venerdì, Settembre 25

Cosa vuole Haftar?

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Prosegue la discesa della Libia nel baratro di un’instabilità prodotta dalla fragilità delle istituzioni e dall’incapacità delle autorità di prendere il controllo sul territorio nazionale. La furia di brigate e milizie armate in reciproco conflitto per imporre al debole governo le proprie agende programmatiche sta trasformando la transizione del Paese verso la democrazia in un drammatico calvario cui nessuno sembra attualmente in grado di porre fine. Sembrano sempre più lontani i giorni delle elezioni del giugno 2012, quando la vittoria del partito di Ali Zeidan pareva aprire una nuova epoca per la storia della Libia.

Aumenta costantemente il numero di incertezze e incognite riguardanti il futuro del Paese. Il 26 maggio, dopo settimane di negoziati tra le varie parti, il Congresso Nazionale è riuscito a votare la fiducia per il nuovo Premier ad interim, l’uomo di affari di Misurata Ahmed Maiteeq. Considerato un Primo Ministro vicino alle ali islamiste del Parlamento, Maiteeq è succeduto a Abdullah al-Thinni, la cui breve esperienza alla leadership è stata contrassegnata dal forte immobilismo e dalla costante minaccia miliziana. Nonostante Maiteeq sia, almeno teoricamente, destinato a ricoprire un ruolo di traghettatore che accompagni il partito alle prossime elezioni, la sua persona è presto stata messa al centro di un conflitto tra milizie, intenzionate a impedire al politico di prendere il suo posto.

Nella mattina di martedì 27 maggio, un razzo è stato sparato nei pressi dell’abitazione del neo-Premier da uomini armati a bordo di un’automobile. Maiteeq è rimasto illeso, mentre uno dei militanti che ha condotto l’attacco è stato ucciso. L’azione richiama un precedente attacco, quello che a metà aprile spinse il Primo Ministro Abdullah al-Thinni, appena scelto per sostituire Zeidan, a rassegnare le proprie dimissioni: uomini armati diedero vita a una sparatoria nei pressi dell’abitazione di al-Thinni a Tripoli, portando l’ex Premier a lasciare il proprio posto per proteggere se stesso e la propria famiglia.

Visto da alcuni come possibile salvatore della nazione libica e da altri come ulteriore causa di disordine in un Paese già in preda al caos, Khalifa Haftar continua a rimanere al centro delle attenzioni internazionali. Ex Generale dell’Esercito di Gheddafi poi divenuto importante oppositore a partire da fine anni Ottanta, Haftar ha radunato un’armata composta da combattenti a lui fedeli, gruppi miliziani e membri di un Esercito in progressivo disfacimento, con l’obiettivo di “combattere gli estremisti” e riportare il controllo delle istituzioni sul Paese. Nonostante le nobili dichiarazioni d’intenti, la figura di Haftar continua a dividere l’opinione pubblica libica: molti vedono dietro le sue azioni il desiderio di ritagliarsi un ruolo importante nelle nuove istituzioni, capitalizzando sul caos che impera nel Paese per aumentare il proprio potere e i propri interessi. Sono molte inoltre le speculazioni riguardanti un possibile collegamento tra Haftar e poteri stranieri, alimentate in particolar modo dalla sua permanenza ventennale negli Stati Uniti, dove si sospetta che abbia stretto importanti contatti con l’intelligence statunitense.

«Il Generale Haftar si è affibbiato il ruolo di uomo forte e proiettore nazionale, l’uomo che ‘correggerà’ la problematica rivoluzione della Libia e ripulirà il Paese dagli estremisti» scrivono sul ‘New York Times Osama al-Fitory e Kareem Fahim. «Nonostante tutto, lui è una figura polarizzante, tanto nota per la propria ambizione quanto per la sua mutevole lealtà, e molte persone si chiedono se riuscirà a trasformarsi in qualcosa di più di un signore della guerra, interessato a portare avanti i propri ristretti interessi. Lui ha raccolto un corpo di soldati, unità delle forze aeree e miliziani e ha affermato che questi siano l’esercito nazionale libico, iniziando a usarlo per lanciare attacchi sulle basi delle potenti milizie islamiste dell’Est, inclusi numerosi attacchi aerei mercoledì. La moltitudine di milizie libiche sono state uno dei principali focus della rabbia dei cittadini, soprattutto per il loro ripetuto rifiuto di deporre le armi».

Per intuire i prossimi sviluppi della situazione interna in Libia, sarà ora di fondamentale importanza comprendere quale risposta decideranno di dare i singoli gruppi armati attivi nel Paese alle azioni dell’ex-Generale. Nei giorni dell’assedio al Parlamento, Haftar ha potuto contare sull’importante appoggio dei combattenti delle brigate al-Qaaqaa e al-Sawaaq, due tra i più potenti gruppi miliziani attivi oggi nella capitale Tripoli. Nei giorni successivi alle azioni però, membri della Libyan Revolutionaries’ Operations Room, milizia parastatale che riunisce numerose brigate e che si è resa famosa nello scorso ottobre per i controversi eventi legati al rapimento dell’ex Premier Ali Zeidan, hanno già reso noto di essere pronti a imbracciare le armi contro gli uomini di Haftar, definendo il Generale un “perdente”. Starà a Haftar, conscio dei mezzi che ha a disposizione, decidere se agire negoziando con i gruppi miliziani rivali nella capitale o utilizzando la forza e cercando lo scontro aperto: da tale scelta dipenderà il futuro di un Paese che si riavvicina pericolosamente al rischio di una nuova guerra civile.

 

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