domenica, Giugno 7

Covid-19: Occidente e Asia, risposte a confronto Le differenze tra Italia ed intero Occidente da una parte ed Estremo Oriente/Sud Est Asia dall’altra. L’intervista a Stefano Pelaggi

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In frangenti epocali quali quelli che si stanno attualmente vivendo, causa Covid-19, alcuni studiosi hanno annotato la differente tipologia di risposta che è stata data in fase di pianificazione della materia del governo della ‘cosa pubblica’ e circa le differenti risposte che son state date dai popoli degli Stati che, in special modo in Asia, sono giunti con una preparazione di spessore ben maggiore a questo appuntamento con la Storia, non foss’altro che per un dato esperienziale ben più avanzato in Nazioni quali quelle dell’Estremo Oriente e del Sud Est Asia che si sono variamente confrontate con forme epidemiche di varia fonte e natura. Su questi temi, uno degli studiosi che hanno attuato analisi dettagliate e basate su conoscenze acquisite direttamente sul campo, attraverso la propria esperienza didattica ed accademica, è Stefano Pelaggi. Tra i pochi in Italia, bisognerebbe aggiungere.

Stefano Pelaggi, è  Professore Aggiunto in “Sociologia del Made in Italy”, Università La Sapienza, Roma; Taiwan Fellowship 2019 Recipients; Senior Research Fellow presso Centro Studi Geopolitica.info; Research Fellow presso Taiwan Center for International Strategic Studies (TCISS); Docente in “Nazionalismi e minoranze nazionali in Europa” presso l’Università La Sapienza di Roma.

Molto interessante la sua disamina sulla differenza (o meglio sulle differenze) nelle metodiche attuate nel contrastare la diffusione del virus Covid-19 in terra d’Asia e quanto accaduto in Europa, in specie in Italia, un po’ “testa di ponte” nello sbarco del virus all’interno dell’Unione Europea. Può delucidare questi aspetti?

E’ ancora presto per delineare delle conclusioni, gli sforzi dell’apparato statuale sono giustamente tutti indirizzati al contenimento della pandemia in questo momento. Nei prossimi mesi, quando l’emergenza sarà finita, si potrà affrontare la questione in maniera più estesa e valutare sia le misure di prevenzione sia le strategie di contenimento adottate in Italia e negli altri Paesi. La sostanziale sottovalutazione delle potenzialità del virus sembra il minimo comune denominatore dell’approccio occidentale. Nessun Paese, anche dopo aver osservato l’esperienza italiana, ha dimostrato di comprendere le potenzialità letali della pandemia, soprattutto la volontà di non creare squilibri nell’economia interna è apparsa come la priorità primaria.  La crisi che stiamo vivendo in questi giorni ha dimensioni inedite, il nostro sistema di valori ha subito un attacco frontale e le conseguenze incideranno in maniera sostanziale nelle nostre vite. Ci troviamo in un momento di indeterminatezza che non ha precedenti nella storia recente. La scienza “esatta” che avevamo elevato a unico dogma, ha mostrato di essere incapace anche solo di descrivere il fenomeno. I flussi di dati dicono tutto e il contrario di tutto. La responsabilità non è ovviamente da attribuire solo agli scienziati, inconsapevolmente diventati nel giro di pochi giorni gli attori protagonisti di una tragedia di cui nessuno conosce il copione (e, quindi, l’esito). La Politica – quella con la P maiuscola capace di realizzare concretamente l’immagine classica di ex pluribus unum – ha abdicato di fronte a un’emergenza che non è scientifica o sanitaria ma, per l’appunto, politica. Il paragone con gli Stati asiatici che sono riusciti e gestire, con diverse modalità, la crisi risulta impietoso. Le strategie sono state diverse, ognuna rispecchia le singole esigenze, le caratteristiche dei Paesi, l’approccio culturale, le differenze geografiche e sociali e il loro posizionamento nello scacchiere internazionale. Il minimo comune denominatore tra tutte queste strategie è stata una comunicazione univoca. Gli Stati in questi momenti prendono decisioni importanti e si assumono responsabilità cruciali per le vite di milioni di persone. Ma lo Stato parla anche con una voce unica e in Italia questo non è successo, le dirette Facebook nel cuore della notte e le diverse interpretazioni dei molteplici emendamenti del Governo sono l’ennesima conferma. Un pericolo concreto è poi quello dell’abbandono delle consuetudini democratiche, la ricerca di un modello autocratico per sconfiggere il virus. Mentre ci sono altri Paesi, come Singapore e Taiwan, che hanno sconfitto ad oggi il virus con modelli pienamente democratici. In particolare, la strategia taiwanese è molto interessante, l’isolamento diplomatico del Paese – escluso dalle organizzazioni internazionali quindi anche dalla Organizzazione Mondiale della Sanità – ha reso necessario l’ideazione di un apparato di emergenza autonomo che ha funzionato in maniera perfetta, garantendo uno dei numeri più bassi di contagi nella regione. La strategia adottata a Taiwan può essere brevemente descritta con una estensiva mappatura dei possibili contagiati, i dati del sistema sanitario nazionale hanno fornito una diagnosi e un quadro clinico accurato ben prima della comunicazione della Repubblica Popolare cinese (RPC). Questi dati sono stati poi incrociati con quelli degli aeroporti e del ministero dell’Interno per tracciare l’origine del virus e collegarlo alla città di Wuhan. In pochi giorni tutti taiwanesi che si erano recati nella città dell’Hubei – i rapporti commerciali tra Taiwan e Cina sono intensissimi e decine di migliaia di taiwanesi lavorano ogni giorno nella RPC – sono stati rintracciati e sottoposti a test. Per ogni contagio sono stati ricostruiti i possibili contatti e migliaia di taiwanesi hanno ricevuto sms tramite cui gli organi preposti ordinavano un periodo di quarantena. Durante l’isolamento i soggetti sono stati monitorati quotidianamente dal personale medico sia telefonicamente che attraverso videochiamate. Alla popolazione è stato chiesto uno sforzo simile a quello italiano, le scuole e le università hanno chiuso e tutti gli spostamenti sono stati ridotti al minimo.

Al di là del voler considerare la ‘crisi Covid-19’ vicina alla sua conclusione, alcune esperienze locali (Cina, Hong Kong, per certi versi anche Corea del Sud…) sembrerebbero dimostrare che non solo l’insieme delle misure strettamente igienico-sanitarie hanno avuto e stanno avendo il loro “peso” nella lotta contro il Coronavirus quanto -piuttosto- la compresenza di fattori che potremmo ritenere di natura antropologico-culturale nei territori asiatici. Volendo fare una certa generalizzazione, sembra che i popoli asiatici siano più propensi a ragionare in termini di ‘noi’ (senso di appartenenza, concezione della nozione di “popolo” più aggregativa rispetto a quanto accade in Occidente e in Europa in particolar modo), in quanto -qui da noi- sembra che fin dai più elementari livelli di istruzione ci si concentri più sul concetto di ‘io’. Non crede anche lei che il sostrato culturale di riferimento possa aver giocato e giochi un ruolo rilevante nella differente risposta data in Occidente e in Oriente?

La differente percezione del ruolo dell’uomo nella società occidentale e orientale è una dinamica molto interessante che è emersa prepotentemente nella gestione e nel contenimento del COVID-19. La capacità cinese, coreana, giapponese e taiwanese di seguire le regole ma soprattutto di ragionare in termini di collettività è stata esemplare. Tuttavia non limiterei l’analisi a una semplice differenza culturale, si tratta anche di dinamiche ben progettate di comunicazione.Ognuno dei Paesi citati aveva un piano di emergenza redatto da esperti, la comunicazione è avvenuta in maniera univoca ma soprattutto con modalità chiare e precise. Penso che gli italiani abbiano reagito in maniera coscienziosa e rispettosa delle norme, il problema risiede nella complessità delle stesse norme e nella modalità in cui sono state comunicate. Nei giorni immediatamente successivi ai primi casi nella provincia dell’Hubei a Taiwan tutti i cellulari hanno ricevuto un sms con le norme da seguire. Si trattava di indicazioni semplici e ben comprensibili da tutti. Nei giorni immediatamente successivi sono stati distribuiti dei volantini telematici con degli schemi realizzati dal ministero della Salute contenenti le varie precauzioni da adottare. Le differenze culturali sono un fattore importante ma la capacità di fornire linee guida essenziali e semplici restano un elemento fondamentale per comprendere la risposta nei paesi asiatici.

Che lezione può trarre l’Europa in questo frangente da Paesi che hanno già combattuto crisi virali, epidemie ed altri frangenti similari quali sono i Paesi asiatici?

Nei prossimi mesi i Paesi occidentali inizieranno ad approntare piani di emergenza per calamità naturali o disastri sanitari, seguendo l’esempio del Giappone e degli altri paesi asiatici. In Europa abbiamo sempre rifiutato l’idea di paura, considerandola una dinamica disgregante ma saremo costretti a progettare soluzioni a crisi che ci appaiono lontane e a confrontarci con l’idea di una emergenza permanente. Le unità di crisi giapponesi all’indomani delle calamità naturali che periodicamente sconvolgono il Paese sono sempre accompagnate da team di psicologi specializzati in stress post traumatico. Le linee guida da seguire, secondo gli esperti nipponici, sono semplici. Innanzitutto mai dire che tutto tornerà come prima, non sarà mai possibile ricostruire una città distrutta da un terremoto esattamente come era prima. Non si potrà riprendere le nostre vite dal punto dove le avevamo lasciate. Le città dopo le catastrofi naturali, così come le nostre vite dopo il coronavirus, non potranno mai essere uguali a prima. Saranno necessariamente diverse, migliori sotto alcuni aspetti e peggiori sotto altri ma appunto diverse. Dovremmo dubitare di chi ci dice ‘tutto tornerà come prima’, perché non solo ci sta illudendo ma sta anche palesemente mentendo. Questa è la lezione che dovremmo imparare dai paesi asiatici dall’emergenza coronavirus

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