mercoledì, Novembre 25

Crimea, neutralità iraniana field_506ffb1d3dbe2

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Sergei Ryabkov Crimea

Tra le ritorsioni minacciate dal Cremlino verso gli alleati occidentali, oltre allo stop del gas e alle contro-sanzioni agli Usa, c’è la «carta iraniana» da giocare ai negoziati sul nucleare. A ventilare il ricatto, dopo l’annessione della Crimea, è stato il vice Ministro russo Sergei Ryabkov, di certo intervenuto al tavolo del Gruppo 5+1 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina più Germania) che, lo scorso novembre, a Ginevra ha siglato con la delegazione di Teheran uno storico accordo di sei mesi sulla riduzione dell’arricchimento dell’uranio e sullo stop di alcuni impianti, in cambio di un primo alleggerimento dell’embargo internazionale di Usa, Unione europea e Onu.

Le trattative non facili tra la Repubblica islamica e le potenze sono poi riprese ad anno nuovo a Vienna, per rendere l’intesa definitiva. Ma mentre tra Stati Uniti e Russia calava il gelo dopo il referendum plebiscitario del 15 marzo in Crimea, anziché mediare gli emissari di Mosca tagliavano corto: «Sull’arricchimento dell’uranio le due parti sono agli antipodi», hanno dichiarato al termine dell’ultimo incontro sul nucleare del 19 marzo. Nella stessa data non casuale, Ryabkov premetteva l’intenzione di «non usare i negoziati come un elemento per alzare la posta contro i Governi europei, Bruxelles e Washington». Tuttavia, «se costretti a farlo, prenderemo anche questa misura di rappresaglia. L’importanza storica di quanto accaduto per la riunificazione della Crimea alla Russia è incomparabile con la questione iraniana».

Se gli Usa non nascondono la loro preoccupazione per le ripercussioni della crisi ucraina sul dialogo con Teheran, anche la teocrazia islamica farebbe volentieri a meno del precipitare degli eventi nell’Est Europa. Non a caso, come la Cina i rappresentanti della Repubblica islamica hanno mantenuto un basso profilo, tenendosi alla larga dai revanscismi di Mosca, pur restando sullo sfondo tradizionali alleati geopolitici dei russi. «Come se le trattative sul nucleare iraniano non fossero abbastanza complicate, ora i colloqui devono fare i conti anche con le potenziali implicazioni della montante crisi Ucraina e, in prospettiva, con una nuova rivalità tra Est e Ovest di dimensioni regionali e internazionali», hanno commentato sulla pagina della Harvard University ‘Iran matters‘ l’ex advisor ai negoziati sul nucleare Kaveh Afrasiabi e l’esperto di Politica internazionale Nader Entessar. «Con la Russia e gli Stati Uniti, i principali attori del Gruppo 5+1, che si scornano è difficile immaginare che le due potenze possano continuare il loro “business as usual” sull’Iran». Tanto più che la secessione di Crimea rischia di innescare un esplosivo effetto domino nella regione, con nuove offensive del Presidente russo Vladimir Putin in Ucraina e nei territori che nutrono rivendicazioni di secessione.

In questo contesto per l’Iran si deve muovere con estrema delicatezza. Da una parte, infatti, pur non essendo direttamente coinvolta nella sua area d’influenza e non approvando necessariamente l’invasione della Crimea, l’Amministrazione del Presidente Hassan Rohani dovrà contenere “l’offensiva di charme” verso l’Occidente, per non irritare il principale alleato nella guerra in Siria, da decenni partner internazionale. Dall’altra, però, l’ovvio sostegno dell’Iran a Mosca allontanerà i Governi europei e la Casa Bianca dal riavvicinamento in atto. «Con la crisi ucraina, il dibattito tradizionale se guardare a Est o a Ovest è tornato attuale nei circoli intellettuali e politici della capitale», ha scritto il Direttore dell’Istituto di Studi strategici per il Medio Oriente (Imess) di Teheran Kayhan Barzegar in un’analisi ripresa dal network internazionale ‘IDN-InDepthNews. «Ma in realtà, guardare a Est o a Ovest è un tema più legato al dibattito intellettuale-ideologico della società iraniana, che alle esigenze economiche e di sicurezza politica dello Stato iraniano. In un quadro simile, la linea della Repubblica islamica sulla crisi ucraina potrebbe essere quella di una “neutralità attiva”, mirata a prevenire qualsiasi escalation di tensione tra la Russia e l’Occidente nelle regioni vicine alla sua area d’influenza asiatica».

Rinunciando alle iperboli, il ‘Tehran Times‘ ha riportato la presa di distanza dell’Ambasciatore iraniano a Mosca Mehdi Sanaei dalle misure di Stati Uniti e Ue: «La Repubblica islamica non vede come appropriata e costruttiva l’imposizione di sanzioni ed è dunque contraria all’intervento di outsider in dispute regionali». Teheran sta dalla parte del Cremlino. Ma i toni restano prudentemente misurati, considerato che, fino a gennaio scorso, l’Iran ha subito – e in larga parte ancora subisce – durissime restrizioni internazionali. 

La prima preoccupazione per l’Amministrazione Rohani resta sollevarsi dalla grave crisi economica: con questo obiettivo, nel nome dell’«eroica flessibilità», la Guida Suprema Ali Khamenei aveva sdoganato il disgelo con gli Usa, foriero dell’accordo ad interim sul nucleare. Una decisione presumibilmente presa non a cuor leggero, anche nell’ottica di arginare contestazioni interne, che tuttavia nel Paese ha provocato frizioni con la linea dura. Ora crisi ucraina rischia seriamente di far saltare questa fragile architettura in costruzione, vanificando la boccata d’ossigeno che la popolazione iraniana ha appena ricevuto con lo sblocco limitato dell’import-export.

Irrigidendosi i fronti, con la non collaborazione di Mosca difficilmente si arriverà a un accordo definitivo sul nucleare con Teheran e alla caduta di altre sanzioni. E per quanto l’Ucraina sia un territorio lontano dagli interessi geostrategici iraniani, i fatti di Kiev hanno già danneggiato i legami economici tra i due Paesi, in primis l’import di prodotti agricoli dal granaio d’Europa. Per l’esperto iraniano di Affari internazionali Hassan Beheshtipour, la crescente ostilità tra la Russia e gli Stati Uniti non porterà alcun beneficio al Paese: «L’esperienza ci dimostra che, durante i climax di tensione tra Mosca e Washington, i russi non hanno mai fatto all’Iran alcuna concessione che avrebbe compromesso i loro interessi con l’Occidente. Un esempio di questa politica», ha spiegato al sito d’informazione ‘Fararu.com‘, «fu la guerra in Georgia e nell’Ossezia del Sud nel 2008. Durante il picco di conflitto, il Cremlino non cambiò la sua posizione per venire incontro alla questione nucleare iraniana. Persino nel 2010, quando Mosca e Washington stavano riallacciando le relazioni, l’allora Presidente russo Dmitrij Medvedev cancellò il contratto per la vendita dei missili S300 all’Iran».

In un’intervista al foglio ‘Iranian Diplomacy (IRD)’ prima dell’annessione alla domanda se la sfida crescente tra Russia e Ue influenzerà le nuove relazioni tra Bruxelles e l’Iran, l’ex Ambasciatore iraniano in Armenia e senior analyst di questioni strategiche Mohammad Farhad Koleini aveva risposto che il proseguire della crisi, «specialmente nella penisola della Crimea, aumenterà di molto il rischio di balcanizzazione dell’Ucraina. L’esito finale della sfida resta un mistero per tutte le parti in causa». I risvolti mediorientali di una seconda Guerra fredda tra Stati Uniti e Russia non potevano sfuggire alla stampa filo-israeliana. Dopo la prova di forza di Putin in Crimea e con i venti di guerra ai confini dell’Ucraina, ‘The Jewish Press ha prospettato la minaccia del Cremlino come una manna dal cielo per il futuro Stato ebraico. «Legare l’Ucraina all’Iran è un incubo per Obama», ha scritto il foglio americano della comunità ebrea ortodossa, «ma per Israele è un sogno che si realizza».

 

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