giovedì, Gennaio 21

Crisi del dollaro?

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Mosca ha anche espresso lintenzione di creare, assieme ai cinesi, una piattaforma alternativa a Swift, sorvegliata dalla Cia e dalla Fed; dopo una serie di incontri bilaterali di alto livello, il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov e il ministro degli Esteri cinese Cheng Guoping hanno gettato le fondamenta per l’edificazione di una camera di compensazione bancaria russo-cinese, della quale dovrebbero inizialmente far parte oltre 90 istituti di credito collegati tra loro per tramite della Bank of Russia e della Peoples Bank of China, le quali hanno peraltro raggiunto un accordo per l’acquisto di petrolio russo in yuan in vista di un esclusione totale del dollaro nel commercio bilaterale.

La stessa, recente resa dei conti interna alla famiglia reale saudita susseguente alla visita di Trump, con re Salman, che ha deciso di nominare alla successione suo figlio Mohammed bin-Salman anziché il principe ereditario Moahhmed bin-Nayef, si inserisce in questo contesto, in quanto espressione dello scontro tra chi a Riad intende procedere a una conciliazione con la Russia e a un’intesa finanziaria a tutto campo con la Cina – specie per quanto riguarda l’accettazione dello yuan in cambio di petrolio – e chi intende invece consolidare l’alleanza con Washington, il cui punto cruciale è rappresentato dalla vendita del petrolio saudita in dollari e nel flusso costante di investimenti sauditi verso gli Stati Uniti.

Ciò spiega anche perché il Qatar sia finito al centro nel mirino, avendo il piccolo emirato condotto qualcosa come 86 miliardi di dollari di transazioni in yuan e avviato un rapporto di collaborazione con Pechino che va consolidandosi ogni giorno di più. A fianco di ciò, Doha ha ottenuto da Mosca il via libera per l’acquisto il 30% delle quote di Gazprom, presumibilmente in cambio di un radicale cambio di approccio rispetto alla crisi siriana. Come scrive l’esperto William Engdahl: «nel corso dell’ultima primavera, il Qatar ha avviato un dialogo con l’Iran rivolto a trovare una soluzione di compromesso che permetta lo sfruttamento condiviso del gigantesco giacimento gasifero South Pars-North Dome […]. Sembra che i due Paesi abbiano concordato la realizzazione di un gasdotto irano-qatariota dalla Persia al Mediterraneo – forse attraverso la Turchia – che permetta all’emirato di esportate il proprio gas in Europa. Come contropartita, Doha avrebbe accettato di revocare il proprio supporto alle frange terroristiche operanti in Siria; un colpo enorme per il piano saudita-statunitense di balcanizzare la Siria e assumere il controllo dei flussi di gas della regione».

Allo stesso tempo, l’oro, screditato dalle autorità statunitensi per via della sua capacità di insidiare lo strapotere del dollaro, è tornato prepotentemente al centro della scena. Il suo prezzo di 35 dollari l’oncia è schizzato  ben presto a 800, e giunto a sfiorare quota 2.000 a fine 2011. E malgrado gli Stati Uniti abbiano sostenuto politicamente la speculazione volta a manipolarne la quotazione al ribasso, l’oro ha continuato a macinare terreno. Al punto che, attualmente, il metallo prezioso è acquistato voracemente da un numero sempre maggiore di Banche Centrali e da privati, e c’è chi ritiene che, di fronte a un cedimento del sistema dollarocentrico, la sua quotazione possa salire sino a toccare i 4.000/6.000 dollari l’oncia. Ciò significa che un dollaro, che fino al 1971 acquistava un’oncia d’oro (pari a poco meno di un grammo), oggi non è più in grado di acquistarne neppure tre centesimi di grammo (al momento la quotazione è di 1.252 dollari per oncia).

Se veramente si arrivasse a una quotazione di 6.000 dollari l’oncia, un dollaro riuscirebbe a comprare meno di sei millesimi di grammo. Ciò spiega, tra le altre cose, le ragioni dell’intervento militare contro la Libia nel 2011, voluto fortissimamente dall’allora segretario di Stato Hillary Clinton per stroncare sul nascere i programmi finanziari che il governo di Tripoli aveva messo in cantiere. È il caso della Banca Centrale Africana, del Fondo Monetario Africano, della Banca Africana di Investimento e, soprattutto, del sistema di regolazione del commercio interafricano imperniato sul dinaro d’oro: tutti progetti concepiti e patrocinati dalla Libia di Muhammar Gheddafi con l’obiettivo di sottrarre l’economia africana al controllo delle istituzioni transnazionali, come Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale (dominate da Stati Uniti  e Paesi europei), i cui meccanismi garantiscono la costante esposizione del ‘continente nero’ al ricatto debitorio.

L’attacco alla Libia ha mandato in fumo i progetti di Gheddafi, ma non invertito la tendenza di base al progressivo sganciamento dal dollaro e dal sistema finanziario concepito dagli Usa: «i debiti fuori controllo e le profonde divisioni politiche degli Stati Uniti – scrive l’analista Shaun Bradley – sono segni evidenti di vulnerabilità. I cinesi e i russi hanno cooperato con l’obiettivo di mettere a punto sistemi finanziari alternativi accessibili a chiunque cerchi di allontanarsi dalla Fed. Dopo la decisione del Fondo Monetario Internazionale di includere lo yuan nel suo paniere di valute, investitori ed economisti hanno cominciato a prestare attenzione. Il potere economico detenuto dalla Federal Reserve è stato fondamentale nella costruzione dell’impero americano, ma i grossi cambiamenti geopolitici in corso rischiano di provocare seri contraccolpi su questo stato di cose».

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