giovedì, Ottobre 1

Crisi banche accenderebbe tensione Btp field_506ffb1d3dbe2

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Nonostante i favori ricevuti negli ultimi tempi dalla Bce e dal Governo, con il nuovo round di stress test europei le banche italiane rischiano di trovarsi in una situazione di crisi, che inciderebbe anche nel mercato dei titoli di Stato, provocando un effetto domino alimentando la sfiducia nella qualità del credito italiano.

Giudicato solvibile, ma non ancora infallibile dalle principali agenzie di rating Usa e più in generale anglosassoni  –tripla B è il giudizio di Standard & Poor’s- pur continuando ad ampliarsi, il debito pubblico del nostro Paese viene percepito come maggiormente sicuro ora dai mercati, rispetto a quanto non fosse durante i momenti di dramma vissuti a fine 2011.

Negli ultimi due anni, il calo del costo del rifinanziamento del debito dell’Italia e anche delle altre economie più deboli dell’area euro ha consentito all’Eurozona di lasciarsi alle spalle la fase più acuta della crisi del debito e poter ripensare a come fare per alimentare la crescita senza tornare a indebitare famiglie e contribuenti.

Eppure, stando all’opinione di alcuni analisti americani, sembra che tutto questo potrebbe volgere al termine. La Banca centrale europea ha da poco avviato il round di test che va sotto il nome il Asset Quality Review (letterlmente revisione della qualità dell’attivo). Si tratta di un esame degli asset nei bilanci delle banche che l’istituto di Francoforte dovrà concludere entro ottobre 2014, alla vigilia dell’assunzione della nuova architettura di vigilanza bancaria. L’obiettivo è ridare fiducia al settore e rimettere in ordine i conti di quelle società che dimostrassero di essere a corto di capitali.

È uno dei pilastri dell’operazione di trasparenza sul settore creditizio che comprende anche una valutazione generale del rischio e gli stress test per verificare la tenuta dei conti in situazioni a rischio, ma potrebbe finire per diventare un boomerang. Così per lo meno dice Citigroup.

Le misure, atte a riportare la fiducia ai mercati sul settore finanziario europeo, che ha potuto usufruire di prestiti a tre anni a tassi favorevoli concessi da Mario Draghi nell’ambito del programma LTRO, potrebbero infatti causare un’inversione di rotta: le banche dell’Eurozona corrono il pericolo di essere costrette a vendere gli asset più rischiosi.

Se così fosse a rimetterci non sarebbero solo gli istituti di credito più fragili, ma anche i titoli pubblici italiani e dei Paesi della cosidetta periferia, l’aria più indebitata e più in difficoltà a livello economico del blocco a 18.Go Insomma, secondo la banca Usa la corsa dei prezzi di Btp e Bonos potrebbe volgere al termine.

Se si esamina il grafico fornito da Citigroup, si nota infatti come il rally dei bond periferici sia stato alimentato non dall’interesse degli investitori esteri, ma dalle banche che hanno acquistato gli stessi bond mentre i prestiti a famiglie e imprese sono ai minimi storici. Creando un ciclo incestuoso e vizioso.

Non è un mistero che le banche italiane abbiano utilizzato i corposi finanziamenti arrivati dalla Bce attraverso le operazioni di LTRO non per sostenere i fondamentali dell’economia, quanto piuttosto per fare incetta di BTP, aumentandone artificialmente il valore. Ciò ha favorito il Tesoro, che ha visto abbassare i costi di rifinanziamento, e l’economia italiana, che ha visto ridursi gli interessi sui mutui e altri prestiti, ma ha istituito un legame a doppio filo malsano.

Alle condizioni attuali è facile immaginare che un eventuale smobilizzo di bond da parte delle stesse banche ne farebbe crollare il valore. E non ci sarebbero investitori stranieri ad offrire un salvagente. Mantenere bassi i rendimenti è di cruciale importanza non solo per l’Italia e la Spagna, ma anche per il resto dell’Eurozona.

Quando i tassi a 10 anni di titoli spagnoli e italiani si sono attestati attorno alla pericolosa soglia del 7%, livello in corrispondenza del quale altre economie dell’area euro come l’Irlanda e la Grecia si sono viste costrette a chiedere gli aiuti ai creditori internazionali, entrambi i Paesi sembravano essere pericolosamente vicini al bisogno di ricorrere a un piano di salvataggio esterno.

La Spagna aveva già richiesto un piano di salvataggio per le sue banche, dopo lo scoppio della bolla immobiliare, ma aveva comunque evitato un salvataggio in stile greco. Roma e Madrid poi, non bisogna dimenticarlo, non si possono paragonare per dimensioni a Dublino e Atene. Sono la terza e la quarta maggiore economia della zona euro, per cui qualsiasi minaccia alla loro stabilità, specialmente se uno dei due Paesi dovesse avere bisogno di aiuti, potrebbe influenzare l’intera regione, riavvicinando i timori circa la sopravvivenza e il futuro stessi del progetto euro, un po’ come avvenuto a novembre 2011.

Un altro trattamento di favore riservato alle banche è arrivato dal Governo italiano. Nell’ultima manovra finanziaria triennale, infatti, viene consentito agli istituti di credito un metodo eterodosso per rafforzare il loro patrimonio. È uno schema funzionale sul breve, a cui in un secondo momento potrebbero essere apportate delle modifiche.

Secondo quanto riportato dalla ‘Reuters’, l’Esecutivo ha presentato un emendamento alla Legge di Stabilità che consentirebbe alle banche di rafforzare il patrimonio di vigilanza emettendo obbligazioni ibride, senza con ciò patirne le conseguenze fiscali derivanti dalle sopravvenienze attive che ne deriverebbero in caso di conversione del bond in in equity.

Come spiega il banchiere privato Paolo Cardenà sul suo blog, «le obbligazioni ibride sono una serie di strumenti finanziari innovativi connotati a metà strada tra strumenti di debito (obbligazioni) e strumenti di capitale di rischio (azioni)». In buona sostanza, «avendo una seniority superiore agli strumenti dell’equity (azioni), ma subordinata rispetto a tutte le emissioni obbligazionarie, in caso di bancarotta dell’ente emittente, vengono rimborsate prima delle azioni, ma solo se sono state rimborsate tutte le altre obbligazioni».

In genere queste particolari obbligazioni vengono emesse dalla banche «proprio per i grandi vantaggi che derivano da questo strumento, rispetto sia alle azioni che alle obbligazioni». I pro per gli emittenti “sono molteplici” e, sempre secondo il private banker «rappresentano una modalità di raccolta di fondi molto interessante in confronto all’emissione di azioni o di debito senior».

Le società finanziarie nostrane rischiano di avere bisogno di tutti gli stratagemmi possibili. Pare che allo scopo di raggiungere il livello minimo richiesto sui requisiti patrimoniali. le 50 banche più grandi dell’Europa occidentale potrebbero aver bisogno di capitali freschi per 110 miliardi di euro. In un recente rapporto di Standard & Poor’s l’agenzia riconoscendo comunque che le banche si stanno «sforzando» di portare avanti il processo di risanamento e stanno migliorando le proprie posizioni patrimoniali.

Se però le banche dovessero smettere di comprare Btp, si rischia lo scoppio di una bolla, come ha amesso la stessa Bce. Il membro del consiglio direttivo Peter Praet ha spiegato che se dei bond sovrani venissero calcolati i rischi che comportano per le banche che li stanno accumulando, gli istituti a quel punto ci penserebbero due volte prima di usare la liquidità ottenuta dalla Bce per comprare altro debito nazionale.

 

 

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