giovedì, Dicembre 12

Cristiani in Cina: davvero è persecuzione? Gianni Valente, sinologo di Fides, ci spiega la situazione reale della vita dei cristiani di Cina

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In molte aree del mondo, non è per nulla facile essere cristiani. Secondo le stime di Vatican News, sono 215 milioni i cristiani perseguitati in tutto il mondo, il che significa che, su una stima di oltre 2 miliardi di fedeli (suddivisi fra le varie confessioni), poco meno di un cristiano su 10 è vittima di persecuzioni.

Una delle zone, da cui provengono frequentemente notizie riguardanti le difficili condizioni a cui sono sottoposti i cristiani, è la Cina. Le notizie, diffuse dai media tradizionali, parlano spesso di persecuzioni a cui i cristiani cinesi sono sottoposti, che non possono professare liberamente la propria fede e che, per questa ragione, vengono discriminati e perseguitati. Il caso più recente riguarda la distruzione della chiesa di Linfen, abbattuta sotto gli occhi dei fedeli che, inermi, assistono a questa scena.

Tuttavia, questi fenomeni sono parte di un piano globale del Governo cinese contro la parte cristiana della propria popolazione o sono singoli episodi di intolleranza? Lo abbiamo chiesto a Gianni Valente, sinologo di FIDES, l’Agenzia stampa per le pontificie opere missionarie.

 

Il recente caso dell’abbattimento della chiesa di Linfen riapre la questione della persecuzione dei cristiani cinesi. Com’è la situazione?

La situazione in realtà è un po’ più complessa. Negli stessi giorni in cui avveniva la distruzione di questa Chiesa, il capo della ‘World Council of Churches’, associazione che promuove l’unità delle chiese cristiane, è andato a incontrare i cinesi protestanti in Cina. Va quindi tenuta in considerazione la complessità di questa situazione cinese. Ci sono casi di incidenti, situazioni locali in cui le autorità usano ancora metodi repressivi nei confronti delle comunità, però il dato di partenza rimane: le chiese, sia protestanti che cattoliche, in Cina ci sono. Ci sono le chiese aperte (quelle approvate dal Governo), la gente partecipa alle messe, ai sacramenti, etc. Se non si tiene conto di questo, ogni dato risulta falsante, manipolatorio. Va considerato, ad esempio, che se vengono distrutte delle chiese, significa, innanzi tutto, che quelle chiese sono state costruite. Da quando in Cina si è instaurato il comunismo, la vita dei cristiani ha attraversato varie fasi: quella più tragica è sicuramente la fase della rivoluzione culturale, dove, obiettivamente, c’era stata una persecuzione cruenta di tutte le chiese, talvolta con l’invio di vescovi e fedeli nei campi di lavoro. La situazione cambia alla fine degli anni ’70 e da allora la Cina, che è un regime autoritario, che vuole mantenere il controllo ferreo su tutte le attività sociali, ha sempre cercato di imporre questo controllo anche alla vita delle comunità cristiane. Questo ha comportato la divisione delle comunità in una parte che ha accettato di sottostare alla politica religiosa del governo, e un’altra che si è sottratta a queste regole.

Per quanto riguarda le comunità cattoliche, ad esempio, non esistono due diverse ‘chiese’ in Cina: è unica, ma c’è una parte che è definita ufficiale, e un’altra che si sottrae ma agisce comunque alla luce del sole. Quando ci sono casi di abbattimenti di chiese, molto spesso sono misure prese contro le comunità clandestine, al fine di spingerle, con questi metodi, a rientrare nella legalità. Negli ultimi anni è ricominciato un dialogo, ancora ufficioso, fra la Santa Sede e il Governo cinese proprio per iniziare a risolvere questi che sono problemi complessi, che hanno elementi di contrapposizione locale fra le comunità (riguardanti, ad esempio, il loro diverso atteggiamento rispetto alla politica del Governo). Ora ci sono dei contatti per risolvere alcuni punti essenziali che rendono anomala la condizione dei cattolici cinesi, a partire dal dato della nomina dei vescovi. Se si comincia a trovare una soluzione, anche non esaustiva, nella relazione fra le dinamiche ecclesiali e il loro rapporto con gli input dell’autorità civile, prima o poi si chiamerà in causa anche le comunità clandestine, favorendo una riconciliazione all’interno del cattolicesimo cinese, per poi garantire una vita più serena. Quando si parla di difficoltà dei cattolici cinesi, al di là dei singoli casi (che vanno sempre interpretati alla luce delle situazioni locali), bisogna evitare di mettere tutto sotto l’etichetta della ‘repressione’.

Quindi il termine ‘persecuzione’, usato dai media per descrivere la condizione dei cristiani in Cina, è stato utilizzato a sproposito?

Se viene usata per descrivere la situazione globale di tutti i cristiani in Cina, assolutamente sì. Si può parlare di singoli casi, legati, magari, all’arbitrio di qualche funzionario locale. Non è che non ci siano problemi: spesso si dice che, chi sostiene che non ci sia persecuzione, lo faccia perché ottimista o ingenuo. Si conoscono quali possano essere le sofferenze e le pressioni a cui sono sottoposte le comunità locali, ma un conto sono le pressioni, un conto è vivere in un sistema autoritario, come quello cinese, che impone una pressione su tutti i livelli del vivere sociale. Questo, anche se è un fastidio, un peso, un ostacolo, non cancella e non rende impossibile la vita ecclesiale. Lo si può capire andando in Cina: le chiese sono aperte, si può trovare più gente a messa lì di quanta se ne trova nei Paesi occidentali. C’è una devozione e un’attenzione alla parole del Papa (non solo di Papa Francesco) che sono superiori a quelle registrate in Occidente.

Una situazione del genere, secondo me, non può essere messa sommariamente nella categoria di ‘persecuzioni’. Ci sono dei circuiti di notizie nordamericani, composti anche da fuoriusciti cinesi, che legittimamente fanno campagna in senso anticinese, che danno questa lettura. Ma dire che oggi, nel 2018, in Cina sia in atto una persecuzione, cozza con i dati di realtà. Un conto è dire che ci sono tanti problemi, singole situazioni gravi, un altro è dire che è in atto una persecuzione in tutto e per tutto. Che cosa ci dice il famoso caso delle centinaia di chiese distrutte a Wenzhou? Ci dice, innanzi tutto, che quelle chiese erano state costruite. Ci si potrà poi magari chiedere come mai è cambiato l’atteggiamento delle autorità locali: magari il problema era proprio il fatto che ce ne fossero troppe, o che avessero troppa visibilità.

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