domenica, Settembre 20

Crisi spagnola: Rajoy alle battute finali? La situazione politica spagnola è molto difficile: il partito di Rajoy è travolto dagli scandali e il suo Governo potrebbe cadere a breve. Si prospettano nuove elezioni. Quanto è profonda la crisi e quali ripercussioni avrà sul resto d’Europa? Ne parliamo con Matteo Villa, ISPI.

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Se Roma piange, Madrid non ride. Anche la Spagna sta vivendo un momento particolarmente difficile della sua storia recente, alle prese con una crisi politica che investe soprattutto il Partido Popular (PP) di Mariano Rajoy, Primo Ministro spagnolo. Il PP, mai così in crisi di consensi, rischia di subire il colpo di grazia definitivo da un caso di corruzione gravissimo. Il caso Gürtel, scoppiato quasi dieci anni fa, vede il partito coinvolto direttamente, con figure chiave come Luis Barcenas, ex tesoriere del PP, condannato a 33 anni di reclusione. La portata di questo scandalo è così grave che alcuni commentatori lo paragonano a una sorta di Tangentopoli in salsa iberica. Per reazione immediata, il Partido Socialista de España (PSOE) ha presentato una mozione di sfiducia e Ciudadanos ha tolto l’appoggio esterno che fino a poco tempo fa aveva garantito al Governo Rajoy. Si prospetta dunque una crisi di Governo: il giorno decisivo per capire quanta vita avrà ancora l’esecutivo guidato dal PP è questo venerdì, quando il Parlamento deciderà se votare la mozione di sfiducia. Comunque sarà, lo spettro delle elezioni anticipate si fa sempre più concreto.

In un periodo così duro per l’Europa, occorre quindi fare chiarezza sulla situazione spagnola. Quanto è profonda questa crisi? Che impatto può avere e come si inserisce nel contesto della crisi dell’Eurozona? Lo abbiamo chiesto a Matteo Villa, analista ISPI.

Il dottor Villa spiega come questa crisi si innesti sulla già difficile situazione del PP: “Rajoy era traballante da più di un anno e ha continuato a esserlo per tutto il periodo del governo di minoranza. Il Governo Rajoy era arrivato al potere con l’astensione del Partito Socialista e con l’appoggio (ma solo in Parlamento) di Ciudadanos. Con la crisi catalana e il ritorno di Pedro Sanchez al vertice del PSOE, quello di Rajoy era diventato un Governo ancora più instabile, che, di fatto, ha potuto portare a termine pochissime riforme. Con lo scandalo del caso Gürtel, uno dei casi di corruzione più grave degli ultimi decenni della storia repubblicana spagnola, il PP, già in caduta libera nei sondaggi, rischia di perdere ulteriori consensi, anche se la base elettorale non la farà scendere al di sotto della doppia cifra. Prima dello scandalo le rilevazioni davano il PP al di sotto del 20%, uno dei risultati peggiori di sempre, e bisogna ancora vedere quanto le accuse di corruzione impatteranno sui sondaggi”. È l’occasione d’oro per gli altri partiti, specialmente il PSOE e Ciudadanos di scalzare il partito di Governo, mai così in difficoltà: “È chiaro che adesso tutti i partiti vogliano approfittare per far cadere il Governo, ma bisogna fare alcune distinzioni: non tutti i movimenti sono nella posizione di poter governare subito. Lo stesso Partito Socialista, che ha presentato la mozione di sfiducia, non sarebbe intenzionato ad andare a elezioni prima di trovare un modo di ricompattarsi al proprio interno: il rischio di uscire dalle urne come secondo o terzo partito, ora come ora, è concreto”.

Stupisce, tuttavia, come i due grandi accusatori del Governo Rajoy in Parlamento abbiano operato in totale sinergia, attaccando l’esecutivo contemporaneamente. Secondo il dottor Villa, si tratta di una convergenza casuale e limitata: “il PSOE non poteva fare altro che proporre una mozione di sfiducia, come richiesto dalla base e voluto da Sanchez, da sempre contrario al Governo Rajoy. Ciudadanos, invece, veleggia su una percentuale di consenso storico (circa il 30%) e intravede la possibilità di proporsi come la forza moderata e responsabile, diversamente dal 2015, quando prese il 15% alle prime elezioni della sua storia presentandosi come  forza antisistema. D’altro canto, il PSOE, che anche in Catalogna è quasi uscito dal Parlament, è un partito debole, difficilmente in risalita a livello nazionale, minato anche dal fatto che lo stesso Ciudadanos, al suo centro, si presenta come una forza allo stesso tempo rivoluzionaria, perché nuova, e responsabile”. Ma, per quanto dettato dalle necessità contingenti, potrebbe rivelarsi una prima base per un accordo futuro, magari dopo le elezioni: “Potrebbe anche essere possibile che queste due forze, dopo le elezioni, convergano in un governo del cambiamento ‘gentile’, a seconda dei seggi che otterranno e dai propri programmi. Quel che si sa è che, se Ciudadanos vuole andare subito a elezioni, il PSOE potrebbe necessitare di un po’ di tempo in più”.

Se PSOE e Ciudadanos possono permettersi, in modo diverso, di guardare con una certa speranza al futuro, il partito di Mariano Rajoy deve pensare a un profondo rinnovamento. Ancora troppi dubbi circondano il PP, che in passato era riuscito a sopravvivere ad altri scandali, ma che mai come oggi potrebbe subirne seriamente le conseguenze: “Il PP è un partito storicamente forte e centralista. Nonostante gli scandali che lo avevano attraversato anche ai tempi di Aznar, il partito non è mai uscito indebolito e frammentato. È difficile prevedere cosa può succedere, ma è anche vero che il PP non ha mai avuto livelli di consenso così basso, che implicano un ripensamento, tale da rendere necessario una richiesta di cambio di leadership, sia da parte della base, che da quella dirigenziale. Bisogna anche capire quanto Rajoy sia percepito come responsabile del sistema che viene messo sotto accusa”. Fra le questioni ancora aperte, una sembra pressoché sicura: “È molto probabile che la fase Rajoy sia finita, si vedrà se farà un passo indietro subito o se si andrà a congresso. Il partito ha bisogno di una rifondazione più ampia rispetto a quando, ai tempi di Aznar, il partito continuava, nonostante gli scandali, a veleggiare fra il 30% e il 40%, se non oltre. È un partito al momento molto debole, anche se molto centralista”.

La crisi politica spagnola è anche istituzionale: mai come oggi la stessa monarchia è oggetto di critica e di sfiducia, tanto che questo potrebbe avere conseguenze nel ruolo che il Re potrebbe rivestire nella risoluzione di questa impasse: “È difficile pensare che il Re si proponga di istituire dei Governi ‘del Re’, soprattutto in un periodo come questo, in cui l’istituzione monarchica è in crisi. È più probabile che il Re non si intrometta,  per scendere in campo nel ruolo di conciliatore, qualora dovesse proporsi una nuova impasse dopo le elezioni. È difficile, però, che lo faccia oggi, quando l’istituzione è in crisi e la sua posizione è vista come troppo appiattita su quella del PP, quando, per la crisi catalana, si è, giustamente, schierato a favore dell’Unità”. È probabile, dunque, che si vada a nuove elezioni. La domanda è: quando? “Non si può dire con certezza”, sostiene Villa, “ma molto probabilmente dopo le vacanze, verso l’autunno. Per ora, il PP non ha presentato le dimissioni, ma una mozione di sfiducia lo farebbe cadere subito. E se è vero che il Re potrebbe non essere disposto a istituire un Governo istituzionale, non è escluso che potrebbe pensare a un Governo, per così dire, ‘balneare’, che porti la Spagna verso le elezioni, probabilmente servirebbe. E alcuni partiti, come il PSOE o lo stesso PP, avrebbero bisogno di questo periodo di transizione”.

Certo è che questo non è un periodo facile per l’Europa. Specialmente gli Stati mediterranei stanno vivendo, ognuno in modo diverso, un periodo molto complicato. Il dottor Villa è chiaro su questo punto: “La crisi spagnola, unita a quella italiana e a quella cronica della Grecia, potrebbero mettere a rischio la tenuta dell’Eurozona, che non è in crisi, di per sé. La crisi politica spagnola, infatti, è compensata da una tendenziale e continua crescita economica. Andando nello specifico dei tre Stati citati, è  evidente che i Paesi in difficoltà sono in periodi diversi del proprio ciclo politico: Alexis Tsipras governa da anni, la crisi greca è ormai divenuta strutturale e non è paragonabile né come PIL (e come potenziale minaccia all’interno dell’Eurozona) né come momento della crisi, che si è cronicizzata ed è, in un certo senso, risolvibile, se ci fosse la volontà politica. Spagna e Italia sono casi diversi e la loro crisi potrebbe causare un tentennamento sistemico dell’Eurozona: gli spread salgono e c’è la percezione che l’intera costruzione possa saltare”. La crisi spagnola, tuttavia, non è così irrisolvibile: “lo scandalo politico potrebbe essere risolto andando a elezioni e, benché non si configuri una maggioranza netta, una convergenza fra Ciudadanos e PSOE non è così improbabile, eventualità che sembra ben lontana in Italia”. Inoltre, l’Europa può guardare alla Spagna con meno apprensione rispetto all’Italia, perché nell’orbita politica iberica non si segnalano forti movimenti eurocritici: “Lo stesso Ciudadanos, che era partito come forza antiestablishment, non è mai stato un partito euroscettico. Basti fare un paragone: Ciudadanos, il Movimento Cinque Stelle e En Marche! di Macron sono i tre partiti antiestablishment, ma hanno posizioni diversissime sull’Europa. Inoltre, la Spagna è cresciuta del 3% annui circa, se non di più, e questo ha senz’altro aiutato. Non va però dimenticato che in Spagna esistono forti differenze regionali, come capita all’Italia, complessivamente ferma, ma che vede un Nord che cresce a livelli tedeschi e un Sud in profonda crisi”. C’è però da segnalare, al momento, la grande frammentazione politica che coinvolge tutta l’Europa, non solo quella mediterranea: “la Francia è guidato da un partito neonato, la Germania non ha più un Governo solido come quello di qualche anno fa. È un periodo di difficoltà per tutto il continente: ci sono differenze fra Sud e Centro-Nord, e ci sono differenze fra Stato e Stato”.

Un ultimo cenno va fatto alla crisi catalana. Non si può non pensare che una questione così grande non abbia influito nella genesi della crisi politica spagnola. “La crisi catalana ha dato un altro colpo alla tenuta di Governo, troppo debole per fare proposte concrete e percorribili. La stessa crisi in Catalogna è rimasta irrisolta dalla presenza al potere del PP, percepito come forza monarchica, franchista e fautrice della repressione”. Con un cambio di Governo, aumenterebbero le possibilità di una risoluzione della crisi, ma, ammonisce il dott. Villa, non bisogna essere eccessivamente ottimisti: “Anche un Governo Ciudadanos-PSOE sarebbe alle corde, perché si dovrebbe andare a una fase negoziale, ma ci sarebbero problemi: la presenza di un mandato europeo su Puigdemont e la decisione del Governo precedente per cui non si può negoziare ha creato vincoli difficilmente sormontabili. Nella stessa Catalogna, la leader di Ciudadanos Arrimadas si è sempre mostrata fortemente contraria alla trattativa: il suo è il primo partito di opposizione in Catalogna e non può giocarsi questo ruolo dicendo di andare a trattare, soprattutto con un fronte indipendentista così poco incline al dialogo. Senza una moderazione delle ali radicali, qualsiasi Governo non può fare passi avanti”.

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