domenica, Aprile 5

COVID-19: una brutta estate attende l’Africa, tra resilienza e incubi Il coronavirus COVID-19 ha iniziato lo sbarco e la relativa diffusione nel continente. Da aprile a ottobre, le preoccupazioni sono su tre fronti: salute, economia, politica

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Ci ha impiegato qualche settimana, ma ora il coronavirus COVID-19 ha iniziato lo sbarco e la relativa diffusione in Africa.
Ventitr
e Paesi africani tra quelli che fanno riferimento all’Organizzazione Mondiale della Sanità stanno segnalando casi COVID-19; sono ancora numeri relativamente piccoli, ma aumento ogni giorno.

Tra gli addetti ai lavori, i timori si mischiano ai tentativi di provare a trovare elementi che depongano a favore di un impatto non troppo violento. Le preoccupazioni sono sostanzialmente su tre fronti: salute, economia, politica.

Intanto, perché COVID-19 ha tardato lo sbarco nel continente? La risposta può essere utile a chi lavora per contenere il virus, ma la risposta da parte della scienza ancora non c’è.
Uno dei motivi sui quali più si sta indagando è quello meteorologico, ovvero si ipotizza che il virus non si sia diffuso perché non può prosperare nelle regioni più calde, come gran parte dell’Africa sub-sahariana. «Tra i vari fattori ambientali che influenzano la sopravvivenza e la diffusione delle infezioni virali respiratorie», spiega Akebe Luther King Abia
Ricercatore, Università di KwaZulu-Natal «la temperatura dell’aria svolge un ruolo cruciale. Il freddo rende il sistema respiratorio sensibile alle infezioni. Ecco perché le persone tendono a soffrire di infezioni respiratorie durante i freddi mesi invernali . Nei climi tropicali, i virus dell’influenza e delle vie respiratorie vengono trasmessi maggiormente durante le fredde stagioni delle piogge». Alcuni coronavirus «hanno mostrato un certo grado di sensibilità ai modelli meteorologici. Ad esempio, i casi di sindrome respiratoria acuta grave (SARS) erano 10 volte più alti a temperature più basse di quelle più alte»,altresì questi virus preferiscono una bassa umidità.

In Corea del Sud, Italia, Iran e Spagna le temperature medie mensili tra gennaio e marzo del 2020 variano tra 6 e 12 gradi Celsius. «Nell’Africa sub-sahariana, la maggior parte dei Paesi che hanno registrato casi di COVID-19 -come il Sudafrica, la Nigeria, il Senegal, il Togo, il Camerun e il Benin- hanno registrato temperature mensili da 20 a 32 gradi Celsius nello stesso periodo. Nel frattempo, l’Algeria e l’Egitto –Paesi del Nord Africa che hanno avuto casi- avevano temperature mensili tra 11 e 17 gradi Celsius». Ciò significa che i Paesi dell’Africa sub-sahariana dovranno prepararsi tenendo d’occhio le temperature, secondo queste non certificate regole di comportamento del virus fossero esatte. «Ad esempio, il picco di circolazione dell’influenza in Sudafrica si verifica nella stagione invernale tra aprile e luglio. In Senegal, l’alta stagione è nella stagione delle piogge, da luglio a ottobre». Altri Paesi africani dovranno attendersi la crisi durante la fredda stagione delle piogge.

Molti Paesi africani si sono preparati all’arrivo della pandemia, o si stanno preparando, mettendo in campo i provvedimenti che oramai conosciamo, più o meno gli stessi, per quanto in forme diverse, di Cina e Italia, provvedimenti raccomandati dall’OMS. Per tanto: chiusura delle frontiere, screening aeroportuale, luoghi pubblici ed esercizi commerciali non essenziali chiusi, invito alla popolazione a isolarsi, stare in casa, lavarsi spesso le mani.

A distanza di poche settimane fa, quanto l’OMS allarmato denunciava come nel continente mancassero anche i laboratori in grado di testare il COVID-19, oggi, secondo stime di queste ore (non ci sono numeri ufficiali), almeno in 40 Nazioni ci sarebbe un laboratorio attrezzato per testare COVID-19.

I timori vertono sulla capacità dei sistemi sanitari di far fronte al numero di malati che avranno bisogno di assistenza, avanzata o anche solo di base, considerato la debolezza dei sistemi sanitari del continente. Se la diffusione segue la traiettoria che ha avuto in Cina e in Italia, con focolai particolarmente severi in alcune aree, secondo gran parte degli esperti, travolgerà rapidamente i sistemi sanitari e determinare alti tassi di mortalità.

Si fa l’esempio del Sudafrica. Il Paese ha uno dei sistemi sanitari più sviluppati nell’Africa sub-sahariana, eppure ha un numero di posti letto in terapia intensiva decisamente basso, mancano i dati aggiornati, l’ultimo dato ufficiale risale al 2008, quando erano 4.100. Anche se tale numero fosse raddoppiato, se, come dicono le statistiche, la disponibilità di terapia intensiva di un Paese deve essere riservata ai casi di COVID-19, con circa il 5% dei casi COVID-19 che richiedono cure intensive, già il sistema sanitario sudafricano crollerebbe, sotto il peso di oltre 82.000 casi COVID-19 in un mese, stimati dagli analisti.

Ad aggravare la situazione in Africa, poi, vi sono gli alti tassi di infezione da HIV e tubercolosi che affliggono l’Africa subsahariana, oltre le altre malattie infettive che hanno pesato nell’ultimo periodo in particolare, quali Ebola.
E però attenzione,
non si esclude, anzi, che tali esperienze possano servire a rafforzare la capacità dell’Africa a far fronte a COVID-19.L’esperienza dell’Ebola ha insegnato parecchio sull’impegno delle comunità nell’affrontare le malattie infettive.
Altro elemento che potrebbe giocare a favore dell’Africa è che il continente ha una popolazione giovane , e fino a questo momento si è visto che l’impatto del virus pare essere meno grave sui giovani, grava molto di più, dalle esperienze disponibili, sulla popolazione anziana. E il fatto che molti governi africani abbiano disposto la chiusura dei luoghi più frequentati dai giovani (scuole, università, palestre, partite dei diversi sport, bar, discoteche, ecc…) certamente aiuta molto a frenare la diffusione del virus.

La preoccupazione che addirittura supera quella per la salute, è l’economia, ovvero, la crisi economica che si determinerà, che già in forma lieve è in atto, causa il coronavirus e tutte le misure adottate per frenarlo. La chiusura delle frontiere, che teoricamente non dovrebbe colpire il traffico merci, in realtà già ha ridotto gli scambi commerciali dell’Africa con il resto del mondo, colpendo in particolare gli scambi di materie prime. Più che prevedibile considerato il forte rallentamento delle attività in particolare in Cina -principale partner commerciale per molte Nazioni africane-, in Europa e ora anche negli Stati Uniti.
Già a metà febbraio
, quando ancora in Africa non si parlava fi coronavirus, il Fondo Monetario Internazionale aveva avvertito che l’Africa era a rischio di rallentamento per via dello stallo della produzione cinese. Ora lo stallo della produzione si è allargato in Europa e USA, per quanto un po’ si stia riprendendo in Cina.

Secondo gli analisti, il virus impatterà in modo particolare -in primis causa il calo del prezzo del petrolio- in Nigeria (prima economia del continente), Angola, Repubblica Democratica del Congo, Zambia. Qui la crisi è legata alle materie prime, che restano nei magazzini perché la produzione è ridotta o bloccata.
Le compagnie aeree africane (tra cui Royal Air Maroc ed EgyptAir) avrebbero già perso un totale di 400 milioni di dollari dall’inizio dell’epidemia, causa la sospensione dei voli da e per la Cina.
In pratica, gli acquirenti delle materie prime dell’Africa, i clienti dei servizi africani, sono fermi, per tanto, semplicemente, non acquistano, non consumano, non spendono. A questa si aggiunge, come logica conseguenza, il rallentamento dell’economia interna al continente.
C’è anche da rilevare il problema dell’accesso dell’Africa alle catene di approvvigionamento globali. Le piccole e medie imprese africane che potrebbero, malgrado le chiusure, lavorare, sono impossibilitate a farlo in quanto le forniture dalla Cina non arrivano, e i loro magazzini, abitualmente ridotti, sono esauriti o in via di esaurimento.

Europa e Stati Uniti stanno intervenendo pesantemente per sostenere il loro sistema produttivo e i loro cittadini iniettando liquidità, i governi africani non hanno una massa consistente di risorse disponibili, anzi, quasi tutti hanno pochissima liquidità. Operazioni di iniezione di liquidità come quelle occidentali sono impensabili, in particolare per i Paesi fortemente indebitati e per quelli che dipendono dall’esport di materie prime.

E però sono individuabili spazi di resilenza. In particolare potrebbero dimostrare di resistere meglio quei Paesi dipendenti dall’agricoltura di sussistenza e le cui popolazioni vivono in gran parte in comunità rurali. Per altro è prevedibile che in questi Paesi in cui le aree rurali sono ancora ben presenti, una buona fetta di abitanti recentemente stabiliti in aree urbane possa trasferirsi nelle campagne, dove probabilmente può tornare dai parenti, il che ridurrebbe il numero dei nuovi indigenti. Mentre gli sforzi dei governi per ridurre la povertà sicuramente si ridimensioneranno ulteriormente.
Ad aggravare la situazione vi sono i conflitti, più o meno a bassa intensità, che in alcune aree, come quella dei Grandi Laghi, perdurano; unitamente, e in non pochi Paesi, al terrorismo dei vari gruppi locali. Sono ulteriori complicanze.

Quando poi la crisi economica globale sarà superata in Occidente, qualcosa accadrà anche in Africa, ma certo i danni provocati, le macerie, nel continente resteranno a lungo. Il che significa che le promettenti proiezioni della crescita africana del XXI secolo dovranno essere riviste tutte al ribasso o quanto meno diluite nel tempo.
L’intervento del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale potrà mitigare la crisi, ma, anche se gli investitori internazionali restassero, comunque, gli analisti sono propensi a ritenerla una crisi destabilizzante.
I governi sono già preoccupati per il rallentamento dei progetti infrastrutturali. Rallentamento che si traduce in disoccupazione. Ne sono un esempio i lavori per la costruzione del gasdotto Niger-Benin di 2.000 km e il Lagos-Ibadan in Nigeria, si sono fermati, e gli operai sono a casa senza stipendio. Un boom di disoccupazione nel continente, dove non vi sono paracaduti sociali -cassa integrazione e quant’altro-, potrebbe essere devastante, non solo per l’innalzamento della povertà, ma anche perché il malcontento -disoccupazione, che in Africa velocemente si trasforma in fame, unitamente alle restrizioni imposte per fermare il virus- potrebbe rapidamente trasformarsi in rivolte.

Una destabilizzazione che si riverbererà sul fronte politico.
Il problema di fondo è la leadership africana. ‘African Arguments’ annota come la gestione del coronavirus, in tutti i Paesi, dipenderà fortemente dalla coesione sociale. «Accettare e adattarsi alle drastiche misure sociali necessarie per limitare il contagio richiede comprensione e volontà di aiutarsi a vicenda e fiducia nell’autorità del Governo», quest’ultima in particolare in molti Paesi manca.
Soprattutto molti Paesi sono già da tempo attraversati da turbolenze politiche, scontri ai vertici, e alcuni Paesi sono ancora in mano non a Presidenti che godono della fiducia della popolazione ma a rais che si sono imposti con la forza e con i brogli.
Il mix di crisi economica, crisi dastate in casa’, crisi sanitaria, può essere molto pericoloso, innescare rivolte sociali diffuse. Né sono da escludere scontri tra le istituzioni, oltre quelli -scontati- tra le litigiose forze politiche.

Lo scontro tra le forze di governo e quelle di opposizione è certo, e in alcuni Paesi già in atto. In Nigeria, per esempio, l’opposizione del Peoples Democratic Party (PDP) ha attaccato il Presidente Muhammadu Buhari per aver trascurato di rispondere alle preoccupazioni della Nazione sulla pandemia, definendola un ‘fallimento assoluto della leadership’. I partiti di opposizione sono già in azione in Gabon, Ghana, Mozambico, Sudafrica, Zambia.

Molti dei Presidenti-raischiamati alla prova delle urne potrebbero usare il COVID-19 per ritardare le elezioni e reprimere le proteste che, quasi certamente, scatteranno, adducendo la scusa della sicurezza pubblica.
In Uganda si parla già di sospendere le elezioni presidenziali del 2021 per cinque anni fino a quando il Governo non acquisirà il controllo sul coronavirus. Operazione volta a mantenere al potere il Presidente Yoweri Museveni, preoccupato dall’avversario Bobi Wine.
L’Africa sub-sahariana è praticamente abituata a questi fatti, proteste e repressioni che nell’ultimo decennio hanno occupato le cronache politiche in molti Paesi -Sudan, Sudafrica, Zimbabwe, Sudan del Sud, Etiopia, Congo. Il coronavirus potrebbe fungere da acceleratore a questi disordini di strada e del sistema politico e istituzionale.

Un elemento che potrebbe aggravare i previsti disordini sociali è la xenofobia contro i cittadini cinesi nell’Africa sub-sahariana, accusati di essere gli ‘untori’, e con loro, ora, gli europei, in particolare italiani e francesi. E in un clima di populismo strisciante, l’aggiunta dell’ingrediente della xenofobia potrebbe infettare il clima sociale per anni.

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