domenica, Aprile 5

COVID-19: ora l’Africa inizia avere paura Costa d’Avorio miglior esempio di gestione della crisi. Burundi sempre più un serio pericolo, fonte di contagio regionale. La percentuale di decessi in Africa potrebbe raggiungere l’8%

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La maggioranza dei Paesi africani nelle ultime settimane hanno rivisto la loro politica di ignorare il contagio da COVID-19, dopo essere stati inizialmente rassicurati della sua bassa mortalità. Nonostante il virus sia maggiormente letale tra gli anziani, mentre la popolazione africana è per la maggior parte composta da giovani tra i 18 e i 30 anni; nonostante alcuni ricercatori e scienziati ipotizzino -non vi è conferma- che i climi caldi non rappresentino l’ambiente ideale per la vita del virus fuori dal corpo ospite; la maggior parte dei governi e dei Ministeri della Sanità africani si è resa conto che il diffondersi dell’epidemia potrebbe creare disastri inimmaginabili a causa dei deboli e sotto-finanziati sistemi sanitari nazionali.

Se è vero che i casi di decessi registrati in Cina, Iran, Israele ed Europa evidenziano che la fascia d’età a maggior rischio sia tra i 60 e 80 anni, i medici ed epidemiologi africani hanno constatato che anche molti giovani di questi Paesi sono stati colpiti dal virus in forma grave e sono stati salvati grazie alle cure intensive che la maggior parte degli ospedali africani non può offrire. L’Unione Africana è arrivata alla conclusione che se il COVID-19 si propagasse per nel continente la percentuale di decessi sarebbe di gran lunga maggiore rispetto alle nazioni fino ad ora più colpite.

Solo alcuni rari Paesi come Sudafrica, Marocco, Botswana, Lesotho potrebbero assicurare una risposta sanitaria almeno simile a quella registrata in Iran, il Paese tra i più deboli dell’epicentro della pandemia a causa dell’embargo economico imposto da Stati Uniti. Gli epidemiologi africani hanno avvertito la UA che la percentuale di decessi in Africa potrebbe raggiungere l’8% proprio a causa delle disastrose condizioni dei sistemisanitari nazionale. L’analisi è condivisa dagli esperti del OMS. Il COVID-19 potrebbe essere letale considerando che vi è una significativa percentuale di popolazione che ha difficoltà ad accedere a medicinali e cure oppure è malnutrita o colpita da malattie croniche tra le quali la sindrome di immunodeficienza da HIV.

Dopo il primo caso di contagio registrato in Egitto, lo scorso 14 febbraio, si sono registrati 450 nuovi casi in 30 Nazioni dei 54 Stati africani. I Paesi più colpiti sono nel Nord Africa. Egitto: 166 casi e 4 decessi, Algeria 60 casi e 4 decessi. Il Sudafrica detiene il triste primato della nazione dell’Africa Settentrionale più colpita dall’epidemia: 62 casi, mentre il Senegal quello dell’Africa Occidentale: 27 casi, la maggior pare dei quali è stata contagiata da due persone provenienti da Francia e Italia. Nell’Africa Orientale si registrano un totale di 20 casi, ponendola al momento come la regione meno a rischio di epidemia anche se i Ministri della Sanità di Ruanda, Uganda, Kenya e Tanzania concordano sulla necessità di attuare fin da subito misure draconiane per impedire il diffondersi del contagio.

Come prima misura vari Paesi africani hanno deciso di concentrare gli sforzi di contenimento del contagio sulle persone provenienti dai Paesi a più alto contagio: Cina, Iran, Israele, Italia e Sud Corea. Alcuni Paesi hanno reso obbligatoria la quarantena all’arrivo dell’aeroporto anche se il viaggiatore non presenta sintomi. Altri hanno impedito l’ingresso nel territorio nazionalerespingendo i viaggiatori in arrivo o, come nel caso del Senegal, rifiutando il permesso di atterraggio a tutti gli aerei provenienti dai Paesi epicentro dell’epidemia. La limitazione dei flussi migratori dall’Europa all’Africa, inizialmente concentrata sull’Italia ora si è estesa a Francia, Germania e Gran Bretagna in quanto i governi africani nutrono il sospetto che questi paesi europei abbiano la stessa drammatica situazione che si registra in Italia ma cercano di minimizzare alterando al ribasso i casi di contagio.

Sempre più governi stanno imponendo misure di contenimento che prevedono divieti di assembramenti pubblici di qualsiasi natura (ludica, politica, religiosa), la chiusura di uffici pubblici, pub e discoteche, il divieto di cerimonie nuziali e funebri, la restrizione di orari di apertura dei mercati rionali. Provvedimenti affiancati aintense campagne di sensibilizzazione sulle misure di prevenzione minime da adottare per prevenire di essere contagiati.

Al momento i vari governi che hanno deciso di adottare questi piani di emergenza sono riusciti a creare tra la popolazione un senso di responsabilità e fiducia, evitando situazioni di panico e isteria generale. Stanno anche combattendo contro il pensiero diffuso che il coronavirus sia una malattia esclusiva per cinesi e bianchi. Una falsa convinzione che potrebbe influire sull’attenzione della popolazione a mettere in pratica le misure igieniche preventive aprendo così le porte al contagio.

Non mancano le teorie del complotto, purtroppo diffuse da alcuni occidentali (tra cui anche italiani) che risiedono o lavorano in Africa. Secondo loro il numero di contagi sarebbe elevatissimo, ma i governi africani terrebbero nascosta la realtà per convenienze politiche o per necessità di ordine pubblico. Questa teoria del complotto sarebbe giustificata dalle tempestive misure di contenimento adottate, che nasconderebbero una situazione ben più grave e preoccupante di quella pubblicamente dichiarata.

Questi rumors, che nascondono anche una velata dose di razzismo e in vari casi di opportunismo personale, sono smentiti dai fatti. Anche ammesso che vi fosse la volontà dei governi di nascondere i dati, l’ipotetico numero elevato di contagi ventilato da questi improvvisati ‘esperti’, non passerebbe certamente inosservato tra la popolazione. Le misure restrittive di contenimento adottate sono una precauzione che evidenzia un alto senso di responsabilità dei vari governi e Ministeri della Sanità nei confronti dei propri cittadini.

Tra i vari Paesi africani che stanno lottando contro il Coronavirus spicca l’esempio della Costa d’Avorio, dove il Governo ha adottato una politica di contenimento più reattiva ed efficace rispetto a quella adottata in Francia. Nonostante nel Paese si sono registrati solo 6 casi di contagio, il Ministero della Sanità ha imposto misure di igiene e restrizioni sociali consapevole di suoi mezzi limitati per far fronte allo scoppio dell’epidemia.
Lunedì 16 marzo, al termine di una riunione del Consiglio Nazionale di Sicurezza, convocata dal Presidente Alassane Ouattara, si è deciso di sospendere tutti i voli provenienti dai Paesi con più alto numero di contagi e di vietare l’ingresso nel territorio nazionale ai cittadini di questi Paesi. Gli immigrati ivoriani che desiderano rientrare nel proprio Paese si devono sottoporre ad una quarantena obbligatoria, anche se provengono da altri Paesi africani. Presso l’aeroporto internazionale di Abidjan è stata allestita una cellula pandemica di pronto intervento.

Il Presidente Ouattara ha deciso di garantire la gratuità della diagnosi e delle cure dei casi confermati di contagio da COVID-19 al fine di sostenere tutte le fasce della popolazione, sopratutto quelle più deboli e povere. Scuole e università sono state chiuse e sono vietate tutte le manifestazioni pubbliche di qualsiasi natura. Pub e discoteche hanno ricevuto l’ordine di chiudere per evitare il contagio. Le attività sportive sospese. Anche la celebrazione dei vari riti religiosi è soggetta a forti restrizioni. È stata lanciata una campagna nazionale di informazione e prevenzione al fine di educare ed indurre la popolazione ad adottare le misure igieniche consigliate dal OMS.
Il
Ministero delle Finanze ha messo a disposizione un budget straordinario per aumentare la capacità di letti per cure intensive e per reperire il relativo personale sanitario specializzato. Al momento la maggioranza degli ospedali della capitale può accogliere solo 20 persone in cura intensiva. Per garantire una assistenza capillare si stanno allestendo centri sanitari di quarantena temporanei su tutto il territorio nazionale sull’esempio dei centri di quarantena di Ebola, come ha precisato il Jospeh Bénié, Direttore Generale dell’Istituto Nazionale dell’Igiene Pubblica. La Banca Mondiale ha accordato in 24 ore un fondo di emergenza di 500.000 euro che permetterà di allestire i centri sanitari di quarantena.

«Siamo molto preoccupati perché il nostro sistema sanitario è fragile. Per questo il nostro obiettivo è quello di non raggiungere lo stadio 2 della epidemia, cioè la diffusione generalizzata del contagio. La popolazione sta reagendo molto bene alle misure imposte dal governo. Per evitare di giungere allo stadio 2 si sta pensando di adottare ulteriori misure restrittive più drastiche delle attuali, seguendo l’esempio dell’Italia, l’unico paese, a mio avviso che ha dimostrato un grande senso di responsabilità nella protezione della sua popolazione e una onestà esemplare nell’informare sul numero reale dei contagi», ha a dichiarato ai media nazionali Hassane Darwiche, medico generalista di Abidjan.

Se la Costa d’Avorio ha deciso di seguire l’esempio italiano, diventando il Paese africano all’avanguardia nella prevenzione del contagio, il Burundi ha scelto di seguire l’esempio di Stati Uniti e Gran Bretagna. Le ragioni di questa scelta sono fondamentalmente due. La totale distruzione del sistema sanitario nazionale causata da carenza di investimenti, associata al furto sistematico delle risorse finanziarie destinate alla Sanità Pubblica. L’incapacità da parte del regime di gestire una seria campagna nazionale di contenimento e prevenzione.

Dopo l’emblematico caso dell’imprenditore italiano proveniente dall’Italia sospettato di contagio all’aeroporto di Bujumbura che avrebbe evitato test clinici e periodo di quarantena grazie ad amicizie altolocate alla Presidenza e al Partito al potere: il CNDD-FDD (notizia categoricamente smentita dal governo con comunicati ufficiali ad personam); il Ministro della Sanità ha dichiarato alla Nazione che nessun caso di contagio da COVID-19 è stato riscontrato in Burundi, arrivando ad affermare che il Paese sarà risparmiato dall’epidemia. Eppure vi sarebbero oltre 30 persone messe in quaranteva preventiva secondo quanto riportatodal quotidiano online ‘Iwaku
«È difficile credere alle parole del Ministro. Per quale ragione il nostro Paese dovrebbe essere risparmiato dal Coronavirus? quando nei Paesi vicini si registrano già vari casi di contagio. Perché il Ministro della Sanità e il governo non hanno fornito alla popolazione chiare informazioni sulla capacità degli ospedali di far fronte ad una eventuale epidemia? Perché il governo non ha fino ad ora lanciato una campagna nazionale di informazione e prevenzione? Perché ci si limita a fare l’assurda affermazione che il Burundi sarà risparmiato dal contagio come se il nostro Paese fosse in un qualche modo protetto da un misterioso intervento divino?», si chiede il giornalista burundese Antoine Kaburahe in un editorialepubblicato sul sito di informazione indipendente Iwaku.

Il Governo burundese al momento si è limitato a chiudere la frontiera con il Rwanda, più per paura di una offensiva ribelle che per ragioni di sicurezza sanitaria, secondo quanto affermano le nostre fonti di informazione locale. Il Rwanda ha registrato il settimo caso di contagio proprio ieri e, a differenza del suo Paese gemello, sta adottando severe misure di contenimento senza fare alcuna eccezione.

La risposta alla minaccia di epidemia COVID-19 data dalle autorità burundesi sarebbe dettata da opportunità politiche. Una settimana fa il regime aveva ventilato l’ipotesi di sfruttare il Coronavirusesagerando i casi di contagio per poter rinviare le elezioni presidenziali previste per il prossimo maggio. Il piano sarebbe stato accantonato sia dall’opposizione nata all’interno del regime, contro il Presidente uscente Pierre Nkurunziza (unico beneficiario di un rinvio delle elezioni), sia per la non convenienza politica di dichiarare una epidemia nel Paese.

Fino a prova contraria le elezioni si terranno a maggio anche se problematiche oggettive di ordine di salute pubblica potrebbero giustificare un loro rinvio. Per evitare un contagio la prima misura è quella di interdire le manifestazioni. Tra meno di un mese in Burundi inizierà la campagna elettorale con tanto di comizi pubblici negli stadi e nelle piazze. Il giorno delle elezioni, teoricamente, milioni di burundesi saranno in fila davanti ai seggi di voto… Oltre alla seria problematica rappresentata dal candidato dell’opposizione Agathon Rwasa (che godrebbe di un largo consenso popolare) il Governo burundese deve ora affrontare la problematica del Coronavirus. Non è escluso che si ritorni sui propri passi, rinviando le elezioni.

La giornalista burundese Jeanne Niyonkuru in un suo articolo pubblicato il 16 marzo sul quotidiano online ‘Yaga Burundi’, evidenzia alcuni seri ostacoli su un eventuale piano di contenimento dell’epidemia. Tra questi la corruzione. Nonostante sia stato requisito l’Hotel Source du Nil per trasformarlo in un centro di quarantena, Niyonkuru si pone la domanda se i 14 giorni di confinamento saranno rispettati dalle persone sospettate di essere state contagiate in un Paese tra i più corrotti dell’Africa. Il presunto incidente avvenuto all’aeroporto di Bujumbura dove un nostro connazionale avrebbe evitato i controlli medici grazie alle conoscenze altolocate, sarebbe (se la notizia fosse confermata) un esempio di come vari cittadini burundesi e stranieri potrebbero evitare la quarantena se possiedono mezzi finanziari per corrompere polizia e personale medico o se hanno amicizie di ‘potenti’.

Il presunto caso dell’imprenditore italiano continua a far discutere l’opinione pubblica burundese nonostante le smentite ufficiali del Governo. Migliaia di persone sono preoccupate dinnanzi al rifiuto delle autorità di pubblicare copia del visto di entrata del connazionale per smentire ogni rumors(le autorità affermano che la persona coinvolta sia entrata settimane fa e non nella data in cui sono entrati in vigore i controlli aeroportuali per il Coronavirus). Sono altrettanto preoccupate sulla possibilità di contagio per gli altri passeggeri che viaggiavano sull’aereo qualora fosse vero il timore che la persona coinvolta nell’incidente fosse stata contagiata. Molti sui social media invitano i passeggeri di quel volo a recarsi presso gli ospedali per chiedere il test diagnostico e sottoporsi ad una quarantena volontaria. Altri si interrogano quali siano le ragioni di questo trattamento di favore (ammesso che la notizia sia vera) visto che tre americani (tra cui un diplomatico) e un imprenditore burundese si sono visti rifiutare l’accesso al Paese dopo il loro rifiuto di sottoporsi alla quarantena presso l’Hotel Source du Nil.

La giornalista Niyonkuru si pone anche il problema di come potrebbe essere affrontata una quarantena obbligatoria per la popolazione. «Come sarà possibile mettere in quarantena decine di migliaia di burundesi senza mezzi finanziari che vivono ormai alla giornata? Come sarà possibile garantire le necessarie derrate alimentari in un Paese isolato a livello internazionale e in piena crisi economica? Come evitare sciacallaggi e speculazioni?».

Il governo non avrebbe nemmeno adottato misure sanitarie preventive per i 1.400 cittadini che stanno rientrando dal Congo dopo la decisione presa dalle autorità di Kinshasa di espellerli. Tra questi profughi potrebbero esserci delle persone contaminate.

La situazione di grave crisi politica, di instabilità sociale e di povertà assoluta, associata alla politica dello struzzo al momento adottata dal governo, trasforma il Burundi in un serio pericolo, fonte di contagio regionale.

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