martedì, Ottobre 27

Cronache dal 2017: le Americhe tra ‘Trumpismo’ e ‘Chavismo’ Trump e la politica dei colpi di testa; il Venezuela solo contro tutti nel Continente

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L’anno che si avvia a conclusione è stato fortemente caratterizzato dall’attività del nuovo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Affermatosi come candidato repubblicano solo dopo delle primarie particolarmente dure, Trump è stato eletto l’8 novembre 2016 nel corso di una tornata elettorale aspra contro la rivale democratica, Hillaty Clinton: il 20 gennaio, il miliardario newyorchese ha giurato come quarantacinquesimo Presidente USA. Fin da subito, la sua Presidenza è stata caratterizzata da una politica estremamente poco prevedibile, incurante delle opinione della Comunità Internazionale e delle conseguenze globali, anche quando queste hanno riguardato direttamente i suoi alleati.

Trump: Politica Estera

In politica interna, l’azione di Trump è stata caratterizzata da un atteggiamento di totale discontinuità, non solo nei confronti dell’operato del proprio predecessore, Barak Obama, ma anche nei confronti delle tradizionali posizioni repubblicane. Se da un lato il nuovo Presidente ha intrapreso una dura battaglia contro la riforma sanitaria voluta da Obama e per l’affermazione di una riforma finanziaria fortemente conservatrice, dall’altro le sue posizioni sulle armi e la sua vicinanza a gruppi e persone legate all’Estrema Destra razzista hanno messo ripetutamente in imbarazzo i vertici del suo partito: è nota la sua rivalità con il Senatore repubblicano John McCain. Nel momento in cui una serie di scandali hanno portato alle dimissioni numerosi suoi stretti collaboratori e si è cominciato a parlare dei presunti contatti tra molti uomini del Presidente ed il Cremlino (il cosiddetto Russiagate), di scandali finanziari (i Panama Papers) e di una possibile procedura di impeachment, il sostegno repubblicano a Trump è apparso tutt’altro che scontato. La strategia comunicativa di Trump, che punta alla sistematica delegittimazione dei tradizionali mezzi di informazione, contrapponendo a questi ultimi un capillare utilizzo dei social network (con cui il miliardario parla direttamente alla pancia del proprio elettorato spaventato), gli ha garantito, almeno fino a questo momento, un consenso piuttosto ampio. Esemplare è stato il caso delle elezioni per il seggio dell’Alabama in Senato: dopo aver sostenuto il candidato dell’ala minoritaria e più estremista dei repubblicani, Trump non si è fatto problemi a scaricarlo non appena questo è stato sconfitto dal rivale democratico: per la prima volta, dopo i fatti dell’Alabama, il consenso della sua base ha cominciato a vacillare.

Trump: Terrorismo

Il comportamento imprevedibile del Presidente USA è parso ancora più evidente in politica estera. Già a partire dai primi giorni del mandato (il 27 gennaio), la sua decisione di di firmare un ordine esecutivo volto a limitare l’ingresso nel Paese dei cittadini provenienti da Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen, ha provocato una forte ondata di reazioni sia interne che internazionali; in seguito il disegno di Trump è stato ammorbidito dall’intervento della Corte Suprema degli Stati Uniti. L’azione di Trump contro il terrorismo, d’altronde, è stata decisamente poco efficace: non solo, per la prima volta dopo molti anni, si sono avuti attentati di matrice islamista su territorio statunitense (il 31 ottobre sulla Houdson River e l’11 dicembre alla stazione di Port Authority, in entrambi i casi a New York), ma si è avuta una forte concentrazione di episodi terroristici legati, in maniera più o meno esplicita, a gruppi del cosiddetto ‘suprematismo bianco’ (il 2 ottobre a Las Vegas e il 5 novembre a Sutherland Springs, in Texas).

Trump: Fine del Multilateralismo?

La discontinuità rispetto alle precedenti amministrazioni è stata netta su tutti i fronti.
Nei confronti della Comunità Internazionale, con i suoi interventi al G7 di Taormina, al G20 di Amburgo e all’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, Trump ha inaugurato una nuova stagione di politica USA, tutta all’insegna dell’isolazionismo e del protezionismo economico. Si tratta di una visione della politica internazionale che punta ad aggirare o ignorare tutte le sedi di dialogo multilaterale per prediligere un approccio bilaterale. L’ultimo atto di questa strategia ha riguardato il ritiro degli USA dall’Accordo di Parigi sul Clima.
Nei confronti degli alleati, il Presidente è arrivato a mettere in discussione il ruolo della NATO, considerata un costo eccessivo rispetto ai benefici. Non sono mancati episodi di rottura quasi esplicita rispetto ad alcuni alleati NATO: il caso più lampante è quello della Turchia, nei confronti dei cui cittadini, l’8 ottobre è stata sospeso il rilascio dei visti in reazione all’arresto di un impiegato turco del Consolato USA di Istanbul. La reazione di Ankara ha comportato la reciproca chiusura dei visti per i cittadini di Washington.

Trump e l’Asia

La politica di Trump in Asia, invece, è stata caratterizzata da un atteggiamento ambivalente nei confronti della crescente potenza cinese: da un lato, il Presidente ha dichiarato più volte di voler trovare accordi vantaggiosi con Pechino, dall’altra, la retorica dell’inquilino della Casa Bianca ha evidenziato ampiamente come questo consideri la Cina il principale avversario di Washington per il prossimo futuro. La tensione tra le due super-potenze ha toccato l’apice in rapporto alla questione nord-coreana: nonostante le iniziali dichiarazioni d’intenti, concordi nel voler riportare Pyongyang a posizioni più ragionevoli, il continuo soffiare sul fuoco da parte di Trump (con l’invio di portaerei davanti alle coste nord-coreane, le esercitazioni congiunte delle Forze Armate USA con quelle sud-coreane e, soprattutto, l’intenzione di installare un avanzato sistema missilistico nel territorio di Seul) ha finito per irritare Pechino.

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