venerdì, Settembre 25

Cronache dal 2017: l’Asia tra le minacce nord-coreane e l’espansione cinese Le due Coree e la Cina, ma anche, Giappone, Filippine, Myanmar e Bangladesh

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La grande protagonista asiatica del 2017 è stata la Penisola Coreana. La crescente tensione tra Corea del Nord e Stati Uniti ha finito per coinvolgere tutti i Paesi, a cominciare dai grandi attori internazionali (Cina, in primo luogo, ma anche Russia), passando per i vicini che vedono il proprio territorio più minacciato da un’eventuale scontro armato (Corea del Sud e Giappone) per arrivare ad attori più lontani come l’Unione Europea e la stessa Organizzazione delle Nazioni Unite.

Corea del Nord: il deterrente nucleare

L’11 febbraio, per la prima volta, la Corea del Nord ha lanciato un missile balistico a medio raggio in grado di montare una testata nucleare: un netto balzo in avanti nella capacità di Pyongyang di essere una minaccia effettiva, se non per gli USA, quanto meno per loro importanti alleati come Giappone e Corea del Sud.

Il 3 settembre viene annunciato il test, svoltosi con esito positivo, di una testa nucleare all’idrogeno: un altro passo in avanti verso una minaccia atomica. Da questo punto in poi, si assiste ad un susseguirsi di azioni provocatorie e reazioni sempre più minacciose da parte degli USA e della Comunità Internazionale: il 15 settembre un missile nord-coreano sorvola il Giappone dimostrando la capacità oggettiva di colpire un alleato degli USA (lo scambio di minacce tra il Presidente USA, Donald Trump, e quello nord-coreano, Kim Jong-Un, diviene un ritornello quotidiano); da Washington si risponde cercando, da un lato, il sostegno della Cina (storico alleato di Pyongyang) dall’altro inviando la flotta al largo della penisola, intraprendendo manovre congiunte con le Forze Armate di Seul e Tokyo e progettando l’installazione del sistema missilistico THAAD al confine tra le due Coree; quest’ultima iniziativa provoca l’ira di Pechino, preoccupata dall’ipotesi di un arsenale strategico statunitense a ridosso dei propri confini; dall’Assemblea Generale ONU, intanto, arrivano nuove sanzioni economiche nei confronti del piccolo Stato asiatico (senza che questo, però, ne sia veramente toccato, avendo sviluppato negli anni un’economia fondamentalmente autosufficiente); il 28 novembre, infine, l’annuncio di un nuovo test balistico, questa volta a lunga gittata, mette in allarme gli stessi USA ed i Paesi europei.

Corea del Sud: turbolenti cambi al vertice

A Seul, intanto, si assiste ad un cambio di guardia tutt’altro che morbido. Il 10 marzo la Corte Costituzionale destituisce il Presidente Park Guen-Hye. Si tratta della prima donna a ricoprire tale incarico a Seul. In seguito ad un’accusa di corruzione, il Parlamento aveva autorizzato la Corte Costituzionale a procede con la valutazione dell’ipotesi di destituzione. Nella Capitale sud-coreana, si assiste a scontri tra i sostenitori della Park e i suoi oppositori.

Al posto di Park, il 9 maggio, viene eletto Moon Jae-In che, tra l’altro, tenta di riaprire un canale di dialogo con Pyongyang. Fino a questo momento, i tentativo del neo-Presidnte sono andati delusi.

Cina: ascesa di Xi

l’atteggiamento cinese nei confronti della politica aggressiva di Kim è stato cauto. Da un lato, per ovvie ragioni strategiche, a Pechino non è stata apprezzata l’idea di Trump di piazzare il sistema missilistico THAAD al confine tra Corea del Nord e Corea del Sud; d’altro canto, la politica economica cinese, totalmente aperta al mercato globale e pronta a prendere il posto di una vecchia potenza statunitense che si ritira sempre di più in sé stessa, ha fatto sì che l’alleanza con Pyongyang risultasse sempre più imbarazzante per la Repubblica Popolare.

Anche nel 2017, infatti, la Cina ha dimostrato di essere uno dei Paesi protagonisti del prossimo futuro. Nonostante abbia sentito i colpi della crisi economica, la crescita cinese è restata la più alta del Pianeta. Mentre Pechino punta all’ampliamento del proprio mercato interno, dal punto di vista internazionale, si è impegnato ad allargare la propria influenza con una serie di investimenti che puntano soprattutto all’Africa e ad un’Europa che si sente sempre più distante da Washington. In quest’ottica, a maggio, è stato lanciato il piano cinese per la ‘Nuova Via della Seta’: One Belt One Road (OBOR), un piano di investimenti che punta a rendere la Cina il Paese chiave dell’economia globale.

Il 18 ottobre, a Pechino, si è inoltre svolto il diciannovesimo Congresso del Partito Comunista Cinese (PCC). Da questo importantissimo evento, è uscita estremamente rafforzata al posizione del Presidente Xi Jinping: la presenza, ai vertici del partito, di uomini legati al Presidente Xi e l’inserimento esplicito del suo pensiero nello statuto del PCC (con lui vivente: era accaduto solo per Mao Zedong) sono sintomi di una strategia di Pechino volta ad affermare, una volta per tutte, il suo ruolo come super-potenza mondiale. Non sfuggono, d’altronde, i rischi di questo nuovo culto della personalità.

Giappone: l’Imperatore stanco che non poteva abdicare

Mentre un ‘imperatore’ rafforzava il suo potere in Cina, un altro Imperatore, Akihito, si avviava verso la fine del proprio regno. Alla guida (formale) del Paese fin dal 1989, la scorsa estate Akihito aveva espresso il desiderio di ritirarsi a vita privata. Per permettere l’abdicazione è stata necessaria una legge speciale del Parlamento: in ogni caso, la data fissata per il passaggio del titolo al figlio maggiore, Naruhito, è stata fissata solo per il 30 aprile 2019.

Myanmar e Bangladesh: la crisi dei Rohingya

Sul finire dell’anno, si è aperta la crisi umanitaria dei Rohingya. Si tratta di una minoranza etnica, di religione islamica, che vive al confine tra Myanmar e Bangladesh. Considerati immigrati clandestini dalle autorità birmane, i Rohingya sono stati oggetto di una sistematica persecuzione a causa dell’azione di piccoli gruppi di estremisti che avevano portato alcuni attacchi contro unità di polizia.

La violenza della repressione birmana ha portato un enorme numero di Rohingya a tentare di emigrare nel vicino Bangladesh; inoltre, le condizioni umanitarie particolarmente dure hanno destato l’attenzione della Comunità Internazionale che ha più volte invitato il Governo birmano a trovare una soluzione pacifica alla Crisi.

Da notare il silenzio del Consigliere di Stato del Myanmar, Premio Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi, che non si è mai esposta sulla questione provocando, dapprima sorpresa, poi sdegno in vasti ambienti dell’opinione pubblica internazionale.

Filippine: terrorismo e dittatura

Ad agosto, nelle Filippine, gruppi affiliati all’autoproclamato califfato islamico hanno occupato la città di Marawi. Gli scontri che ne sono seguiti hanno portato alla liberazione della città ma, sfruttando l’occasione offertagli dall’attacco, il Presidente Rodrigo Duterte ha imposto la legge militare, stringendo ancora di più il pugno della sua dittatura sul Paese: a fare le spese della legge marziale, infatti, sarebbero soprattutto oppositori del Presidente che nulla avrebbero a che fare con i terroristi islamisti.

In politca estera, Duterte ha messo in atto una clamorosa inversione di marcia, dichiarando che gli USA sono l’alleato numero uno delle Filippine (ai tempi del precedente Presidente USA, Barak Obama, i toni erano ben differenti).

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