenere un periodo di 18 mesi di praticantato post laurea e poi sostenere l’esame di Stato. Il compenso per un praticante è a discrezione dello studio.

C’è chi come Paola, 25 anni di Torino, si ritiene fortunata, perché non fa la segretaria e ha un rimborso spese di 400 euro al mese, mentre Giuseppe, 31 anni di Torre Annunziata, ha un rimborso di 20 euro a settimana.

Dopo l’esame la situazione a volte non migliora: occorre aprirsi la partita Iva, pagare le tasse, la cassa e le spese per il telefono, linea fax, polizza rc professionale e polizza infortuni (che non è obbligatoria ma necessaria per un libero professionista). Per non parlare poi dei costi per l’aggiornamento professionale. Molti come Luca, avvocato a Milano, sono contrari alle specializzazioni proprio per via dei costi insostenibili dei corsi. Questo perché, dice, i vertici non hanno idea di come sia difficile per i giovani andare avanti e sostenersi economicamente.

La riforma forense

«L’anno appena trascorso è stato cruciale per l’Avvocatura, perché con l’approvazione della gran parte dei regolamenti attuativi si è portata quasi a compimento la riforma forense, fortemente voluta dal Consiglio nazionale e approvata dal Parlamento» ha dichiarato il presidente del Consiglio nazionale forense Guido Alpa durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario in Cassazione.

Nuovo codice deontologico, importanti principi per la difesa dei diritti dei cittadini, tante le novità introdotte dalla riforma (legge 247 del 2012), di cui si attendono a breve gli ultimi decreti attuativi.

Tra le novità già introdotte, Alpa ha anche ricordato «la forte riduzione dei redditi e la difficile situazione economica in cui versano i professionisti e a questo proposito ha sottolineato l’importanza della reintroduzione del divieto del patto di quota lite e l’entrata in vigore dei nuovi parametri che, oltre a restituire il riconoscimento della dignità dei compensi per la categoria forense, hanno introdotto maggiore trasparenza e imparzialità, prevedibilità dei costi delle prestazioni professionali, nell’interesse esclusivo di cittadini e imprese».

La riforma dell’ordinamento forense è arrivata dopo settanta anni di dibattiti e come al solito non ha soddisfatto tutti.

L’approvazione

L’approvazione della riforma dell’Ordinamento forense arrivò l’ultimo giorno utile della XVI legislatura, a dicembre del 2012, dopo un dibattito parlamentare di oltre quattro anni il mondo forense salutò la riforma come la riforma possibile ma non la migliore. Le dichiarazioni infatti andavano da ‘una riforma nata vecchia’ (da parte del segretario dell’Associazione nazionale forense Ester Perifano) a ‘una riforma che non risolve i problemi del mondo forense‘, il Parlamento la approvò a larga maggioranza in un momento di grossa confusione, quando l’allora presidente del Consiglio Mario Monti era ormai dimissionario.

Ci fu addirittura un duro scambio tra il Cnf e Monti proprio sull’approvazione della riforma. «Abbiamo avuto nelle ultime ore di vita di questa legislatura in Senato», dichiarò il presidente dimissionario, «qualcosa che è molto illuminante sulle priorità delle forze politiche, in quel caso di una delle forze politiche. Ci si trovava a dover fare una scelta tra l’approvazione di misure alternative alla detenzione o di portare fino in fondo l’approvazione della legge di riforma forense, che non aiuta i giovani avvocati, non disciplina l’accesso alla professione, che presenta un numero di membri che credo sia un record internazionale e aumenta solo il potere degli organi rappresentativi dell’avvocatura. Un caso totalmente antitetico della liberalizzazione della professione». Dichiarazioni che portarono il Cnf ad esprimere stupore e perplessità: «quanto riferito dal presidente dimissionario», disse il Cnf, «non corrisponde alla corretta cronaca parlamentare».

I regolamenti di attuazione

Ora stanno arrivando i regolamenti attuativi: una parte sono di competenza del ministero della Giustizia (associazioni professionali, specializzazioni, polizze responsabilità civile, parametri tariffari, tenuta e aggiornamento albi, tirocinio, scuole forensi, praticantato ed esame di stato), altri di competenza del Cnf. (formazione continua, disciplinare, modalità elezioni consigli distrettuali dell’ordine, deontologia, scuola superiore dell’avvocatura)

A dare quindi l’entità della riforma è proprio la normativa di dettaglio, è questa infatti che sta dando forma al contenuto della legge.

Con i decreti a quanto pare la situazione anziché chiarirsi, sembra complicarsi.

E’ sufficiente partire da una delle ultime novità introdotte dalla riforma forense, quella che ha introdotto l’iscrizione obbligatoria alla Cassa forense.

L’articolo 21 della legge 247/12 al comma 8 recita infatti che ‘l’iscrizione agli Albi comporta la contestuale iscrizione alla Cassa Forense e quindi l’iscrizione alla Cassa forense, già obbligatoria per tutti gli iscritti agli Albi che esercitino la professione con carattere di continuità’, cioè raggiungano prefissati limiti minimi di reddito o di volume d’affari professionali, ‘si vuole ora fare coincidere con il momento dell’iscrizione agli Albi, a prescindere da tali parametri reddituali’.

Mentre prima l’obbligo scattava solo per quelli con un reddito superiore ai 10.300 euro annui, ora riguarda tutti, imponendo anche un versamento dei contributi minimi.

Per gli inadempienti si parla di cancellazione dai registri della Cassa Forense e addirittura dall’albo degli avvocati. E non si tratta di cifre da poco, dal momento che si calcola che siano circa 10 mila gli avvocati a rischiare la cancellazione.

(Per quanto riguarda la protesta dell’iscrizione obbligatoria vedi anche Precari e supertassati: i nuovi professionisti).

La questione è arrivata anche i Parlamento. La senatrice Adele Gambaro (entrata col Movimento 5 Stelle, poi espulsa) ha presentato una interpellanza  con la quale chiede ai ministri della Giustizia e delle Politiche sociali di porre rimedio ad una vera e propria ‘barbarie dei diritti‘, ipotizzando o l’esonero per i più giovani e deboli o forme di contribuzione proporzionali al reddito percepito nello svolgimento dell’attività forense.

Il presidente della Cassa Forense Luciano, ha comunque dichiarato che la Cassa «ha stabilito parametri equi per i contributi dovuti dai nuovi iscritti». «Inoltre», ha aggiunto, «il nuovo Regolamento per l’Assistenza, recentemente approvato dal Comitato dei Delegati, prevede misure di prestazioni a sostegno della professione e quindi un innovativo welfare forense studiato per le categorie più deboli, in particolare i giovani».

I ricorsi

Allo stato, comunque, fioccano davanti alla giustizia amministrativa i ricorsi relativi ai regolamenti di attuazione della riforma: a parte quello sull’iscrizione obbligatoria alla Cassa forense, dovrà essere discusso dal Consiglio di stato il prossimo 17 febbraio quello che ha stabilito le nuove modalità per l’elezione dei Consigli degli ordini degli avvocati, quindi c’è quello relativo contro il nuovo regolamento per l’iscrizione all’albo dei Cassazionisti.

Laddove non ci sono stati ricorsi ai tribunali amministrativi, ci sono state prese di posizione nettamente contrarie da parte delle associazioni forensi, come ad esempio per il regolamento sulle specializzazioni e sul codice deontologico.

La presidente dell’Organismo Unitario dell’Avvocatura, Mirella Casiello, sostiene che «molti di questi sono stati impugnati al Tar anche perché non tengono minimamente conto del conflitto intergenerazionale e tra fasce di reddito in atto».

Pochi regolamenti non sono stati attuati: uno di questi è quello riguardante le modalità di formazione delle società tra professionisti, molto atteso, invece, dalla categoria, come dimostra anche la mozione approvata all’ultimo congresso di Venezia.

Le riforme improvvisate

Tutta colpa delle riforme improvvisate? Forse, quello che è certo è che di riforme improvvisate ce ne sono state molte.

Sempre il presidente Oua Casiello: «Negli ultimi 20 anni abbiamo assistito solo a interventi spot, fatti da chi è lontano dalla realtà delle aule giudiziarie. Chi improvvisa non sa quale effetto avrà una norma. Ecco perché oggi ci troviamo a dover far fronte a una legislazione alluvionale che ha mostrato tutta la sua inadeguatezza. Siamo riusciti a portare a casa la nuova legge forense che però non interviene su diversi aspetti fondamentali».

Sempre a proposito di riforme improvvisate, Casiello solleva il problema del patrocinio a spese dello Stato. Sempre in nome delle riforme a costo zero e con la necessità di tagliare anche laddove non si dovrebbe, le parcelle degli avvocati pagati dallo Stato per assistere i meno abbienti sono state tagliate del 50%. «Quanto sta accadendo in questi mesi sul patrocinio a spese dello Stato è molto grave», ha continuato Casiello, «Attaccare i compensi degli avvocati che prestano questa opera, mette a rischio uno strumento importantissimo a tutela dei ceti più deboli della nostra società».

Riforma dell’accesso, la grande assente.

Gli avvocati sono più di 230 mila, un record senza eguali, dichiarava il premier inviso dal mondo forense Mario Monti. All’epoca della riforma forense si pensò di inserire filtri e di riformare l’accesso alla professione partendo dal percorso universitario. Da più parti si invocò il numero chiuso all’Università, poi un percorso di formazione specifico; ma alla fine si ritenne più opportuno inserire nella riforma solo l’aspetto del tirocinio. Niente di più.

«Oggi purtroppo», ha affermato la presidente Oua Casiello, «gli esami sono spesso un terno a lotto e le pratiche negli studi non sempre all’altezza dei requisiti di rigore. Gli Ordini dovrebbero vigilare con maggiore fermezza. In questo quadro dobbiamo poi considerare i troppi laureati che ripiegano sul lavoro di avvocato dopo aver tentato l’ingresso alla magistratura o al notariato come se fosse una sorta di parcheggio. Una scelta senza vocazione, senza passione. Serve una legge che regoli bene il tirocinio, la formazione, ma soprattutto l’accesso, puntando al numero programmato nella facoltà di legge».

Un numero che continua a crescere perché se anche qui da noi l’esame di Stato è uno dei più difficili (un tempo si faceva il pellegrinaggio nelle sedi più ‘buone’, vedi alla voce Catanzaro, ma si trattava di voci di corridoio), resta il problema degli abogados, ossia i laureati in giurisprudenza in Italia che volano all’estero (prevalentemente in Spagna e in Romania) per acquisire il titolo di avvocato e poi svolgere l’attività in Italia o in qualsiasi Stato membro dell’Unione europea.

Una questione arrivata fino alla Corte di Giustizia Ue che lo scorso 17 luglio ha risposto al Cnf confermando il ‘mutuo riconoscimento dei titoli’ in un mercato unico. Il cittadino europeo può acquisire il titolo di avvocato in qualunque Stato membro ed esercitare la professione in qualsiasi altro, compreso quello di provenienza, purché usi i titoli nella lingua originale: ossia se nasci abogados tale devi rimanere nel corso della vita professionale (Sull’argomento vedi anche Abogados o avvocati? Ecco i nuovi azzeccagarbugli).

«Con la scusa della competitività», ha concluso Casiello, «sacrifichiamo la meritocrazie e premiamo chi può permettersi economicamente di ricorrere a veri e propri stratagemmi, a scapito dei giovani meno abbienti».

Dell’importanza di una riforma dell’Avvocatura che parta proprio dalla formazione parla anche il presidente dell’Associazione italiana giovani avvocati, Nicoletta Giorgi: «Da tempo Aiga chiede la previsione del numero programmato, abbiamo creato più occasioni per mettere in contatto ministero della Giustizia e Miur e abbiamo sempre fatto capire l’importanza di una riforma dell’Avvocatura che parta proprio dalla formazione, perché diventare avvocati non sia più scelta residuale e nascano percorsi formativi al passo con le mutate esigenze di mercato».

Secondo Giorgi un passaggio importante sarà il regolamento sulle specializzazioni «perché potrà determinare la figura di un avvocato nuovo. Peccato però che l’individuazione dei requisiti per ottenimento titolo, ad esclusione della frequentazione di corsi di formazione, mostri come l’avvocatura sia del tutto sconosciuta. Mi riferisco al numero di incarichi richiesti per rilascio del titolo per comprovata esperienza: 50 incarichi per anno, ora sembra ridotti a 20. In ogni caso, una previsione inverosimile».

Considerando poi che i corsi di formazione sono a pagamento, beato chi se li potrà permettere. Ma qui si aprirebbe un altro capitolo.

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