domenica, Novembre 29

Covid-19: fiducia, tra autorità e responsabilità Il nuovo DPCM di Giuseppe Conte tra semi limitazioni, semi aperture, semi chiusure, fughe in avanti, ripiegamenti, insomma un compromesso tra interessi tra loro in contrasto. Tra il serio ed il faceto, in linea con un D opo P ossiamo C omunque M orire

0

Pensiero lento vs velocità elettronica

Il nuovo ‘iconico’ DPCM in era Covid (ad oggi 14 ottobre dell’anno di disgrazia da Covid-19, sempre anno bisestile che ha voluto strafare!), il decreto del Presidente del Consiglio, di cui il Prof. Guarino ci offre una disamina da fine giurista che sottoscrivo pienamente, contiene semi limitazioni, semi aperture, semi chiusure, fughe in avanti, ripiegamenti, insomma un compromesso tra interessi tra loro in contrasto. Tra il serio ed il faceto, in linea con un D opo P ossiamo C omunque M orire. Certo, sul lungo periodo saremo tutti morti. Ma è sul prima, quando ci siamo ancora, che si concentrano elementi esistenziali e materiali, psicologici e sociali, politici ed economici, su cui questa inconsapevole arma letale dalla natura ha operato un salto di specie dalle proporzioni globali, essendoci noi umani troppo addentrati nella selva oscuradi una natura con un suo ordine incompatibile con le invasive e distruttive azioni umane. Noi umani ospiti non padroni di un pianeta che stiamo distruggendo per l’avidità del momento, del vivere qui ed ora, privi di qualsiasi pensiero strategico sul ‘dopo’, l’oltre da noi, in una sorta di super omismo, che almeno fosse la volontà di potenza nietzschiana!

Nel senso citazionistico in Wikipedia per cui volontà è qui da intendersi in quanto ‘volontà impersonale intesa come perpetuo rinnovamento dei propri valori’ secondo cui l’Uomo deve continuamente aggiornare il suo punto di vista e mai fissarsi su una presunta verità definitiva. Qui l’asino non riuscì a frenarsi e cadde. Le verità chiamate in causa sono tante e nessuna, per questo virus. Inesistente secondo i negazionisti, no mask no vax, no tutto, dunque ‘nullisti’, rifrazioni oscene di questa società dello spettacolo dove si confonde l’uguaglianza della parola per tutti con luguale parola di tutti. Se interpello un giurista è per farmi spiegare le contorte vie del diritto, se ho bisogno di un ingegnere per un appartamento lo/la chiamo, se vado su Marte un fisico è ben accetto, se mi perde un lavandino chiamo con fatica un idraulico. Su un asino che vola dialogherò con un cosiddetto folle, magari un poeta, che mi soffierà nell’anima ciò che non vedo con i lumi della ragione. Che non sono l’unica via alla realtà, qualsiasi cosa significhi realtà, ma di certo aiutano alla comprensione di ciò che so di non sapere. La crisi dei saperi esperti si è andata sempre più a trovare in contrasto con una pluralizzazione dei valori, valutazioni di senso comune dinanzi a società la cui complessità ha richiesto sempre più strategie di specializzazione dei saperi. Si è venuta diffondendo nell’orizzonte delle società complesse la convinzione di una divergenza tra a) la traiettoria di legittimazione iscritta nella continuità delle istituzionie b) la natura dei cambiamenti nelle esperienze vitali dei singoli. Nel primo caso saremmo immersi in un progetto di prima modernità contraddistinta da un’identificazione tra modernizzazione-società industriale nei progetti biografici individuali (valori, norme, morale, diritto) che riproduce la forma organizzativa delle istituzioni della società, mentre nel progetto di seconda modernità agiamo in una modernizzazione degli esiti della società industriale, in un’arena collettiva di pluralizzazione dei significati dell’esistenza, con traiettorie individuali divergenti dalle strategie di riproduzione istituzionale della società. Un dibattito che prende le mosse da Platone quando differenzia la comprensione della realtà circostante tra ‘oggetti intellegibili’ governati dall’epistème sintesi di noesis, ‘l’intuizione intellettuale’ e di diànoia o ‘conoscenza dei rapporti matematici’, ponendoli alla sommità del sapere. E collocando la doxa od opinione nel basso degli ‘oggetti sensibili’, al cui interno relega la πίστις o fiducia ad una forma di ‘credenza’ ed “eikasìa’ ad una mera ‘percezione di immagini’ essendo queste ultime due soggette ad un processo di distorsione proprio della percezione procurata dai nostri sensi. Dunque la doxa, che è un’opinione, oggi presiede il dibattito pubblico, al cui interno la fiducia riverbera i suoi meccanismi nella regolazione degli scambi sociali, da quelli ondivaghi ed articolati delle relazioni interpersonali, fino alla comprensione dei sistemi sociali complessi nella loro interazione, finalizzati o meno a perseguire scopi collettivi.

Il dibattito culturale e sociale nel caso a) rinvia ad una crisi profonda apertasi nella ed in virtù della modernità dell’autorità, quale attore legittimato della politica che innerva e comprende interessi collettivi. Ma soprattutto dell’autorevolezza che i responsabili di governo rischiano di lasciarsi scivolare di mano quanto più si consentono e prevedono eccezioni, particolarità. Un esempio è l’ultimo, per ora, Dpcm. E qui si afferma il punto b). Vengono impedite le attività di contatto amatoriali, così che chiunque voglia svolgere attività fisica e scaricarsi di adrenalina accumulata non può andare a giocare a pallone o a basket. Ma se invece il calcio è quello del business miliardario allora i nuovi tanti positivi al virus suscitano un allarme generale, cominciando dal ‘Sovrano’ Cristiano(pure positivo). Intanto le palestre chiudono, perché ricettacolo di germi e virus, il lavoro da casa aumenta al 70%. Conosco la replica. In quelle ultime strutture si seguono profilassi precise che nel dilettantismo verrebbero disattese dal carattere amatoriale. Qui scatta il tema della fiducia, dello Stato verso i suoi cittadini e relativa retroazione contrastiva di questi ultimi verso quello: nell’autodeterminazione e consapevolezza individuale di cui ciascuno si deve far carico con responsabilità. Ma essendo noi un paese di blablatori di stucchevoli azzeccagarbugli, di giuristi infiocchettati di ermeneutica, qualsiasi atto che pare ledere l’individuo viene abiurato o eccepito o ‘altrizzato’, nel senso che è importante altro. E qui si smuovono montagne di prescrizioni poiché se io Stato non ti ritengo capace di autodeterminarti, allora reprimerò tutte quelle azioni che tu singolo decidi di seguire.

Qui interviene il tema della responsabilità sociale a favore dei diritti individuali, del collettivismo vs. un’individualizzazione dei valori (secondo alcuni con una crisi di questi ultimi), mentre nel ciclo del post moderno si darebbe luogo ad una ridislocazione delle soggettività ed un’espansione delle biografie individuali nel vissuto collettivo. In particolare, il progetto della prima modernità concerne le premesse industriali della società e si identifica con la modernizzazione della società in quanto industriale. All’inizio la modernità mette l’individuo al centro della scena sociale, protagonista dell’innovazione, mentre oggi quell’individuo viene relegato ai margini nei momenti e fasi di crisi, sistemiche del capitalismo dopo la bolla speculativa del 2008, oppure nelle crisi come quest’ultima da virus. È il singolo privo di protezioni e sicurezza, disorganizzato, senza ganci dopo aggrapparsi che viene ricacciato sul fondo del palcoscenico sociale. È la percezione di essere sempre più un ‘invisibile’, sia esso bracciante agricolo, giovane precario, fattorino delle multinazionali del cibo, ‘runner’ del neoschiavista Amazon, dove si è costretti a correre in capannoni giganteschi con ritmi di lavoro micidiali. Oppure ‘burini’ di periferia, delle tante troppe periferie sociali che stanno non solo nelle periferie delle nostre città, piccoli centri, luoghi del nulla, dove le figure che emergono sono i violenti da imitare, quelli che si prendono tutto, come i fratelli violenti che hanno ammazzato Willy, benché coabitanti due realtà possibili in un medesimo spazio sociale e culturale. Quelli che non aspettano più, lì dove le regole i diritti i doveri sono concetti mai messi in pratica se non da volenterosi operatori sociali. In questo ‘panorama italiano con zombie’ nella felice espressione di Arbasino, che oggi cambierei in ‘paesaggio di zombie con qualche italiano’ ciò che proprio viene a mancare è un senso di reciprocità relazionale e collettivo, tra persone e con/tra istituzioni, dove la fiducia verso gli altri, la società, infine se stessi, viene duramente messa alla prova. Perché sono ormai in crisi nell’attribuzione e ricorso alla risorsa fiduciaria le condizioni per un atto di riconoscimento, di riconoscibilità e di equivalenza funzionale tra la proprie aspettative e quelle in possesso dell’Altro. Il ricorso alla fiducia tra non consanguinei necessita del riconoscimento del proprio Sé e del Me, categoria costitutiva degli atteggiamenti altrui, generalizzabili previa reciprocità tra gli attori sociali. Laddove si produce un vuoto di relazioni ciò risulta l’esito di un mancato incontro tra gli obiettivi perseguiti nella nostra azione e gli scopi dell’Altro che registra una progressiva divaricazione.

In questa nuova prateria sociale da ‘arare’ con mezzi e strumenti nuovi, la modernizzazione si allontana dalla tradizione e dalle cosmogonie religiose per intraprendere la strada illuministica della ragione e della soggettivizzazione, accompagnando la nuova organizzazione della produzione della società industriale che ridisegna città, ambiente, relazioni, politiche, governo delle decisioni, stili di vita, affettività ed emozioni, spazi sociali della produzione e produzione di spazi sociali.Soprattutto si dà luogo ad una produzione di opinioni su tutto lo scibile umano benché la maggioranza delle persone non sappia nulla del medesimo scibile, se non le fesserie volute o casuali (più le prime delle seconde) che ormai con la Rete ed i social rendono l’onere della prova tra un’ipotesi e la sua validazione concreta empirica, nulla più che un accidente. La maggior parte della ggggente, Funari dixit, ignorante di suo per ignavia o per dolorosa impossibilità, piena di problemi non risolti, arrabbiata e livorosa contro chiunque, soprattutto partiti e Stato che li hanno dimenticati da tempo, non farà altro che ciò che la sociologia ha descritto da tempo: cercherà il suo ‘capro espiatorio’, la figura il cui ‘stigma’ sarà attribuito ad altri ritenuti responsabili della propria precaria condizione. Generalmente da ricercarsi in basso nella scala sociale, perché pericolosi avversari per la stessa sopravvivenza. Senza poter capire che sono quelli in alto, molto spesso, i decisori responsabili di una condizione deficitaria. Senza che alcuno si ponga il problema che purtroppo non tutti sono capaci al medesimo modo, non tutti sono di uguale capacità intellettiva, non tutti possono ambire ad avere di più o stare in alto nella scala sociale. Che è altra cosa dalla parità di condizioni di partenza uguali per tutti, anzi no, le condizioni dovrebbero essere diverse, principio delle scienze sociali ampiamente dibattuto. Infatti, chi già ha di più, dovrebbe ricevere porzioni minori di un’azione o di un intervento istituzionale. Ciò vorrebbe però dire che un’azione non potrebbe essere equa, sarà ovviamente iniqua. E quale politico ha il coraggio di dichiarare un intervento iniquo, soprattutto verso coloro i quali costituiscono i principali sponsor e sostenitori? Al contrario, quella iniziale uguaglianza è strumentale ed iniqua, potendo già vantare in partenza condizioni che altri non hanno. Tema ostico e scivoloso. Se posseggo di più, dovrò avere meno? Se non ho quasi nulla, dovrò avere di più? Un modello ‘socialista’ o marxista imporrebbe una tale presa di posizione. Il problema è che ha vinto l’impianto conservatore e di destra, secondo il quale chi è già ricco usufruisce di tutto, pagando meno tasse con una progressività fiscale ormai ridicola. Per cui in proporzione chi ha meno, paga di più ed ottiene di meno. Perché nella lotta di classe scatenata dalle élite negli anni ’80 del secolo scorso, hanno vinto i ricchi ed i poveri sono sempre più poveri. Con un determinante aiuto delle vecchie forze dette una volta di sinistra, abbagliate dal capitalismo del consumo e delle merci. Parola, sinistra, ormai ‘eretica’ al contrario di destra che è termine in auge. Fino ai nazisti ed accoliti… ovunque nel mondo, con una posizione da protagonista dell’America, segno dei tempi bui oscuri e pandemici che cerchiamo di vivere con un affaticato sorriso.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.