domenica, Novembre 17

Crisi delle organizzazioni internazionali: mutano gli equilibri? Hanno mostrato tutta la loro fragilità in un mondo in cui gli scenari sono fortemente mutevoli

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La richiesta di riforma del Consiglio di Sicurezza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, avanzata dal Governo della Repubblica Federale Tedesca, riapre un tema che è da tempo sull’agenda della comunità internazionale e pone alcune domande sul ruolo delle organizzazioni sovranazionali nell’attuale contesto politico.

La Germania, che tra il 2019 e il 2020 sarà uno dei membri non permanenti del CdS dell’ONU, assieme a Belgio, Indonesia, Repubblica Dominicana e Sudafrica, propone una riforma che renda il Consiglio più rappresentativo degli effettivi equilibri internazionali e, da alcuni anni, ha stretto un accordo con Brasile e Giappone per favorire l’ottenimento di un seggio permanente da parte di uno dei tre Paesi. Al di là delle aspirazioni di maggior peso internazionale da parte dei tre Paesi, la necessità di una riforma del CdS dell’ONU non è una novità: al momento, infatti, gli equilibri interni all’ONU sono del tutto sbilanciati in favore dei cinque membri permanenti del Consiglio (Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia), i quali hanno diritto di veto sulle decisioni del Consiglio (unico organismo dell’ONU ad avere il potere di imporre la propria volontà ad uno Stato). Tra le ipotesi di riforma avanzate nel tempo, va citata anche quella proposta dall’Italia, che prevederebbe un seggio permanetene riservato all’Unione Europea.

Le proposte di riforma dell’ONU, in realtà, mettono in evidenza la crisi che questo organismo sta attraversando ormai da molti anni. Nata dalle ceneri della Società delle Nazioni nel 1945, l’ONU rispecchia gli equilibri tipici del sistema bipolare della Guerra Fredda. Con la caduta del Muro di Berlino, nel 1989, però, si è entrati in una nuova fase storica che avrebbe richiesta una rielaborazione delle dinamiche della politica internazionale; tale rielaborazione, sfortunatamente, non c’è stata.

La crisi, però, non riguarda solo l’ONU, bensì tutti quegli organismi internazionali che avrebbero dovuto gestire i rapporti tra gli Stati nell’ottica di una sempre maggiore integrazione reciproca. Organismi come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale (FMI), l’Organizzazione Mondiale per il Commercio (OMC, anche nota come WTO: World Trade Organization), hanno mostrato tutta la loro fragilità in un mondo in cui gli equilibri politici sono fortemente mutevoli, a livello locale, e ampiamente rimessi in discussione, a livello globale. Un esempio eloquente della crisi di tali istituzioni internazionali, è data dalla Corte Penale Internazionale (CPI), nata nel 2002 con lo Statuto di Roma. Si tratta di un organo dell’ONU che avrebbe il compito di indagare e svolgere processi penali in casi di crimini contro l’umanità: lo Statuto di Roma è stato firmato da centoventitré Paesi, ma la mancata adesione dei maggiori protagonisti della politica internazionale, ovvero Cina, Russia e USA (che hanno firmato ma non hanno poi ratificato), limita di molto l’effettiva possibilità di azione del tribunale. Inoltre, la altissima percentuale di procedimenti avviati contro protagonisti della vita politica di Paesi africani, ha indotto molti Stati del Continente a prendere le distanze dalla CPI: attualmente, infatti, sono in corso procedimenti riguardanti soprattutto episodi avvenuto nel Continente africano (Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centroafricana, Uganda, Darfur, Kenya, Libia, Costa d’Avorio, Burundi) e pochissimi avvenuti nel resto del pianeta (Georgia). Per questo, nel 2016, Burundi, Sudafrica, Gambia, Uganda, Namibia e Kenya hanno minacciato di uscire trattato, annullando in tal modo la giurisdizione della CPI sui propri territori: alla fine, nel 2017, solo il Burundi ha effettivamente scelto di ritirarsi dall’accordo, ma l’intera Unione Africana aveva precedentemente discusso della proposta keniota di abbandono in blocco da parte di tutti i membri africani.

Tra i principali protagonisti della crescente crisi delle istituzioni internazionali c’è certamente Washington. Usciti vincitori della Guerra Fredda, gli USA erano parsi come il garante di un processo di globalizzazione democratica che avrebbe inevitabilmente coinvolto tutti i Paesi del mondo. In quest’ottica, il ruolo di istituzioni come l’ONU sarebbe stato necessario ed avrebbe dovuto guidare l’umanità verso una nuova e luminosa fase della sua storia, un’epoca caratterizzata dal liberismo, dalla democrazia e dal multilateralismo; un’epoca tanto rivoluzionaria che qualcuno era giunto addirittura a teorizzare la ‘Fine della Storia’. Evidentemente le cose non sono andate in questa direzione e gli USA, da un lato non si sono dimostrati all’altezza, dall’altro, anziché spingere per il necessario rinnovamento delle istituzioni internazionali e il raggiungimento di un nuovo equilibrio mondiale, hanno ceduto alla tentazione di comportarsi come i padroni, o quanto meno i guardiani, del mondo. Se le Amministrazioni democratiche di Bill Clinton (1993-2001), nonostante le difficoltà incontrate in sede ONU in occasione della crisi in Kosovo (1999), avevano cercato di mantenere saldo il rapporto con il Palazzo di Vetro e i principi del multilateralismo, le cose cambiarono con l’arrivo alla Casa Bianca del repubblicano George W. Bush (2001-09).

Fin da subito, e in particolar modo dopo gli attacchi al World Trade Center e al Pentagono da parte dei terroristi di al-Qaeda, la politica di Bush II è stata caratterizzata da un crescente unilateralismo, mitigato solo nella fase finale della presidenza a causa del pantano iracheno derivato dall’intervento statunitense nel 2003.

Durante le successive presidenze di Barack Obama (2009-16), Washington ha tentato di mantenere rapporti più cordiali con l’ONU e con gli altri organismi internazionali. La mancata riforma e la conseguente inadeguatezza delle procedure di intervento di questi ultimi, però, ha reso inutili gli sforzi di Obama in tal senso, favorendo la vittoria, nel 2016 di Donald Trump, fautore di un unilateralismo ancor più esasperato, che sembra spesso sfociare nell’isolazionismo (si pensi al ritiro degli USA dagli accordi climatici di Parigi, ai passi indietro sull’accordo per il nucleare iraniano e sugli accordi per la non proliferazione nucleare, alle guerre commerciali con la Cina e con gli stessi alleati della UE).

La politica statunitense portata avanti soprattutto durante le presidenze repubblicane di Bush II e, attualmente, di Trump, hanno quindi avuto un peso non indifferente nel creare la condizione essenziale per la crisi degli organismi internazionali: la perdita di legittimità. Rappresentati, non sempre a torto, come inefficaci e troppo astratti di fronte all’opinione pubblica. Gli organismi internazionali hanno perso gradualmente peso. Inoltre, la politica unilaterale portata avanti dagli USA non ha tenuto conto del fatto che altri Paesi non sarebbero stati spettatori passivi dei desideri statunitensi: la Russia, che superata la fase di crisi successiva al crollo dell’Unione Sovietica è tornata a giocare un ruolo decisivo sullo scacchiere internazionale, e soprattutto la Cina, che sfruttando il sistema liberista voluto e promosso proprio da Washington è divenuta in pochi anni la principale potenza economica globale. A questi protagonisti, si aggiungono i Paesi delle economie emergenti (India, Brasile, Sudafrica, Indonesia) e dei Paesi produttori di petrolio (in primo luogo Arabia Saudita, Turchia ed Iran).

La crisi economica del 2008, ha messo ulteriormente in crisi il ruolo delle istituzioni internazionali, rappresentate e percepite come lontane ed insensibili ai bisogni dei cittadini. Tutto questo ha indebolito tanto le istituzioni internazionali come l’ONU, quanto quelle entità statali sovranazionali nate per evitare il ripresentatisi di condizioni come quelle che, tra il 1914 e il 1945, portarono alle grandi guerre mondiali: il caso della crisi della UE, con la vittoria degli scissionisti inglesi nel referendum sulla cosiddetta Brexit e l’avanzata dei nazionalisti xenofobi in tutti i Paesi dell’Unione, è emblematico. C’è di più: non sono solo le istituzioni politiche ad entrare in crisi, bensì anche quelle culturali, con il proliferare di teorie complottiste che, amplificate dai nuovi mezzi di comunicazione, diffondono notizie false e ridicole che pure ottengono un consenso notevole.

L’inadeguatezza delle istituzioni internazionali, figlia di una mancata riforma, in primo luogo dell’ONU, si trova a favorire una serie di dinamiche politiche che vanno a limitare la possibilità degli Stati di trovare accordi di carattere politico, basati sulla diplomazia e che evitino il ricorso alla violenza. L’instabilità di aree come quella mediorientale, quella subsahariana, quella balcanica e caucasica, negli ultimi anni è cresciuta anziché diminuire e la possibilità degli Stati di mettere in atto politiche di ampio respiro si restringe sempre più. Anche gli USA, votando Trump, sembrano aver rinunciato al quel ruolo di guida del mondo democratico di cui si erano insigniti alla fine della Guerra Fredda: la nuova linea di Washington sembra molto più rivolta al proprio interno e, nonostante le contraddizioni molto forti nella politica del nuovo Presidente impongano cautela, in alcuni momenti è arrivata anche a mettere in dubbio l’utilità della stessa NATO.

Bisogna inoltre prendere in considerazione la presenza di attori nuovi sulla scena politica: le grandi compagnie private. Se dal punto di vista politico, infatti, il sistema multilaterale sembra essere in profonda crisi, l’economia ha raggiunto effettivamente un livello globale: aziende multinazionali con fatturati paragonabili a quelli di uno Stato agiscono con proprie politiche sempre più simili a quelle degli Stati stessi. Di fronte a questi nuovi soggetti, il Diritto Internazionale, ideato in un’epoca precedente, non è particolarmente attrezzato. La crisi degli organismi internazionali, dunque, si accompagna ad una generale crisi dell’idea stessa di Stato provocando il ripiegamento dei Paesi su sé stessi e la fine di strategie politiche a lungo termine: a trarre vantaggio da questa situazione, sembra possano essere solo i grandi gruppi economici multinazionali.

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