mercoledì, Luglio 24

Così tornò al Colle 'Re Giorgio'

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26 febbraio 2013, il giorno successivo alle elezioni politiche 2013. Il dato definitivo della Camera dei deputati è un numero destinato a fare storia: il Movimento5Stelle di Beppe Grillo ha totalizzato 8.688.545 di preferenze, il 25,55%, diventando in poco più di 3 anni il primo movimento politico d’Italia, superando in dirittura finale, se pur di misura, persino la ‘gioiosa macchina da guerra’ del Partito Democratico, fermo a 8.642.700 voti, il 25,41% del totale. Intanto, il Pdl di Silvio Berlusconi è riuscito nell’impresa che neanche i più benevoli sondaggi Ghisleri avrebbero pronosticato: conquistare tutte le regioni date in bilico -dalla Lombardia alla Sicilia, passando per Campania e Veneto- e arrivare a poco più di 100 mila voti dal centro-sinistra alla Camera. Roba da film di fantascienza.

Certo, tutti si attendevano un ‘boom’ di Grillo -anche il Presidente Giorgio Napolitano, nonostante le dichiarazioni minimizzatrici dei giorni precedenti-  ma nessuno avrebbe scommesso un penny sul sorpasso grillino dei partiti tradizionali.

La parola chiave della legislatura diventa quella pronunciata da un terreo Enrico Letta già la sera del 25 febbraio: ‘Ingovernabilità’. Non alla Camera, dove l’assurdo Porcellum assegna alla coalizione vincitrice 340 seggi su 630. Ma al Senato, dove né il Pd, né il redivivo Pdl riuscirebbero a formare una maggioranza, nemmeno alleandosi con i montiani, i quali per miracolo sono riusciti a superare le soglie di sbarramento previste.

Considerato che Giorgio Napolitano sarà praticamente costretto ad assegnare l’incarico esplorativo al centro-sinistra (visto il premio vinto alla Camera), l’unica alternativa possibile al Grande Inciucio 2, ovvero Pd-Pdl-Monti, resta l’accordo del Pd con il M5S. Ipotesi rimasta poi, come vedremo, solo di scuola.

 

27 febbraio. A lanciare un ramoscello di ulivo nei confronti del M5S di Beppe Grillo, percepito fino a ieri come il simbolo dell’antipolitica ed ora elevato al rango di statista, è in prima persona il Segretario Pd, Pierluigi Bersani, durante un’affollata conferenza stampa. Consapevole della cruda realtà dei numeri parlamentari, Bersani aveva solo due soluzioni. Escluso dai giochi Mario Monti, condannato dagli elettori all’irrilevanza politica, non rimaneva che accordarsi con il Pdl di Berlusconi per un governissimo, oppure mettersi l’anima in pace e virare verso il programma grillino pur di ottenerne la fiducia.

 

Il 28 febbraio arriva a stretto giro di posta la risposta di Beppe Grillo alle avances formulate dal Segretario del Pd. Una chiusura che sembra essere definitiva: «Il M5S non darà alcun voto di fiducia al Pd (né ad altri). Voterà in aula le leggi che rispecchiano il suo programma chiunque sia a proporle». Il primo di marzo Grillo stupisce tutti pubblicando un post dal titolo emblematico, «Napolitano chapeau», nel quale viene lodata la dura presa di posizione del Presidente della Repubblica, in visita di Stato in Germania, contro il candidato cancelliere dell’Spd, Peer Steinbrueck, che aveva dichiarato di essere «inorridito dalla vittoria di due clown nelle elezioni italiane». Potere dello snobismo germanico che fa sotterrare l’ascia di guerra a Grillo, fino al giorno prima nemico ‘virtuale’ giurato dell’inquilino del Quirinale. Scrive Grillo: «Napolitano merita l’onore delle armi. In questi anni è stato criticato per molte scelte a mio avviso sbagliate, ma ieri in Germania ho visto, al termine del suo mandato, il mio Presidente della Repubblica. Un italiano che ha tenuto la schiena dritta». Un tentativo di svolta decisiva nel rapporto dei grillini con il Quirinale che resterà solo sulla carta.

 

Il 4 marzo un inedito Bersani in versione ‘guerriero’ sbatte la porta in faccia all’ipotesi di accordo con il Pdl avanzata da Massimo D’Alema dichiarando che «il governissimo non corrisponde in nessun modo ad una esigenza di novità». Poi, propone ai grillini un programma di Governo basato sugli ‘8 punti’, ma non riceve risposte positive. Il 6 marzo, ad otto giorni dal vertice del Consiglio europeo dove l’Italia sarà rappresentata dal premier ancora in carica, Mario Monti, il Presidente Napolitano esprime il desiderio che le forze politiche possano raggiungere un accordo, quale che sia, per mostrare all’Europa una parvenza di Governo unito e addomesticato che esegua senza fare troppe storie le indicazioni economiche provenienti dalla troika formata da Ue, Bce, Fmi. Ma Grillo lascia cadere nel vuoto l’appello.

 

Il 7 marzo scoppia il caso Napolitano-Durnwalder. La vicenda si apre con la procura di Roma che indaga per calunnie e offese all’onore del Capo dello Stato il procuratore regionale di Bolzano della Corte dei Conti Robert Schulmers. Il magistrato sudtirolese denuncia le indebite pressioni del Quirinale sui vertici della Corte dei Conti italiana al fine di ottenere un trattamento di favore per il leader del partito Sudtiroler Volkspartei, nonché Presidente della provincia autonoma di Bolzano, Luis Durnwalder.

Il ras bolzanino, ininterrottamente al potere dal 1989 quando ancora esisteva il Muro di Berlino, era stato citato in giudizio dalla Procura contabile per un danno erariale di circa 1 milione e 600 mila euro. In pratica Durnwalder avrebbe utilizzato fondi pubblici per spese personali di ogni tipo. Si dà il caso che Durnwalder sia molto amico di Napolitano. È lo stesso Schulmers a denunciare un incontro carbonaro tra Napolitano e Durnwalder avvenuto al Quirinale il 5 giugno del 2012, durante il quale Luis avrebbe chiesto a Giorgio di attivarsi in sua difesa per insabbiare l’indagine. A rivelarlo è stato lo stesso giovane e coraggioso magistrato contabile attraverso due mail inviate al Presidente dell’ANM dei magistrati contabili, Tommaso Miele (il 26 febbraio 2013) e al Procuratore generale della Corte dei Conti Salvatore Nottola (il 1 marzo 2013). Schulmers denuncia, ma riceve solo bacchettate invece di pacche sulle spalle e solidarietà. La storia si conclude con l’insabbiamento del caso Durnwalder e con le gravissime accuse (fino a 11 anni di galera) ribaltate sull’efficiente e coraggioso Robert Schulmers, dipinto da alcuni giornali come una testa calda.

Sempre il 7 marzo una nota ufficiale del Quirinale conferma la «data di convocazione delle Camere, già fissata per venerdì 15 marzo».

Il Capo dello Stato è ancora fiducioso nelle consultazioni che porteranno alla formazione del nuovo Governo. Napolitano ha fretta. Il 15 maggio, infatti, scade il suo settennato, e la Costituzione prevede che i parlamentari e i delegati regionali chiamati a eleggere il nuovo inquilino del Colle debbano essere convocati entro e non oltre i 30 giorni che precedono la scadenza del termine: ovvero il 15 di aprile.

Una situazione drammatica per il Presidente e le istituzioni, che potrebbe portare addirittura all’elezione quirinalizia in assenza di un Governo legittimato dal Parlamento.

 

Il 12 marzo Napolitano riceve al Quirinale il Segretario Pdl Angelino Alfano, accompagnato da Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto. La delegazione azzurra chiede un salvacondotto giudiziario per i processi di Berlusconi. Il giorno precedente i parlamentari Pdl avevano addirittura assediato il Palazzo di Giustizia di Milano. Napolitano non concederà la Grazia, ma non sanzionerà nemmeno l’atto eversivo compiuto dai berlusconiani.

Il 12 e 13 marzo si riaccendono le polemiche sul processo alla trattativa Stato-mafia e sulle misteriose telefonate tra Napolitano e Nicola Mancino. La Corte di Cassazione dà ragione a Massimo Ciancimino dichiarando ammissibile il ricorso presentato dagli avvocati del figlio di don Vito contro la decisione presa dal gip di Palermo di mandare al macero le 4 intercettazioni telefoniche Mancino-Napolitano, senza sottoporle al contraddittorio tra le parti. Il Quirinale si era affidato all’Avvocatura dello Stato per fare ricorso in Corte Costituzionale contro la pubblicazione delle ‘chiacchierate amichevoli’ tra il Presidente e il vecchio amico, nonché Ministro dell’Interno durante il biennio stragista 1992-’93.

La Consulta aveva dato ragione al Colle al 100%, ma gli avvocati di Ciancimino, Francesca Russo e Roberto D’Agostino, non si sono dati per vinti ed hanno presentato ricorso. Il falò della voce presidenziale, fissato per il 13 marzo, viene dunque sospeso, in attesa della sentenza della Sesta sezione penale della Cassazione prevista per il 18 aprile.

 

Il 14 marzo Napolitano, che rischia di rimanere travolto dalle polemiche per lo scontro senza precedenti tra Silvio Berlusconi e la Magistratura, invia una lettera al quotidiano ‘La Repubblica’ al fine di chiarire e meglio indirizzare la sua posizione. «Nessuno scudo è stato offerto a chi è imputato in procedimenti penali da cui non può sentirsi esonerato in virtù dell’investitura popolare ricevuta», scrive il Presidente accusato dal vicedirettore del quotidiano di Carlo De Benedetti, Massimo Giannini, di aver offerto un «premio ai sediziosi» accettando di ricevere con tutti gli onori la delegazione Pdl formata dal trio Alfano-Cicchitto-Gasparri.

 

Il 19 marzo, alla vigilia dell’avvio delle consultazioni presidenziali per la formazione del Governo, il M5S fa sapere che della delegazione che salirà al Colle, oltre ai capigruppo Vito Crimi e Roberta Lombardi, farà parte anche Beppe Grillo. Intanto Berlusconi sembra sempre più convinto che «dopo Laura Boldrini e Pietro Grasso la sinistra sceglierà anche il Presidente della Repubblica». Si sbaglia, come vedremo.

Alle 9 e 12 minuti del 21 marzo Beppe Grillo varca l’ingresso del palazzo del Quirinale. Al termine del primo incontro istituzionale con Napolitano (raccontano i presenti in un clima cordiale) il guru non rilascia dichiarazioni, ma il M5S chiede inutilmente al Presidente l’incarico per formare il Governo. Nello stesso giorno si diffonde la voce che il Premier uscente Mario Monti voglia dimettersi per accettare la poltrona di Presidente del Senato in cambio dell’appoggio di Scelta Civica al futuro Governo Bersani. Un Napolitano furente lo convoca al Quirinale. Non se ne farà niente.

La due giornate di consultazioni (20 e 21 marzo) non servono a sciogliere il nodo del nuovo Governo, anche se Napolitano chiede al Presidente del Consiglio appena incaricato, Pierluigi Bersani, di cercare di allargare quanto possibile la maggioranza.

Il Segretario Pd fallisce nella sua impresa, apparsa da subito disperata e il 29 marzo risale il Colle per restituire il mandato.

Napolitano comincia subito nuove consultazioni. Inizia ad impazzare il toto-nomi per il Quirinale. Napolitano resta sempre il primo della lista berlusconiana grazie al salvacondotto giudiziario con scadenza 15 aprile concesso al Cavaliere. Le alternative più gettonate sono Lamberto Dini, Franco Marini, Pierluigi Castagnetti, Beppe Pisanu, Sergio Mattarella, Antonio Martino e Giuliano Amato. Berlusconi punta anche su Gianni Letta e Massimo D’Alema, Bersani su Romano Prodi e i grillini su Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky.

 

Il 2 aprile si insediano le due commissioni di saggi nominate da Napolitano che dovrebbero avere il compito di riformare la Costituzione.

La mossa non piace a Berlusconi che la considera una perdita di tempo per permettere ad un Pd scosso di riorganizzarsi. Anche il M5S è contrario. Così il Presidente, con una nota ufficiale, è costretto a sottolineare il «carattere informale» e i «limiti temporali» dell’estemporanea iniziativa. La nomina dei saggi si rivelerà una boutade, ridimensionata appena 24 ore dopo dallo stesso Presidente.

 

Il 5 aprile il Consiglio regionale toscano nomina tra i suoi 3 Grandi Elettori per il Quirnale, Matteo Renzi, il Sindaco di Firenze in inarrestabile ascesa politica. Sgraditi ai renziani sono i nomi di Prodi, Rodotà e Zagrebelsky.

Tra i quirinabili spunta anche il nome del Maestro Riccardo Muti.

Al via l’11 aprile le presidenziali on-line del M5S, la scelta definitiva dei grillini, Stefano Rodotà, arriverà il 16 aprile.

Il 12 aprile i dieci saggi terminano il loro lavoro e il 13 l’ipotesi di un Napolitano 2 sembra naufragare, bocciata per motivi anagrafici dallo stesso Re Giorgio’. Ma si capisce che il vecchio Presidente vuole favorire un Governo di larghe intese che possa allontanare il pericolo di nuove elezioni. L’8 aprile, approfittando di un convegno sulla figura di Gerardo Chiaromonte, Napolitano rivendica la stagione del compromesso storico, per spianare la strada al Governo di larghe intese e per avvertire chi nel Pd storce il naso all’abbraccio col Pdl, che i comunisti non hanno mai fatto troppo gli schifiltosi in fatto di accordi col ‘nemico’: da Pietro Badoglio a Giulio Andreotti, dal sì al Concordato, alla legge Reale, tanto per ricordare qualche illuminante episodio di storia patria.

Il 15 aprile Renzi lancia, inascoltato, il suo diktat contro i nomi di Anna Finocchiaro e Franco Marini al Colle. Nel Pd è già scoppiata una guerra civile silenziosa per la successione di Napolitano. Già il 16 aprile si inizia a vociferare di decine di franchi tiratori pronti ad affossare il nome di Prodi.

La sera del 17 aprile un disperato Bersani prova a rompere gli indugi imponendo il nome di Franco Marini. Ma è la stessa base del Pd, contraria al governissimo Pd-Pdl, a scendere in piazza minacciando di strappare le tessere.

 

Il 18 aprile il Parlamento si riunisce in seduta comune.

 

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