mercoledì, Agosto 21

'Credere che la poesia possa riguardare tutti'

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Dopo aver sentito l’opinione del curatore, vediamo cosa ne pensano i poeti stessi. La prima che abbiamo interpellato è Mariagiorgia Ulbar: nata a Teramo, insegnante e traduttrice, ha pubblicato diversi testi poetici ed è lei stessa curatrice della collana ‘L’Isola’. Per Marcos y Marcos ha pubblicato la raccolta ‘Gli eroi sono gli eroi’.

Cosa significa fare poesia nell’epoca di Internet?

Non credo che cambi molto rispetto a chi ha fatto poesia prima e a chi la farà nel futuro, quando probabilmente cambierà ancora qualcosa in un modo che oggi non possiamo prevedere. Io penso, ed è un pensiero controcorrente e impopolare, che oggi la lettura di poesia, con l’abitudine a leggere velocemente sui siti Internet, e quindi con un tipo di comunicazione diversa, possa tornare in auge, e non scomparire come molti credono. Perché è una lettura per immagini, anche se suggerite dalle parole. Credo che sia questo che la poesia fa, o dovrebbe fare: imprimere immagini nel cervello.

Chi è oggi il pubblico della poesia?

È un pubblico esiguo se si dichiara che si sta proponendo poesia. Se invece si propone un testo senza avvisare, il pubblico si allarga. Questa è perlomeno la mia esperienza, soprattutto con i lettori molto giovani. Se si propone una lettura poetica si incontra un muro, un blocco. Se invece si propongono direttamente versi, parole, testi, facendo sì che si ritrovino di fronte ad associazioni di parole, o a una storia raccontata in versi, allora la poesia funziona.

Come si diventa poeti? Per lei è stata un’esigenza insopprimibile, o qualcosa di meditato?

Ho sempre letto poesia, fin dalle scuole elementari ho avuto curiosità per questo tipo di scrittura, prima ancora di averne del tutto coscienza. Ho iniziato nell’adolescenza facendo degli esperimenti, desiderando cioè di scrivere in maniera controllata dei pensieri che controllati non erano. Ma non ho mai scritto delle poesie come puro sfogo. Ciò che mi attratto è il rapporto con le parole, la compagnia che fanno, il gusto della composizione e del suono.

Il pubblico però sembr Ungara apprezzare soprattutto la poesia di tipo più immediato. È possibile fargli arrivare la poesia più sperimentale? O, come succede in musica, la sperimentazione è irrimediabilmente lontana dai non addetti ai lavori?

Dovremmo chiarire bene cosa si intende per poesia sperimentale. C’è una sperimentazione che è interessante, come appunto accade anche in musica, per il percorso che fa, per il passaggio che mette in atto, ma che resta una poesia per poeti, fine a se stessa. Bisogna vedere qual è l’entità della sperimentazione: ce n’è in molti testi, senza che diventino necessariamente testi cosiddetti ‘sperimentali’. Quando tutto è eccessivo, non arriva e non comunica, ho delle riserve. La poesia, etimologicamente, è qualcosa che deve toccare, deve imprimere un cambiamento nello stato di coscienza.

Durante la presentazione della collana Stelvio DI Spigno ha recitato un suo testo che parlava del fallimento e si concludeva così: «Se ne potrebbe parlare, così che non spaventi più nessuno. Ma questa è solo una poesia». Mi spinge a chiederle: una poesia può cambiare il mondo?

È un tema che è stato declinato da molti. Per esempio c’è un libro di Patrizia Cavalli intitolato ‘Le mie poesie non cambieranno il mondo’. Io credo che, nel momento in cui qualcuno lo scrive e lo dice, sta cercando, a ragione o illudendosi, di dire il contrario, che cambierà il mondo o che ci proverà. O lo dice in senso antifrastico, per dire ‘non prendiamoci sul serio’.
Una poesia, una manciata di parole, può cambiare qualcosa nella mente di qualcuno nel momento in cui la legge. Questo è cambiare il mondo? Se il mondo è ognuno di noi, allora sì.

Poeta

Concludiamo con l’opinione di un altro poeta, Gabriele Belletti, che ha conseguito il dottorato di ricerca in letteratura italiana all’Università di Nantes,e che di recente ha esordito per Marcos y Marcos con il poemetto ‘Krill’.

Oggi le persone percepiscono la Natura soprattutto indirettamente attraverso la televisione. È un fatto che ha influenzato la sua poesia?

Sì, soprattutto nella parte dedicata all’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon. Ha condizionato la scelta della voce, dal momento in cui di questi eventi tragici per l’ambiente si parla nei mezzi di comunicazione. Le immagini filtrano attraverso i telegiornali o le testate online, ed è molto difficile conoscere ciò che accade nel Golfo del Messico senza avere questo tipo di informazione. Questo però mi ha anche aiutato a criticare questo tipo di informazione rapida, che dà questo tipo di notizie ma poi quasi subito se ne dimentica, senza più interessarsi del destino effettivo dell’ambiente.

Quindi la poesia può essere un canale per far conoscere alle persone cose che sfuggono all’interesse dei media?

Penso di sì. Nel mio poemetto ci sono due storie. La prima è quella dedicata alla figura di Dina, una donna che si trova in un luogo che molto di rado viene frequentato dai mezzi di informazione, cioè una casa di riposo, e si sta arrendendo alla malattia. È una persona che ho conosciuto direttamente, l’ho incontrata a Nantes mentre con gli studenti abbiamo organizzato un pomeriggio di intrattenimento, canzoni italiane, per le persone che vivevano nella casa di riposo. Alla fine lei si è avvicinata a noi e ci ha chiesto una cosa molto precisa: di non dimenticarci di lei. A quel punto mi sono reso conto che forse lo strumento poetico può permettere, anche a chi non è avvezzo al suo linguaggio, di comprendere e riscattare storie come queste, che normalmente emergono solo in casi estremi.

La poesia oggi è spesso percepita come qualcosa che riguarda solo i poeti. Come si fa a farla arrivare al pubblico in generale?

Non ho una formula da proporre, posso solo parlare della mia storia personale. Ho avuto la fortuna di fare ricerca nel campo della letteratura italiana e in particolare della poesia. Questo mi ha concesso di conoscere diverse voci e di entrare in rapporto epistolare con dei poeti viventi, che mi hanno aiutato non solo a comprendere la loro poetica ma che tipo di rapporto possiamo avere con il lettore. Quando ho scritto questa raccolta mi sono posto il problema di come far interagire argomenti seri e spesso dolorosi con il possibile lettore. E quindi di creare un linguaggio che permettesse di dire le cose e farle comprendere attraverso il linguaggio della poesia, che negli ultimi decenni invece non ha mirato a entrare in contatto con un lettore che non fosse un poeta o un critico. Quindi la mia necessità è stata quella di avvicinarmi a un lettore magari dotato di meno strumenti critici ma che avesse la sensibilità adatta per avvicinarsi alla storia.

Anche lei, come Mariagiorgia Ulbar, trova che il pubblico diventi diffidente quando un testo viene proposto esplicitamente come poetico?

Io penso che il pubblico della poesia sia più ampio di quanto possa sembrare. Sono d’accordo che il fatto di presentarsi come poeta, come persona che ha il grande privilegio di raccontare le cose attraverso la poesia, per troppo tempo è stato visto come qualcosa di difficile, complesso, incomprensibile, quando invece, basta avere gli strumenti giusti. E qui sarebbe importante un avvicinamento alla scrittura poetica nell’ambito scolastico, come talvolta avviene fuori dall’Italia, che sciogliesse certi ghiacci che sembrano eterni e permettesse di vedere che al di là della distorsione dovuta alla lastra di ghiaccio c’è qualcosa di meraviglioso.

Che aspettative ha da questa nuova collana di poesia?

Non mi ha sorpreso una decisione così coraggiosa come aprire una nuova collana di poesia, perché Marcos y Marcos ha alle spalle una storia di indipendenza coerente con questa scelta. Ha una sua identità ben definita, e tra le sue caratteristiche c’è anche quella di sostenere iniziative, come per esempio ‘Letti di notte’ o ‘BookSound’, assolutamente necessarie in un momento in cui si parla sempre più di crisi della lettura è della partecipazione dei lettori. E infatti questa collana non è stata voluta per dare spazio a personalità poetiche, ma a storie e voci che possano arrivare al lettore, che possano portare un messaggio. Il modo in cui sono arrivato a collaborare con la casa editrice, da esordiente, è stato veramente trasparente, limpido e sorprendente; tutti si sono messi a disposizione del testo, e questo mi lascia ben sperare sulle future pubblicazioni della collana.

 

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