sabato, Luglio 4

Covid-19: il Non Profit salva i disoccupati del Profit L’intervento della Rescue Company: l’azione congiunta fra non profit, profit e pubblico, in una dimensione di ‘filiera sussidiaria aziendale ed orizzontale’ che interviene sulle PMI in crisi per il tramite dell’attivazione di imprese sociali non profit

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Nell’immaginario collettivo, ma anche nel mainstream degli economisti aziendali, il pensare che l’Impresa Sociale non profit Rescue Company possa salvare i disoccupati sembra essere un paradosso. Ed invece è un approccio reale tale per cui, nel contesto drammatico della crisi delle imprese nella ‘COVIDera’ (quella del coronavirus Covid-19) e con l’onda della disoccupazione immanentem, la risposta è affermativa.

La Rescue Company è una impresa sociale ‘ex lege’ (D. Lgs.112/17) anche nell’articolazione di soggetto giuridico del libro I (associazioni, fondazioni ecc.) e V (società di vario tipo) del Codice Civile

Secondo il metodo che prima si analizza e poi si propongono soluzioni di sintesi, ecco le premesse:

1° Assistiamo ad una riduzione dei consumi, una flessione dei prezzi degli asset (immobili, asset finanziari, ecc.), uno stallo degli investimenti e le aspettative negative incorporate nelle scelte degli investitori si scaricano a loro volta sui trend del mercato finanziario;

2° Il Cerved ha svolto un’analisi campionaria sui bilanci di 720 mila società di capitali italiane, che coprono circa il 55% degli occupati dipendenti e che generano un valore aggiunto pari a un terzo del Pil italiano. Andando nella specificità dei ricavi,Cerved ha elaborato, per oltre 200 settori economici,  due scenari.
Scenario cauto: entrerebbero in crisi di liquidità 124 mila imprese (il 17,2% del campione), raggiungendo un picco a luglio. Successivamente, i casi di crisi causa COVID-19 si ridurrebbero velocemente. Scenario estremo: il numero di imprese in crisi salirebbe a 176 mila (il 33%) a fine anno.
Il
costo sociale di questi fallimenti sarebbe la disoccupazione per 2,8 milioni di dipendenti nello scenario cauto, e 3,8 milioni nello scenarioestremo.

3° CGIA (Associazione Artigiani e Piccole Imprese Mestre Cgia ) ha rilevato che nei primi 3 mesi di quest’anno il numero complessivo delle imprese artigiane presente in Italia è sceso di 10.902 unità, un dato negativo, tuttavia in linea con i 3 anni precedenti. Però e purtroppo la CGIA segnala una depressione ulteriore dovrebbe sopraggiungere nei prossimi mesi, quando l’effetto economico negativo del Covid si farà sentire con maggiore intensità.

La Banca d’Italia, nella sua relazione espressa dal governatore Visco, afferma che il Pil potrebbe crollare del 13%, il debito volare al 156% sul pil. Le possibili e preoccupanti conseguenze che ne deriveranno anche in termini di diseguaglianze socio-economiche, dovrebbero pungolare il sistema a «ritrovare la via dello sviluppo».
Dopo la flessione del prodotto interno «dell’ordine del 5%» nel primo trimestre, «
gli indicatori disponibili ne segnalano una caduta ancora più marcata nel secondo», avverte Visco. Tanto che i possibili scenari da lui delineati prospettano che nel 2020 il Pil sprofondi del 9% o addirittura del 13% in ipotesi considerate «più negative, ma non estreme».
I dati dell’
Istat sul primo trimestre arrivano in contemporanea: la spesa delle famiglie è calata del 7,5%, il valore aggiunto dell’industria crolla dell’8,1%, il Pil si è inchiodato a -5,3%, un livello peggiore del -4,7% calcolato nella prima stima.

5° Il neoPresidente di Confindustria, Carlo Bonomi, lancia l’allarme disoccupazione in Italia per quasi un milione di lavoratori a seguito dell’emergenza coronavirus. È chiaro che è necessario intervenire con urgenza, perché un numero consistente di imprese uscirebbe dal mercato già dai primi mesi della crisi.

6° E’ possibile un rimbalzo nella seconda metà del terzo trimestre. L’economista Francesco Daveri della Bocconi afferma. «Quanto stiamo vivendo avrà proporzioni difficili da calcolare, ma non è detto che sarà inevitabilmente una Caporetto», spiega. «Sono convinto che ci sarà un rimbalzo, la cosiddetta ‘V’. Tutto sta a capire quanto durerà e quanto profonda sarà la fase discendente».
Ciò dipende anche da quante imprese italiane falliranno per crisi di domanda e di liquidità dovuta al calo delle vendite. I fallimenti richiedono molto tempo per essere riassorbiti, prolungando gli effetti dello shock; i mancati pagamenti potrebbero amplificare il contagio finanziario ad altre imprese, con un effetto a catena sull’intera economia, coinvolgendo anche i pochi settori non colpiti da questa crisi. In poco tempo riprenderebbero a crescere gli NPL (crediti deteriorati) e il contagio si estenderebbe anche al settore finanziario.

7° Il progressivo incremento delle risorse destinate agli ammortizzatori sociali (ore autorizzate e articolate in CIGO-Cassa integrazione guadagni ordinaria, CIGS-Cassa integrazione guadagni straordinaria, CIG in deroga-Cassa integrazione guadagni in deroga COVID19 ecc.) rappresenta da una parte una risposta emergenziale e positiva alla situazione di crisi, ma anche un impegno gestionale e finanziario che si affronta con soluzioni innovative.

Se queste sono alcune premesse, possiamo proporre l’intervento della Rescue Company.

Una delle scelte operative possibili per il presidio di una politica attiva contro questa situazione di crisi e di occupazione, può essere l’azione congiunta fra non profit, profit e pubblico, in una dimensione difiliera sussidiaria aziendale ed orizzontaleche interviene sulle PMI in crisi per il tramite dell’attivazione di imprese sociali non profit intese come Rescue Company.

In una breve tassonomia ritroviamo:

impresa sociale come spin-off sociale di impresa for profit (orientata al sociale): azienda(associazione, fondazione, consorzio spa e srl senza distribuzione di utili) creata anche con la partecipazione di un’impresa for profit per il presidio produttivo e di scambio di attività sociali dell’impresa for profit stessa (si vedano asilo nido, mutua integrativa, housing sociale, corporate university, soggiorni estivi, animazioni per i dipendenti pensionati, cral aziendali ecc.) a favore dei dipendenti e del personale dipendente dell’indottoe delle piccole medie imprese del territorio/distretto di appartenenza, che non avrebbero la capacità organizzativa, finanziaria, gestionale di attivare tali servizi autonomamente;

impresa sociale come Rescue Company che si può articolare come: A) azienda che produce beni e servizi impiegando risorse umane che un’impresa for profit reputa essere in esubero a fronte di una situazione economico-finanziaria critica. In essa si collocano dipendenti che avrebbero la prospettiva di perdere il posto di lavoro, in cassa integrazione guadagni ordinaria o straordinaria con anche un’apertura agli inoccupati. Questa impresa sociale può stare nel mercato azionario ed in quello obbligazionario e può distribuire utili con un ‘tetto’; B) azienda ‘newcocomposta da persone disoccupate o in situazione di svantaggio economico per mancanza di stipendio.

Il modello consiste nell’attivare imprese sociali non profit ‘ex lege’ (D.Lgs 112/17) che possono giocare un ruolo attivo: persalvarepiccole e medie imprese profit in crisi (CIGO,CIGS, ecc); per ammortizzare il disagio sociale dei dipendenti di imprese profit (e della comunità-territorio ove opera) per il tramite di un ‘management and employee buy-outs’ delle imprese che ‘chiudono’.

Questa possibilità è data dal richiamo normativo (D.Lgs.112/17) in cui si considera di interesse generale, indipendentemente dal suo oggetto, l’attività d’impresa nella quale, per il perseguimento di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, sono occupati: a) lavoratori molto svantaggiati ai sensi dell’articolo 2, numero 99), del regolamento (UE) n. 651/2014 della Commissione, del 17 giugno 2014, e successive modificazioni; b) persone svantaggiate o con disabilità ai sensi dell’articolo 112, comma 2, del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50, e successive modificazioni, nonché persone beneficiarie di protezione internazionale ai sensi del decreto legislativo 19 novembre 2007, n. 251, e successive modificazioni, e persone senza fissa dimora iscritte nel registro di cui all’articolo 2, quarto comma, della legge 24 dicembre 1954, n. 1228, le quali versino in una condizione di povertà tale da non poter reperire e mantenere un’abitazione in autonomia.

Operativamente, imprese micro, piccole e medie in crisi ed in odore di chiusura possono diventareimprese sociali’ mantenendo i livelli occupazionali precedenti con alcuni vantaggi fiscali e finanziari.

L’impresa sociale ha una sua formula imprenditoriale di economia aziendale, che si traduce in caratteristiche funzionali, operative e di gestione.
La nostra impresa
ha costi inferiori a quelli delle imprese for profit e quindi può produrre e vendere beni e servizi a prezzi più competitivi. Questo avviene fondamentalmente per due motivi. Primo: la motivazione a una maggiore produttività e a un’efficacia operativa più gestibile è una costante dei dipendenti di queste imprese. La caratteristica della partecipazione e della democraticità diffonde nell’azienda una maggiore motivazione finalizzata all’equilibrio economico finanziario dell’impresa stessa.Secondo: i costi generali e fissi sono contenuti e ilbreak even si realizza con quantità di produzione inferiore rispetto all’impresa for profit. Ciò che bisogna evitare è la tentazione di sviluppare competitività scaricando, su basse retribuzioni opportunistiche, il fattore critico di successo dell’impresa sociale.

Come conseguenza di questa formula imprenditoriale avremmo: prezzi di vendita di beni e servizi più bassi rispetto alla concorrenza (per esempio for profit) a fronte di costi contenuti e con una propensione gestionale finalizzata all’equilibrio economico finanziario e non alla massimizzazione assoluta degli utili e del profitto; una propensione a mantenere i consumi a livelli equilibrati, ma efficaci per il sistema socio-economico complessivo del ‘sistema Paese’; un finalismo di interesse generale; innovazione di servizio correlata allaprossimitàdella domanda che viene profilata con maggiore attendibilità integrando anche studi e ricerche distanti dal vissuto della domanda stessa e spesso effettuati solo desk.

In una situazione contingente ove la crisimordel’economia reale e dove anche la stabilità sociale scricchiola e rischia di creare tensioni fra i vari attori del mondo del lavoro, fino a minacciare atti di deprecabile violenza nelle imprese e nel contesto sociale, la formula dell’impresa sociale ex lege può essere una possibile modalità d’intervento economico.

Ottimisti e pessimisti si contendono le previsioni sull’uscita dalla crisi. Alcune centinaia di migliaia di lavoratori potrebbero perdere il loro posto di lavoro in un breve arco temporale. Quindi, in alcuni casi e in alcune contingenze, fra i vari interventi, bisogna dare discontinuità alla formula imprenditoriale classica che, se non equilibrata nel raggiungimento di un equo profitto, ha dimostrato di non poter reggere laCOVIDera’.

Tutte queste imprese accettano la sfida di integrare stakeholders e shareholders.
Con questa formula imprenditoriale, si manterrebbe un continuità di attività lavorativa e di brand che farebbe cogliere i primi segnali di ripresa.
Se le imprese cessassero la loro attività, si rischierebbe, ineluttabilmente, di perdere valore, mercato, brand, avviamento, assetto tangibile e intangibile. Questa scelta potrebbe supportare la competitività in un mercato ridimensionato e utile per cercare mercati aggiuntivi, innovativi ed interstiziali rispetto all’esistente.

Come già detto precedentemente, l’impresa sociale ha una formula imprenditoriale che gode del vantaggio di avere un asset aziendale che può stare in equilibrio gestionale a prezzi competitivi perché i costi di gestione e produzione sono inferiori rispetto a quelli della formula imprenditoriale tradizionale che deve massimizzare ‘in assoluto’ il profitto per distribuirlo ai conferenti di capitale.

In quest’ottica e con questa chiave di implementazione imprenditoriale le Imprese Sociali Rescue Company potrebbero operare, nella fattispecie di questa crisi pandemica, per esempio in:

settori a valenza sociale ed integrativa all’attività della for profit di riferimento (per esempio per continuare le indispensabili politiche di conciliazione al femminile e per mantenere il rapporto fra imprese e occupati e cogliere l’auspicabile momento prospettico della ripresa ).

settori meno colpiti dalla crisi, per esempio:commercio on line, distribuzione alimentare moderna, attività nei settori medicali, farmaceutici, cantieristica, produzione ortofrutta, lavanderie industriali

settori di nicchia indispensabili per i nuovi stili di vita e di consumo (come le energie rinnovabili) ed in quelli non delocalizzabili, a basso impatto ambientale e a km0.

settori che presidiano linee di prodotti/servizi senza griffe o sottomarca per mantenere o sviluppare quote di mercato aggiuntive oppure prodotti/servizi ‘white label’ o ‘private label’ (come i marchi privati della grande distribuzione)

settori ove il brand di alta gamma vuole mantenere il suo posizionamento sul mercato in attesa di riprendere in assoluto (volumi, qualità, prezzo) le sue quote di mercato che si sono ridimensionate e che purtroppo creerebbero sacche di disoccupazione ;

settori ove si può configurare start up e sviluppo di imprese specializzate nellow cost’;

settori di riqualificazione o mantenimento di qualificazione professionale che permetterebbe di cogliere la ripresa del dopo crisi in presa diretta, con rapidità ed efficacia. Sfruttando il know- how tecnologico patrimonializzato unitamente alla capacità di ricerca (vedi laboratori di ricerca scientifica il cui valore competitivo e aggiunto si basa sulla qualità dei ricercatori).

A fronte quindi dello sviluppo di un’ idea di business condivisa con i lavoratori si possono prevedere diverse soluzioni imprenditoriali che sviluppano un effetto leva occupazionale e produttivo rispetto alle imprese in crisi. Però meno chiacchiere e più scelte operative!

Salvate il soldato Ryan ops! l’IMPRESA!Questa chiusa potrebbe essere l’eco del titolo del film ‘Salvate il soldato Ryan’, premio Oscar di Spielberg.

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Sull'autore

Professore associato di Economia delle aziende e delle amministrazioni pubbliche presso l'Istituto di Pubblica Amministrazione e Sanità (IPAS). Direttore del Master in Management delle aziende cooperative e imprese sociali non profit (NP&COOP). Docente senior dell' Area Public Management & Policy della SDA Bocconi. Membro del comitato scientifico della rivista Non Profit, Maggioli Editore. Membro del comitato medico-scientifico della rivista Vivere oggi del Comune di Milano. Membro del comitato scientifico della rivista Azienda Pubblica, Maggioli Editore. Fondatore e promotore della collana "Aziende non profit. Strategie, struttura e sistema informativo", EGEA, Milano. Membro dell'editorial advisory committee di Health Marketing Quarterly e del Journal of Professional Services Marketing, The Haworth Press, Inc., Binghamton, New York. Membro del comitato scientifico dell'Unione Nazionale Imprese di Comunicazione, UNICOM. Membro dell'Associazione Italiana di Economia Sanitaria, AIES. Membro dell'Osservatorio Camerale Economia Civile, Camera di Commercio di Milano. Membro del comitato scientifico dell'Associazione Italiana Fundraiser di Forlì, ASSIFF. Membro del Consiglio di Gestione della Fondazione a sostegno della solidarietà sociale Umanamente, gruppo RAS. Membro del comitato etico di Coop Lombardia, Milano. Membro del comitato etico di Investietico, BPM Milano. Membro del comitato scientifico dell'Associazione Italiana della Comunicazione Pubblica e Istituzionale.