giovedì, Ottobre 29

Covid-19: denuncia, delazione o controllo sociale? Feste in casa: consiglio e proibizione. Il problema è etico e politico. Il Governo deve essere competente e autorevole per poter dare l’indirizzo etico-politico. E qui scatta il ‘controllo sociale’, che non ha nulla a che vedere con il capataz di condominio

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Diciamocelo chiaro, una volta e per tutte: denunciare un reato, o meglio, protestare per qualcosa di illecito che accade, è così disgustoso?
Il ragionamento che mi appresto a fare è in riferimento all’ennesimo Dpcm di Giuseppe Conte – pochette in materia di Covid-19, che tanto sta facendo discutere, il Dpcm del 13 ottobre. Covid-19 e feste in casa sulle quali è scoppiata la bagarre, tanto per banalizzare come i nostri politicanti ci hanno abituati.


Quando si invita qualcuno a denunciare se qualcun altro non rispetta le regole, subito si parla di delazione, cosa in sé bruttissima, ma senza mai spiegare perché, come e quando.
Per delazione si intende, in genere, la denuncia di qualcosa che, da un certo punto di vista è positivo, ma che può venire perseguito da qualcosa che è negativo.
Insomma, in un regime fascista o comunista, la delazione è quella del fanatico fascio-comunista, che denuncia l’avversario politico che sta facendo qualcosa contro il regime che si preferisce. Questo, vorrei dire, non è solo ‘un’ esempio: è ‘l’esempio’. Nel senso che al fatto formale della violazione di una regola, si sovrappone la valutazione etica sul fatto che quella violazione è in realtà una azione positiva: si combatte contro un regime ostile alla democrazia, non per caso, in ambiente mafioso, la delazione è il peggio del peggio.
Ma se in un regime democratico io vedo uno che sta organizzando un attentato fascio-comunista contro lo Stato democratico, lo denuncio giustamente o sono un delatore? Cioè, commetto un atto eticamente discutibile? Quanti, a suo tempo, si sono domandati se denunciare un ‘simpatizzante’ dei brigatisti rossi fosse delazione o no?

Insomma: violare le regole non si deve. Ma ci sono regole e regole.
Cosa credete? Io faccio il giurista, molto modesto ma giurista, non leguleio sia chiaro, e questo è uno dei tormenti classici del giurista, ripeto non del leguleio, che consiste in questo: una regola si applica sempre e comunque in quanto tale, o vi sono dei casi, delle situazioni, in cui interpretandola, non applicarla può essere addirittura un bene? Anzi, da giurista, non leguleio, dico: non esiste regola che sia una che, prima di essere applicata, non vada interpretata nel suo contesto, normativo e sociale e quindi applicata per ciò che ne deriva. È l’illusione cretina dei legulei e dei politicanti, quella di ‘fare’ leggi precise e articolate da applicare alla lettera: nessuna legge è applicabile alla lettera, lo abbiamo visto con gli orrendidecreti sicurezza’ di Matteo Salvini, cancellati dall’interpretazione prima che dal Parlamento. E per quel, troppo, che ne resta, vedrete, smantellati a poco a poco dalla constatazione della loro inaccettabilità.

Il problema è etico e, al tempo stesso, politico. Etico nella misura in cui si deve decidere se applicare e fare applicare una certa regola può determinare undannomaggiore di quello che si intende evitare. Politico, nella misura in cui si deve decidere se una certa violazione sia utile, alla fine, o a un interesse fondamentale di chi commette l’illecito o ad un interesse di carattere generale, cioè, appunto, politico.
Denunciare chi ‘trama’ contro un regime autoritario è eticamente scorretto, anche se penalmente dovuto. Denunciare chi ‘trama’ contro un regime democratico è eticamente e penalmente corretto.
Ma così, ci si avvoltola nella indecisione, o peggio, si dà l’impressione che le regole vadano interpretate in maniera soggettiva. Anzi peggio: che ognuno interpreta liberamente la regola come crede. Che è il modo migliore per creare lo stato dell’abuso e della prevaricazione, questo è evidente.
Il punto è che, in un regime democratico almeno, esiste lo Stato, che dovrebbe essere appunto l’ente cui sia devoluto il compito precisamente non solo di formare le regole, che in quanto tali sono neutre (neutre, non neutrali), ma di indicare (non stabilire, indicare) quali valori etico-politici devono guidare l’azione dei cittadini … e degli organi dello Stato -ma sorvoliamo su questi ultimi- cosa che un Governo può fare proprio perché, in democrazia, è l’espressione della collettività. E ciò va fatto, dunque, indicando una scala di valori, appunto etico-politici, in base ai quali regolarsi: sia i cittadini che la stessa autorità.

I giudici, per esempio, questo lo fanno e lo hanno fatto abitualmente: interpretare e applicare le regole alla luce, diciamo così, della situazione sociale (cioè dell’etica politica) del momento, fa parte integrante del loro mestiere. È perciò che ci si aspetta che il giudice non sia, concettualmente, di parte e per lo stesso motivo (anche se poi viene usato strumentalmente) è sconveniente che un giudice si qualifichi per la condivisione di una parte politica. Per chiarire: a parte l’aberrazione di un giudice della Corte Suprema USA, che viene scelto dal potere politico (come anche altri giudici, quando non, anche peggio, eletti!) è inaccettabile che un giudice venga scelto perché dichiaratamente di parte, come sta per avvenire in USA. E non mi dite che la nostra Corte Costituzionale è così, non è esatto. La nostra Corte è un organismo composito, in cui vi è l’espressione della sintesi politica del Presidente della Repubblica che rappresenta la Nazione, di quella (colpevolmente quasi sempre, di natura partitica: insomma ‘questo a me quello a te’, ma questo è il limite terrificante di quella che osa autodefinirsi ‘classe’ dirigente o politica!) dei rappresentanti del popolo (sui quali l’articolo sferzante di Pasquino su ‘Domani’ è da condividere parola per parola, disgusto incluso) e infine di quella del terzo potere dello Stato, il potere giurisdizionale.

Ma, tornando a noi, il punto dunque è che, in uno Stato che sia tale e che sia democratico davvero (e quindi non totalitario o autoritario o oligarchico come piacerebbe a Grillo), una sorta diindirizzoetico-politico è, e deve essere, espresso dal Governo, in quanto sintesi, a sua volta, dell’indirizzo etico e politico del Paese. Per poter fare il che, naturalmente, occorre che il Governo sia nonché capace, anche e principalmente autorevole.

E ci siamo, cerchiamo ora di applicare quanto ho scritto fin qui, al caso specifico delle misure anti-Covid-19 del Governo. Che, tanto per evitare che potessero almeno apparire coerenti e serie, sono il frutto di una trattativa defatigante, durata tre o quattro giorni, al termine della quale, per di più, alcuni dei negoziatori hanno ‘lasciato’ al Governo la responsabilità di indicare alcune scelte: scaricabarilismo e negoziabilità delle regole e quindi dell’etica! Basterebbe questo, purtroppo, a qualificare quelle scelte come scarsamente indirizzate a creare quella guida etico-politica della quale parlavo.
Il Governo, però, da un lato sconsiglia alcune cose, dall’altro le proibisce. Sorvoliamo subito sulle sciocchezze in termini di violazione della libertà individuale, di Stato di Polizia e scempiaggini simili. Limitiamoci a ricostruire il significato, appunto, etico-politico delle indicazioni del Governo … su, non ridete!
So bene che da quei pasticcioni ricavare una linea coerente è difficile, se non azzardato … sono ancora sotto lo shock della foto che campeggiava sul mio articolo di ieri: pochette con mascherina al telefon(in)o! Surreale, roba da ‘il virus corre sul filo’.

Ma, a conti fatti, il Governo vorrebbe dirci in pratica (se fosse un Governo serio, farebbe appunto così): stare in molti assieme è un pericolo e lo è dovunque, in casa propria, al bar, al ristorante, al cinema, per strada, in autobus; noi Governo vi diamo le indicazioni e fissiamo anche qualche multa, pur sapendo benissimo (penso che perfino quei figuri lo sappiano!) checontrollareeffettivamente è impossibile, a meno (questo sì) di istituire uno Stato di Polizia, che comunque nemmeno risolverebbe il problema.
Per cui l’indicazione è chiara e si riduce a due parole: chi non segue queste elementari misure di prudenza e di precauzione, mette a repentaglio la saluta e la vita degli altri, oltre e prima della propria. E, da giurista, io su questo non sorvolerei, perché, i nterpretato o no, attentare alla salute altrui è un reato grave e qui non c’è più la casualità!
A questo punto
-mi dispiace di dovere contraddire Gramellini- il problema non si pone più, quello, intendo, tra delazione e denuncia. Il tema è quello, ben noto e sempre poco e male trattato perché molto scivoloso, delcontrollo sociale’, che non ha nulla a che vedere con il capataz di condominio.

Io ricordo sempre un episodio, che mi è restato impresso, di quando, vivendo in Germania, al mattino uscivo e accendevo il motore dell’auto in un freddo boia, lo lasciavo riscaldare qualche minuto e poi partivo; per varie mattine una signora, che passava lì accanto, borbottava qualcosa al mio indirizzo: io, col finestrino chiuso e tremante di freddo non sentivo. Alla terza mattina, scendo dall’auto, le vado incontro e le chiedo che cavolo vuole (in tedesco suona così, in realtà fui gentilissimo) e lei, mi dice che sto inquinando con i fumi del mio scappamento. Le rispondo, “ma no, quello è vapore acqueo”. Grande sorriso e la cosa finisce lì. Ma, se non lo avessi fatto, lei avrebbe telefonato alla Polizia, che un controllo, gentile (anche in Germania sanno essere cortesi … magari gentili no, ma cortesi sì) lo avrebbe fatto, e, magari, senza multe o arresti, mi avrebbe invitato a provvedere.
Ciò in Italia è inimmaginabile, uscirà un nuovo ‘dipiciemme’, che richiederà schiere di avvocati per capirlo e migliaia di giudici per ignorarlo e insomma, coma al solito: ma lì no. Forse, anche perché lì, nonostante tutto, il Governo, lo Stato, dispone di quella autorevolezza (che non ha nulla a che vedere con l’autorità) che da noi è persa da tempo e che una volta di più, questo governicchio non ha alcuna idea di come recuperare.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.