venerdì, Agosto 7

Crisi del dollaro?

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Gli Stati Uniti stanno imbattendosi in crescenti difficoltà nel compito di mantenere la centralità del dollaro nel commercio internazionale. La moneta Usa ha conquistato lo status di valuta di riferimento su scala mondiale in occasione della Conferenza di Bretton Woods del 1944, quando i Paesi ad economia capitalista concordarono la costituzione di un sistema monetario internazionale imperniato sull’ancoraggio dollaro-oro (Dollar Exchange Standard), con tutte le altre monete che sarebbero state a loro volta agganciate alla divisa statunitense.

Ma con la ricostruzione e la rinascita industriale dei Paesi europei, l’oro che era precedentemente affluito negli Stati Uniti ricomincia a defluire verso l’Europa, che inizia ad inanellare avanzi commerciali, mentre gli Stati Uniti si vedono costretti simultaneamente a fronteggiare spese militari in aumento – specialmente a partire dall’intervento armato in Vietnam – e a finanziare investimenti all’estero,  accumulando al contempo disavanzi crescenti e stampando dollari in eccesso per tappare le falle. Il che non poteva che creare squilibri e suscitare una crescente riluttanza negli europei a mantenere univocamente l’impegno a convertire su richiesta i dollari in oro. Fu allora che il generale Charles De Gaulle inviò, dietro suggerimento del suo consigliere economico Jacques Rueff, aerei carichi di dollari negli Stati Uniti esigendo  indietro oro; una mossa che innescò ben presto la tendenza generalizzata alla dismissione dei dollari in favore dell’oro, erodendo rapidamente le riserve auree di Fort Knox.

Di fronte alla prospettiva di esaurire tutto l’oro a propria disposizione, gli strateghi di Washington decisero di passare all’offensiva: «Se prendiamo l’iniziativarilevava la Federal Reserve in una sua analisi del 1971 – coglieremo di sorpresa gli altri Paesi e in particolare quelli della Comunità Europea, prima che siano in grado di elaborare una posizione coordinata per affrontare la crisi, ed avremo possibilità di prevalere nei negoziati successivi».

Conformemente a ciò, nel ferragosto del 1971 il presidente Richard Nixon dichiarò unilateralmente l’inconvertibilità del dollaro in oro, mandando in pezzi il Gold Exchange Standard e tutto il sistema dei cambi fissi. Un colpo di spugna che trasformò di fatto la moneta in un bene comune dotato di caratteristiche analoghe a quelle di qualsiasi altra merce, poiché il suo il suo valore sarebbe stato stabilito da quel momento in poi dal rapporto tra domanda e offerta. «Il dollaro è la nostra moneta, ed un vostro problema», affermò arrogantemente il segretario al Tesoro John Connally con l’obiettivo di evidenziare come la mossa di Nixon avesse consolidato il potere finanziario degli Stati Uniti a scapito in primo luogo degli alleati, a partire da Paesi europei e Giappone.

La vera quadratura del cerchio si ottenne tuttavia soltanto due anni dopo, quando lo scoppio della Guerra dello Yom Kippur offrì a Nixon e Kissinger la possibilità di porre fine alla fase di forte instabilità, apertasi all’indomani del ripudio degli accordi di Bretton Woods, che aveva visto il dollaro perdere costantemente terreno a scapito di alte valute come il marco tedesco.

Quel conflitto si svolse secondo modalità piuttosto peculiari, in quanto preceduto da chiari segnali di allarme provenienti dall’Egitto, che sotto la presidenza di Anwar al-Sadat aveva dapprima espulso il personale tecnico sovietico, compromettendo un’alleanza che aveva garantito al Paese aiuti di natura sia civile che militare messi a disposizione da Mosca, e successivamente proclamato dichiarazioni e organizzato manovre militari dal significato palesemente ostile nei confronti di Israele.

L’intelligence di Tel Aviv informò il governo dell’imminenza dell’attacco egiziano, ma ciò non impedì alle forze siriano-egiziane di colpire piuttosto duramente l’aviazione e le forze di terra israeliane. Alcuni analisti tendono a giustificare la sbalorditiva inadeguatezza militare dimostrata da Israele in quell’occasione con motivazioni di carattere eminentemente politico, secondo cui fu in realtà l’intervento diretto di Kissinger a convincere i dirigenti di Tel Aviv a tenere un profilo artificiosamente passivo di fronte alla minaccia incombente, dietro la minaccia del blocco dei finanziamenti che gli Usa concedevano (e continuano a concedere) annualmente allo Stato ebraico.

Mentre il conflitto infuriava, Arabia Saudita ed Abu Dhabi decretarono il blocco degli approvvigionamenti di idrocarburi destinati agli Stati Uniti e a tutti i Paesi accusati di sostenere Israele, ma le grandi compagnie petrolifere si avvalsero della collaborazione dello Shah di Persia Reza Pahlavi per aggirare l’embargo e garantire il regolare afflusso di petrolio. Quando Israele riuscì poi a rovesciare la situazione e ad avere la meglio sui propri avversari, l’Opec decretò un primo aumento del prezzo di riferimento dell’oro nero da 3,01 a 5,11 dollari al barile prima di procedere a una seconda rivalutazione l’anno seguente, che fece toccare al greggio quota 11,65 dollari per barile, per un aumento complessivo del 400% circa.

Il meccanismo innescatosi ebbe l’effetto di rafforzare il dollaro, saldare il legame tra valuta Usa e petrolio e affidare ad alcune banche anglo-americane accuratamente selezionate (Chase Manhattan Bank, Citibank, Barclays, Lloyds, ecc.) il compito di gestire il ‘riciclaggio dei petro-dollari’, consolidando lo strapotere degli istituti bancari di Londra e New York e del potente cartello oligopolistico del petrolio.

Le cose hanno tuttavia cominciato a cambiare radicalmente nel momento in cui sono emersi i primi incontrovertibili segnali di difficoltà degli Usa nel conservare il proprio predominio e il proprio ruolo, relativamente regolatore e coordinatore, che avevano conquistato alla fine della Seconda Guerra Mondiale e che in molti ritenevano notevolmente consolidato con il crollo dell’Unione Sovietica. Nel 2002, il presidente russo Vladimir Putin incaricò i suoi collaboratori di mettere a punto un piano tecnico volto a rendere possibile la commercializzazione delle risorse energetiche russe in valute alternative al dollaro, tra cui l’euro.

Il progetto russo assunse una certa concretezza nel momento in cui la moneta unica europea, partita malissimo sul dollaro (il picco negativo venne raggiunto a quota 1 euro per 0,82 dollari) cominciò a recuperare velocemente terreno, spingendo Mosca ad annunciare la possibilità di vendere il petrolio russo in euro non appena i collaboratori del presidente avessero approntato i dettagli tecnici dell’operazione.

Sollecitato dalla mossa di Putin, Saddam Hussein convertì il fondo del cosiddetto ‘oil for food’ (il baratto del petrolio iracheno con cibo e medicinali, imposto dalle Nazioni Unite al termine della Guerra del Golfo con l’obiettivo ufficiale di impedire la ricostituzione dell’esercito iracheno) da dollari ad euro e nell’arco di pochi mesi l’Iran fece altrettanto, suscitando forti tentazioni anche presso altri importanti Paesi produttori come l’Indonesia. L’offensiva contro il dollaro è andata intensificandosi a partire dallo scoppio della crisi ucraina, con la Duma russa che, per limitare i danni finanziari connessi alle sanzioni applicate dai Paesi occidentali e per prevenirne altri più pesanti che si sarebbero verificati con l’esclusione della Russia dalla piattaforma Society for Worldwide Financial Telecommunications (Swift), ha approvato un disegno di legge mirante ad incrementare l’autonomia finanziaria russa attraverso la creazione di un sistema elettronico di pagamento nazionale, modellato sulla falsariga del cinese Union Pay (seconda al mondo, le cui carte di credito possono essere utilizzate in oltre 140 Paesi), alternativo a quello vigente, gestito da Visa e Mastercard.

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