mercoledì, Settembre 23

COVID-19: una ‘Katrina’ per Trump Non bisogna dimenticare il peso che – come nel caso di George W. Bush con Katrina – una prima impressione negativa può generare

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Nell’ultima settimana, l’emergenza COVID-19 sembra essere esplosa anche negli Stati Uniti, con il Centers for Disease Control and Prevention che dal 21 gennaio ha registrato 150 morti e oltre 10.000 contagi (fra confermati e presunti positivi) in 54 Stati e territori dell’Unione. Di fronte a questa situazione, il 13 marzo il Presidente Trump ha dichiarato in tutto il Paese lo stato di emergenza sanitaria a partire dal 1° marzo, autorizzando il Dipartimento della salute e dei servizi alla persona a intervenire per la sua gestione anche in deroga alla normativa che oggi regola l’accesso dei cittadini ai servizi sanitari, in particolare i programmi di assistenza pubblica come Medicare, Medicaid e lo State Children’s HealthInsurance program. Anche sul piano sociale e politico gli impatti di COVID-19 stanno cominciando a farsi sentire pesantemente. In diversi Stati (Connecticut, Georgia, Kentucky, Louisiana, Maryland e Ohio) il voto per le primarie democratiche è stato rinviato (una possibilità che sta considerando anche lo Stato di New York, che è quello in cui sono stati sinora registrati più casi di contagio) e da alcune parti è stata ventilata la possibilità (e, in alcuni casi, il timore) che possa essere rinviato anche l’appuntamento elettorale di novembre.

Questo scenario contrasta in modo stridente con la narrazione sostanzialmente tranquillizzante fornita sino a pochi giorni fa dall’amministrazione (anche in contrasto con i più prudenti messaggi mandati dai vertici sanitarinazionali dopo il manifestarsi dei primi casi in California), secondo cui le misure restrittive adottate per l’accesso al Paese dalle aree a rischio sarebbe state sufficienti a tenere la diffusione del virus sotto controllo. Sommandosi all’impatto che COVID-19 sta avendo (e che, con ogni probabilità, continuerà ad avere) sull’economia nazionale, il cambio di rotta che ciò configura rischia però di costare caro al Presidente, il cui tasso di approvazione – secondo l’indice aggregato elaborato da RealClearPolitics appare in calo dalla fine di febbraio, attestandosi oggi poco sopra il 44%. Secondo un sondaggio Gallup della prima decade di marzo (quando, pur iniziando ad avere effetti sensibilisull’economia, l’emergenza COVID-19 non si era ancora manifestata ai livelli attuali) il calo del consenso nei confronti del Presidente sarebbe, inoltre, particolarmente evidente presso l’elettorato indipendente, per il quale l’indice di gradimento dell’azione di Trump si attesterebbe oggi al 35%, con un calo di sette punti rispetto alla rilevazione precedente.

Non stupisce che, nelle ultime ore, da diverse parti siano stati suggeriti paragoni con l’effetto che ha avuto l’impatto dell’uragano Katrina su New Orleans (agosto 2005) sulla popolarità di George W. Bush. L’impressione di distacco e poca efficienza trasmessa dal ritardo con cui il Presidente e la macchina dei soccorsi si mossero in quella occasione avrebbero intaccato in modo pesante la popolarità di Bush, eletto di misura, l’anno prima, al suo secondo mandato. Il fatto, poi, che l’area colpita dall’uragano fosse abitata per la grande maggioranza da cittadini di colore (67%) e fosse caratterizzata da tassi di povertà elevati (30% della popolazione) avrebbe concorso ad aggravare questo stato di cose. I sondaggi dellepoca sono indicativi. Per esempio, secondo un sondaggio condotto da Washington Post e ABC News nei giorni immediatamente successivi al disastro, la risposta pasticciata data dall’amministrazione alle conseguenze di Katrina avrebbe fatto scendere l’indice di gradimento dell’azione di Bush al 42% (il più valore basso registrato fino a quel momento), mentre secondo lo stesso sondaggio il 57% del campione disapprovava la sua azione e solo il 49% considerava il Presidente affidabile in un momento di crisi rispetto al 60% dell’anno precedente.

Oltre alla pressione degli eventi, Donald Trump si trova oggi ad affrontare quella dei suoi sfidanti democratici. Negli scorsi giorni, sia Joe Biden (ormai sempre più chiaro candidato alla nomination) che Bernie Sanders hanno attaccato con forza la Casa Bianca e la sua gestione erratica della crisi. COVID-19 ha offerto anche il destro a entrambi per rilanciare i loro programmi di riforma sanitaria, un tema rispetto a cui l’amministrazione è sempre apparsa in difficoltà. I prossimi giorni saranno importanti per comprendere quanto l’effetto di queste critiche sarà duraturo. Ancora una volta, il discrimine saranno l’ampiezza e la velocità di diffusione del virus: quanto queste saranno maggiori, tanto più la strategia di minimizzazione portata avanti dalla Casa Bianca nelle scorse settimane finirà per imporre al Presidente un prezzo politico da pagare. E’ possibile che una risposta ampia ed efficace nelle settimane a venire possa concorrere a ridurre tale prezzo. Sembra però difficile che le incertezze e i tentennamenti visti sinora possano essere superati tanto facilmente, così come non bisogna dimenticare il peso che – come nel caso di George W. Bush con Katrina – una prima impressione negativa può generare, soprattutto in un momento delicato come è l’anno elettorale.

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