domenica, Novembre 17

Cronache dal 2017: il Mondo Arabo, campo di battaglia della politica mondiale La lotta al califfato e la crisi Libica, la crisi del Golfo e il referendum turco, il Libano e Gerusalemme

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Il 2017 passerà forse alla Storia come l’anno della sconfitta dell’autoproclamato califfato islamico. Al di là della lotta a Daesh, in ogni caso, il mondo arabo, si conferma il centro della politica internazionale: dalla crisi in Libia a quella del Golfo Persico, dallo scontro tra Arabia Saudita ed Iran alla crisi in Libano, dagli scontri in Yemen al referendum costituzionale turco, fino ad arrivare alla dichiarazione di indipendenza del Kurdistan iracheno e allo scontro su Gerusalemme Capitale di Israele; tutti questi eventi hanno riguardato, in realtà, le principali potenze mondiali del momento (Stati Uniti, Cina, Russia e, in misura minore, Unione Europea). Ancora una volta, l’area mediorientale si presenta come il ‘campo di battaglia’ dove vengono combattute le sfide globali.

Caduta di Daesh e Questione Curda

La lotta a Deash, ad esempio, ha finito per coinvolgere, non solo Siria ed Iraq, ma anche i principali attori regionali, come Arabia Saudita, Iran e Turchia, ed attori internazionali come USA e Russia. Lo dimostrano gli incontri di Astana, in Kazakistan, la cui prima tornata si è svolta il 23 e 24 gennaio: all’incontro partecipano i rappresentanti di Russia, Iran e Turchia, oltre che quelli del Governo di Damasco e delle opposizioni siriane a Bashar al-Assad: durante l’incontro, si discute del meccanismo necessario a garantire l’applicazione del cessate il fuoco in Siria. I colloqui del 23 febbraio a Ginevra, in Svizzera, invece, si risolvono in un fallimento.

Nel mese di gennaio, intanto, le truppe governative irachene conquistano la parte orientale di Mosul, per poi iniziare, il 19 febbraio, l’assalto alla parte occidentale della città. Il 9 marzo riparte anche l’offensiva delle forze democratiche siriane (un’alleanza di arabi e curdi che si oppone sia a Daesh che al Governo di Assad) contro Raqqa, capitale del califfato in Siria.

I miliziani islamisti, però, non stanno a guardare mentre il cappio si stringe attorno al loro collo e scatenano una serie di attentati che colpiscono soprattutto la città di Damasco. Il 16 marzo parte una nuova offensiva su Raqqa: i vertici del califfato cominciano ad evacuare la città.

Il 17 marzo, intanto, le truppe irachene che assediano Mosul arrivano alla Moschea di al-Nouri (da cui, nel 2014, Abu Bakr al-Baghdadi aveva proclamato la nascita del califfato): il sistematico ricorso agli assalti suicidi e l’uso di scudi umani da parte dei miliziani rendono estremamente faticosa l’avanzata delle forze regolari di Baghdad. Tra il 17 e il 23, su richiesta delle Forze Armate irachene, la coalizione internazionale a guida USA effettua numerosi bombardamenti contro le posizioni degli islamisti.

Il 28 marzo, le truppe regolari di Damasco, fedeli ad Assad, liberano dal controllo dei miliziani del califfato parte dell’area di Hama, provocando ingenti perdite al nemico. A questo punto, anche grazie all’azione internazionale volta a bloccare le risorse finanziarie dello stato islamico, Daesh entra in crisi e comincia a non aver più di che pagare i propri combattenti che, in larga misura, sono mercenari. Il 29 marzo le truppe turche intervenute nel nord del Paese (più in chiave anti-curda che anti-califfato) prendono definitivamente il controllo della zona compresa tra Azaz, Jarabulus e al-Bab.

Il 4 aprile, in un attacco aereo nei pressi di Khan Sheikhun, nei pressi di Idlib, vengono utlizzate armi chimiche: si registrano molte vittime civili e, da più parti, si puntano le dita contro il Governo di Assad. Per tutta risposta, gli USA bombardano la base militare siriana di Shayrat, controllata dalle forze di Damasco.

Il 14 aprile si svolgono nuovi colloqui ad Astana: il giorno successivo, ad Aleppo, un’autobomba uccide più di centoventi civili. Il 25 aprile è la volta dei turchi: ad essere attaccate, però, non sono le postazioni del califfato, bensì quelle dei curdi. Lo schieramento di truppe USA nella zona evita il degenerare della situazione. La tensione tra Ankara e Washington prosegue per tutta la prima parte di maggio.

Il 5 maggio, nel quadro dei colloqui di Astana, Russia, Iran e Turchia firmano un nuovo memorandum che prevede la divisione della Siria in quattro zone al fine di garantire il controllo internazionale sul rispetto del cessate il fuoco. A fine mese, però, il Consiglio UE prolunga di un anno le sanzioni al regime di Damasco, dimostrando come la Comunità Internazionale sia tutt’altro che unanime sull’atteggiamento da tenere nell’area.

A giugno si stringe ancora la tenaglia attorno a Mosul e a Raqqa: in Siria, però, molti miliziani riescono ad abbandonare la città. A metà mese circola la notizia, non confermata, della morte di al-Baghdadi. Il 22 giugno, a Mosul, i miliziani fanno esplodere la Moschea di al-Nouri: un atto simbolico contro le truppe che assediano gli ultimi quartieri della città ancora in mano agli islamisti.

Il 10 luglio viene annunciata ufficialmente la presa di Mosul. L’11 luglio fonti di Daesh confermano la morte di al-Baghdadi. Il 5 settembre cade Deir Azzor, l’ultima città della Siria orientale ancora in mano agli islamisti. Il 17 ottobre le forze democratiche siriane annunciano di aver conquistato Raqqa. Le ultime sacche controllate dai miliziani dell’ormai morente califfato cadono una dopo l’altra opponendo scarsa resistenza.

Il 30 ottobre, ad Astana, viene confermata la creazione delle zone di distensione. A novembre gli ultimi colpi di coda degli islamisti in Siria ed Iraq precedono il definitivo smantellamento della compagine parastatale di Daesh.

Il 9 dicembre, in Siria, si ha un incontro a sorpresa tra il Presidente russo, Vladimir Putin e Bashar al-Assad: in quell’occasione, Putin dichiara concluso l’intervento russo in Siria. Lo stesso giorno, in Iraq, il Primo Ministro Haider al-Abadi dichiara conclusa la guerra al califfato.

La fine di Daesh, però, apre nuove problematiche. Il 25 settembre, mentre ancora si combatteva contro le ultime sacche di resistenza islamista, si svolge il referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno: contro il referendum si è espressa, oltre al Governo di Baghdad, a Iran e Turchia, anche la Comunità Internazionale. Come reazione, il 16 ottobre, l’Esercito iracheno attacca la provincia di Kirkuk.

Libia: il Paese che non c’è più

A sei anni dalla caduta di Muhammar Gheddafi, la Libia è smembrata da una guerra civile latente. Le principali parti in campo sono la Tripolitania, sotto la guida del Presidente Fayez al-Serraj (supportata da USA e UE, il cui Governo è riconosciuto dalla Comunità Internazionale) e la Cirenaica, sotto il controllo del Generale Khalifa Haftar (sostenuto da Russia ed Egitto).

Essendo la Libia il principale punto di partenza per il flusso migratorio che sta mettendo in difficoltà i Paesi UE, l’Italia firma, il 2 febbraio, un patto con il Governo di Tripoli che prevede il contrasto congiunto all’immigrazione illegale in cambio di supporto economico da parte di Roma. A marzo, l’azione diplomatica italiana raggiunge un nuovo risultato: viene firmato un accordo tra le tribù libiche che controllano il sud del Paese.

Il 2 maggio, Serraj e Haftar sembrano trovare un accordo per un Governo di Unità Nazionale. Le speranze che la crisi stia volgendo al termine vengono presto deluse. Tra il 6 e il 10 luglio le forze di Tobruk, vicine ad haftar, liberano Bengasi tra miliziani vicini al califfato islamico, rafforzando la posizione del Generale. Per tentare di reagire all’aumento di potere di Haftar, Serraj fa un nuovo appello all’Unità Nazionale e indice elezioni presidenziali e parlamentari per il 2018; tra i candidati ci sarà anche il figlio di Gheddafi, Said al-Islam. La proposta di Serraj viene immediatamente respinta da Tobruk.

Il 25 luglio, su iniziativa del Presidente francese, Emmanuel Macron, Serraj e Haftar si incontrano a Parigi e giungono ad un accordo per le elezioni nel 2018.

Il 26 luglio, viene resa nota la richiesta che Serraj ha fatto all’Italia: secondo tale richiesta, Roma accetta di mandare le sue navi in aiuto alla Guardia Costiera libica, nel contrasto alla tratta di esseri umani. Il 3 agosto arriva la reazione di Haftar che minaccia di bombardare qualsiasi nave straniera entri in acque territoriali libiche. Il riemergere di attività islamista nel Paese, dopo la caduta del califfato in Siria ed Iraq, fa sì che Haftar sia visto sempre più come l’unico in grado di arginare la minaccia di Daesh.

Il 20 settembre, l’inviato ONU per la Libia, Ghessan Salamé, presenta il nuovo piano d’azione per risolvere la crisi nel Paese: al centro del piano ci sono le elezioni del 2018, a cui si verrebbe ad aggiungere un referendum costituzionale.

Il 19 dicembre, il Parlamento Europeo ha discusso con il Commissario ONU per le migrazioni a riguardo dell’accusa, arrivata dal Palazzo di Vetro, secondo cui la UE sarebbe complice dei trattamenti disumani subiti dai migranti in Libia.

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