giovedì, Marzo 21

Così salì al Colle 'Re Giorgio'

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Autunno 2005. Gli ultimi anni della lunga carriera politica dell’81enne Giorgio Napolitano sembrano destinati a consumarsi nel prestigioso oblio di uno scranno da Senatore a vita. Il 23 settembre, infatti, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi gli assegna ufficialmente questa carica onorifica. Nello stesso periodo viene pubblicato il suo nuovo libro, ‘Dal PCI al socialismo europeo. Un’autobiografia politica’, una sorta di testamento politico.

Domenica 9 e lunedì 10 aprile 2006 si tengono le elezioni politiche. Nonostante i larghi favori del pronostico, l’Unione di centrosinistra guidata da Romano Prodi vince per un soffio (24mila voti sulla maggioranza berlusconiana uscente della Casa delle Libertà), ma viene accusato da molti osservatori di voler tenere per sé tutte le ‘poltrone’, compresa quella del Quirinale. Franco Marini viene nominato Presidente del Senato, mentre sullo scranno più alto della Camera siederà l’ancòra comunista Fausto Bertinotti.

Come stabilito dall’articolo 85 della Costituzione, la prima convocazione dei Grandi Elettori avrebbe dovuto tenersi il 18 aprile, trenta giorni prima della naturale scadenza del mandato di Carlo Azeglio Ciampi. Ma le elezioni politiche che hanno aperto la XV Legislatura hanno portato ad uno slittamento dei tempi. Il 28 aprile si insediano le Camere che si riuniranno entro 15 giorni per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica.

Sono giorni di trattative tesissime tra maggioranza e opposizione. Tra le varie candidature sul piatto, quella di Massimo D’Alema viene lanciata da Piero Fassino e addirittura da ‘Il Foglio’ di Giuliano Ferrara. Si vocifera che Silvio Berlusconi, memore dei tempi della Bicamerale, veda di buon occhio il ‘comunista stalinista’ sul Colle più alto, anche perché i dalemiani gli avrebbero offerto in cambio la nomina a Senatore a vita. Ma il nome dellìder Maximorisulta indigesto proprio ad alcune frange del centrosinistra, tra cui i ‘margheritini’ di Francesco Rutelli. Anche Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini si oppongono alla soluzione D’Alema.
Rocco Buttiglione ammetterà poi candidamente che «l’Udc ha sbarrato la strada alla candidatura di D’Alema, che è inaccettabile per tutta la Cdl, nonostante ci sia stato un evidente partito dalemiano di destra che voleva portarci a quella soluzione».
Gli altriquirinabilisono il ‘gran visir’ berlusconiano Gianni Letta, il socialista Giuliano Amato (nome buono per tutte le stagioni e tutti gli incarichi), i ‘campioni’ del centrodestra Marcello Pera e il succitato Casini, gli economisti Lamberto Dini (già Premier e Ministro) e Mario Monti. In caso la scelta dovesse ricadere su un Presidente donna (sarebbe la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana), circolano i nomi di peso di Emma Bonino, Tina Anselmi, Franca Rame ed Anna Finocchiaro. Ma i Ds ormai si sono fatti la bocca con un candidato ex comunista e non vogliono rinunciarvi.

3 maggio. Attraverso una dichiarazione ufficiale il Presidente uscente Carlo Azeglio Ciampi ribadisce di non essere disposto a ricoprire un secondo mandato. L’ipotesi di un Ciampi bis era stata presa in considerazione da diverse forze politiche tra cui DS, UDC, AN e Verdi. La frase pronunciata in questa occasione dall’inquilino del Colle rimarrà storica, soprattutto se riletta a 7 anni di distanza, nel 2013, in occasione del Napolitano bis: «Il rinnovo di un mandato lungo, quale è quello settennale, mal si confà alle caratteristiche proprie della forma repubblicana del nostro Stato».

Si arriva così al 7 maggio quando i Ds sono costretti a rinunciare al loropurosangue’, Massimo D’Alema, per puntare su una seconda scelta. E così dal cilindro degli accordi politici esce fuori il nome del comunistamiglioristaGiorgio Napolitano che accetta subito di buon grado la proposta. La scelta viene resa nota dall’Unione prodiana con un comunicato ufficiale. È lo stesso D’Alema a certificare il previsto buon esito della sua candidatura affermando che «Napolitano è entrato in conclave da cardinale e credo che ne uscirà da papa». A sorpresa anche ‘L’Osservatore romano’, quotidiano emanazione diretta della Santa Sede, ‘benedicela designazione di un laico, per giunta ex Pci. Commento al vetriolo, invece, quello del berlusconiano Maurizio Sacconi: «Napolitano è diverso da D’Alema, ma siamo sempre in presenza di un comunista». Per il collega di centrodestra Maurizio Gasparri trattasi di «lottizzazione partitocratica» tutta interna alla sinistra. E Berlusconi di Napolitano non vuole nemmeno sentire parlare.

8-10 maggio. Sono i giorni dell’elezione dell’undicesimo Presidente della Repubblica italiana. L’8 maggio la prima votazione si chiude con un nulla di fatto, con il centrodestra che vota in blocco per Letta zio (369 voti) ed il centrosinistra che, invece, sceglie la scheda bianca. Interpellato da Giampaolo Pansa in Transatlantico, il ‘Visinsky diessino’ Luciano Violante risponde con un disarmante «se le elezioni le avesse vinte il centrodestra, farebbe la stessa cosa» alla domanda del cronista se non fosse stato il caso di ‘offrire’ la guida del Quirinale alle opposizioni.

Il secondo scrutinio si tiene la mattina del 9 maggio. Umberto Bossi ottiene più voti di tutti (la miseria di 38), mentre le schede bianche sono 724. A questo punto, i giochi sembrano già fatti, anche se il ‘prescelto’ Napolitano rimane coperto e incassa solo 15 preferenze. L’unità del centrodestra comincia a scricchiolare. Da una parte Vittorio Feltri, direttore di ‘Libero’, che dalle colonne del suo quotidiano implora Berlusconi di non farsi convincere a votare il ‘candidato rosso’. Dall’altra, il ‘poeta’ Sandro Bondi, anche lui ex Pci come Napolitano, che su ‘La Stampa’ rilascia una dichiarazione scioccante: «Rispetto a D’Alema, il continuatore dell’esperienza comunista e togliattiana, agli occhi dei nostri elettori Napolitano rappresenta un politico moderato. E può essere considerato il male minore». Perde di peso la candidatura ‘azzurra’ del professor Mario Monti.

Nel pomeriggio dello stesso giorno il ‘giochettosi ripete con il terzo scrutinio, solo che le schede bianche aumentano a 770 e il primo degli sconfitti diventa D’Alema con soli 31 voti. Una beffa. Nell’occasione, la votazione diviene quasi grottesca perché, in mezzo al mare di schede bianche, spuntano i nomi improbabili di Oriana Fallaci, Linda Giuva (moglie di D’Alema), Giovanni Consorte, Vasco Rossi e, persino, di Luciano Moggi, fresco protagonista dello scandalo Calciopoli.

Il 10 maggio è il giorno fatidico del quarto scrutinio, dove è sufficiente la maggioranza assoluta dei voti. La sensazione diffusa è che sia quello buono per la fumata bianca. E, infatti, fin dalle prime luci dell’alba, una folla di giornalisti e telecamere si riversa in vicolo dei Serpenti, residenza romana dei coniugi Napolitano, per formare poi una sorta di ‘corteo reale’ quando il Presidente designato si recherà alla Camera per la votazione. Gli chiedono se sarà un inquilino del Quirinale superpartes, e lui risponde con un telegrafico «Si, altrimenti non avrei accettato». Alle 12 e 53 il nome di Giorgio Napolitano supera il quorum di 505 voti necessario per essere eletti alla presidenza della Repubblica. Alla fine saranno 543 i voti utili.

Le schede bianche sono ben 347, tutte targate Casa delle Libertà, con i Grandi Elettori costretti, per ordine di scuderia, a passare attraverso la cabina nel più breve tempo possibile per dimostrare di non aver scritto niente sulla scheda. Romano Prodi ironizza: «Correvano come bersaglieri». L’unica eccezione di rango è rappresentata dall’ex Segretario Udc Marco Follini che si ribella al diktat di coalizione votando per Napolitano. Anche la Lega Nord disubbidisce, ma a modo suo, continuando a votare per il suo leader Umberto Bossi. Silvio Berlusconi, che ha voluto polemicamente rendere palese il suo ‘voto in bianco’, se la prende con il Governo Prodi, «questa finta maggioranza che», accusa il Cavaliere, «con soli 20 mila voti di scarto ha occupato in un mese la presidenza delle Camere, il Governo ed il Quirinale. Oggi registriamo il fatto che se lo avessimo fatto noi avrebbero gridato al colpo di Stato».

Non proprio un’elezione condivisa. Dal centrodestra arrivano comunque segnali ed esplicite dichiarazioni di apprezzamento per Napolitano. «Noi non abbiamo mai contestato la persona ma solo il metodo», si smarca il ‘colonnello finiano’ Ignazio La Russa. Mentre Casini si dichiara convinto che l’elezione di Napolitano «è la prova che anche un cattivo metodo può dare un buon Presidente». Per questo il ‘Corriere della Sera’ è indotto a scrivere che «la divisione degli schieramenti sul suo nome sia molto più formale che sostanziale». Specchio dei sentimenti di Berlusconi è però la prima pagina de ‘Il Giornale’ dell’11 maggio che apre con un titolo a caratteri cubitali: ‘Sul colle sventola bandiera rossa’. Secondo l’Ansa (18 maggio) il gradimento degli italiani per il nuovo Presidente si attesta attorno al 69%.

La giornata del 10 maggio si chiude alle 20 e 09 quando Napolitano sale subito al Colle per rendere omaggio al suo predecessore. Ciampi, il cui mandato sarebbe scaduto il 18 maggio, si dimette con tre giorni di anticipo, il 15 maggio. Il nuovo Presidente presta giuramento lo stesso giorno alle ore 17.00 e avvia immediatamente le consultazioni con i gruppi parlamentari che porteranno all’affidamento al Professore di Bologna dell’incarico di formare il nuovo Governo.

Ecco i passaggi più significativi del suo discorso di insediamento. Il modus operandi a cui si sarebbe attenuto, qui descritto dal neo Presidente, verrà messo in discussione diverse volte, soprattutto nel corso del suo tormentato secondo mandato:

«Considero mio dovere impegnarmi per favorire più pacati confronti tra le forze politiche e più ampie, costruttive convergenze nel Paese; ma è un impegno che svolgerò con la necessaria sobrietà e nel rigoroso rispetto dei limiti che segnano il ruolo e i poteri del Presidente della Repubblica nella Costituzione vigente. Un ruolo di garanzia dei valori e degli equilibri costituzionali; un ruolo di moderazione e persuasione morale, che ha per presupposto il senso e il dovere dell’imparzialità nell’esercizio di tutte le funzioni attribuite al Presidente. […] Non sarò in alcun momento il Presidente solo della maggioranza che mi ha eletto; avrò attenzione e rispetto per tutti voi, per tutte le posizioni ideali e politiche che esprimete; dedicherò senza risparmio le mie energie all’interesse generale per poter contare sulla fiducia dei rappresentanti del popolo e dei cittadini italiani senza distinzione di parte. Viva il Parlamento! Viva la Repubblica! Viva l’Italia».

 

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