giovedì, Dicembre 12

Socialismo: è morta la coscienza di classe?

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L’Era della Globalizzazione è un’epoca di passaggio e di grandi cambiamenti. Come sempre accade in periodi simili, persone, istituzioni e idee sono messe di fronte ad un dilemma fondamentale: adeguarsi alle nuove realtà o divenire irrilevanti. In campo politico, a subire maggiormente questo momento di crisi sono stati la Sinistra e, in particolar modo, il Socialismo.

Dopo la grande stagione degli anni ’50 e ’60 del XX secolo, la Sinistra è gradualmente andata perdendo la sua capacità di parlare agli elettori che, storicamente, erano il suo bacino di consenso, ovvero le classi operaia e contadina. Oggi ci troviamo in una situazione che potrebbe confondere chi volesse tentare di comprendere la realtà attuale con vecchi strumenti: i partiti della Sinistra vengono votati soprattutto dalle classi borghesi, mentre le classi popolari si rivolgono più a proposte di Destra, quando non di estrema Destra. In questo modo è venuto a saltare uno dei punti fermi della situazione politica, quanto meno europea, venuta a crearsi nel secondo dopo-guerra.

A trarre guadagno dalla crisi della Sinistra e del Socialismo sono stati movimenti che, di per sé, non si pongono come rappresentanti di una data parte della società, ma come rappresentanti di tutta la popolazione: è il trionfo di movimenti che si definiscono inter-classisiti e che, spesso, propongono istanze populiste.

Per tentare di capire le ragioni di questa crisi e di questo distacco dalle classi popolari, bisogna scavare nelle radici storiche del problema.
A questo scopo abbiamo parlato con due eminenti storici, il Professor Giovanni Sabbatucci e la Professoressa Simona Colarizzi.

Per la Professoressa Colarizzi, “La perdita di quella che era la base fondamentale del suo consenso, da parte della Sinistra, si può far risalire fin dagli inizi degli anni ’80. Questo è avvenuto perché innanzi tutto c’è stato un cambiamento importantissimo nella base sociale, poi un cambiamento nei valori di questa base sociale: a partire dagli anni ’80, abbiamo una vera e propria rottura del mondo industriale. Ciò ha significato la disgregazione dei grandi aggregati collettivi di cui la Sinistra poteva disporre: sono entrati in crisi i sindacati, è entrata in crisi la militanza politica; siamo entrati in una società dell’individuo, una società liquida, come la ha definita Zygmunt Baumann. Quindi la Sinistra comincia a non avere più quella base di riferimento che era stata, tradizionalmente e storicamente parlando, la sua”.

Con la fine del mondo industriale, o meglio con il trasferimento della produzione industriale in altre zone, nella società europea viene meno quel sentimento di coscienza di classe che era stato la base su cui la Sinistra aveva costruito la sua militanza politica.

Un’evoluzione si è avuta anche dal punto di vista dei concetti: secondo il Professor Sabbatucci “Il fatto è che il Socialismo è stato una delle grandi ideologie e delle grandi utopie dei due secoli precedenti; insieme all’idea di Nazione e, un po’ meno, alla Democrazia, è stato un movimento e, in qualche caso, una fede che proponeva una utopia da realizzare, una prospettiva di liberazione dal bisogno: era un movimento con dei tratti fortemente radicali. Poi, al posto di un movimento rivoluzionario, lentamente, è venuto fuori un movimento di tipo riformista, gradualista”. Grazie all’azione dei movimenti socialisti e a questo loro approccio gradualista, soprattutto in Europa occidentale, si è arrivati negli anni ’60 all’affermazione di uno Stato Sociale più o meno sviluppato a seconda del Paese; ma, “Nel momento in cui, e questo momento dura ormai da un bel po’, i margini per queste politiche si sono assottigliati, un po’ perché tutti le hanno adottate in qualche misura, un po’ perché sono venute meno le risorse, che cosa poteva più dare il Socialismo? L’utopia riguarda solo alcune minoranze ormai residuali. Quello che serviva per alimentare il proprio consenso erano le politiche sociali, la redistribuzione fatta attraverso i servizi sanitari nazionali, attraverso le imposte progressive e così via. Tutto questo oggi non ha più spazio, quindi tutta quella cultura, quell’accumulo di esperienze che si identificava con i termini Socialismo o Socialdemocrazia oggi è in grave difficoltà.

Le masse popolari, orfane di politiche che le facessero sentire protette e di rappresentanti in cui riconoscersi, hanno intrapreso, dagli anni ’80 in poi, una lenta ed inesorabile marcia verso destra.
Con la fine delle ideologie, dei sogni, delle utopie, si è avuto una sorta di cortocircuito nella coscienza di classe: da un lato, i lavoratori si sono resi conto che chi li rappresentava era comunque appartenente all’alta borghesia e che, nonostante le parole d’ordine, non viveva gli stessi problemi quotidiani della base (il fenomeno di Silvio Berlusconi, con il disprezzo per gli intellettuali, è esemplificativo); dall’altro, senza potersi più riconoscere in una classe sociale, la massa popolare si è gettata tra le braccia di chi la faceva sentire parte di qualcosa (un Popolo, una Nazione, la ‘Gente’, una Fede).

È stata la morte della coscienza di classe ma, con le parole di Sabbatucci, “è morta la classe, tanto per cominciare. Il movimento socialista si è affermato in una società in cui al centro c’era il lavoro e, protagonista di queste battaglie del lavoro, era il proletariato industriale che, a prescindere dal fatto se fosse più o meno nutrito nei numeri, era comunque il centro e il motore dell’industria, da un lato, e della classe operaia, dall’altro. Nella società post-industriale tutto questo ovviamente non c’è più. Quindi quella che un tempo chiamavamo la classe operaia si è, in primo luogo, ridotta di numero, in secondo luogo, distaccata da quelli che erano i suoi riferimenti ideologici perché da quella parte non venivano più né promesse di un benessere sempre crescente, come è stato per tanti anni o decenni, né promesse di nuovi mondi o utopie”.

Privati della loro base, i partiti di sinistra si sono ritrovati a parlare solo a quella borghesia che, se da un lato rappresentava la fucina delle loro idee, dall’altro era stata identificata per tanti anni come il nemico: sempre Sabbatucci ci dice che “la Sinistra, oggi, non è più il partito della classe operaia (anche se non è divenuta totalmente estranea alle sue radici sociali) ma è il partito del progresso, è sempre meno il partito delle lotte salariali e sempre più il partito di altre istanze: la tutela dell’ambiente, la parità dei sessi, la difesa delle minoranze e anche, questione che oggi ci affligge, le migrazioni. Anche qui, non siamo di fronte ad una totale novità: quando c’erano ondate di milioni di migranti che andavano negli Stati Uniti, quelli che stavano già lì non erano poi così contenti; c’è, anche nel movimento operaio, una vena ‘anti-migrazioni’”.

Lo spostamento a destra delle classi popolari appariva già evidente a metà degli anni ’90. Come ci fa notare Colarizzi, “questo fenomeno era già presente, ad esempio, nel movimento leghista: la Lega, negli anni ’90, raccoglieva, secondo le statistiche dell’epoca, un forte nucleo di classe operaia. Anche i confini tra le classi si sono andati spegnendo: è chiaro che questo ha svuotato il bacino della Sinistra. Nel ’94 finisce l’egemonia della Democrazia Cristiana, che era un partito interclassista, sul sistema politico, però nello stesso anno, attorno al nuovo fenomeno di Berlusconi, si aggrega una grande parte della Democrazia Cristiana, assieme ad altre forze: è considerato il primo fenomeno populista”.

Il populismo, infatti, è il nuovo protagonista di questa era: i partiti della Sinistra, con le loro strutture, la loro organizzazione e i loro quadri intermedi, erano stati in grado di convogliare le energie delle classi popolari su un progetto che andava dal breve al lungo periodo; una volta persa la fiducia nei loro referenti tradizionali, le classi popolari si sono rivolte a vecchie ricette che, ad uno sguardo miope, accostano parole d’ordine accattivanti: Colarizzi è chiara nel dire che “l’unica grande ideologia del ‘900 che sopravvive e con cui ancora oggi bisogna fare i conti è il Nazionalismo. Il Nazionalismo ha in sé tutti quei caratteri che portano poi al razzismo, alla chiusura nei confronti delle diversità, al ritorno dei confini dello Stato, con conseguenze molto pesanti su tutta la Sinistra italiana e anche europea; con conseguenze pesanti anche sull’Europa stessa”.

La grande stagione della Sinistra, verso la metà del XX secolo, ha coinciso con lo sviluppato di una serie di strategie volte a favorire una parziale ridistribuzione della ricchezza. Queste politiche, però, si sono sviluppate all’interno di un contenitore ben preciso: lo Stato-Nazione. Nel momento in cui questa forma istituzionale perde sempre maggiormente di peso e le decisioni vengono prese al livello mondiale, le politiche nazionali dei vari partiti socialisti divengono sempre più inefficaci e determinano una perdita di fiducia dell’elettorato.

Per Colarizzi, “la strategia delle Sinistre negli anni precedenti alla svolta post-industriale, in un certo senso, è una strategia vincente perché ha legato elementi di Liberalismo a elementi di Socialismo. Il problema, che comincia a farsi evidente in tutti gli Stati negli anni ’80, è la crisi del Welfare State: gli Stati, per tutta una serie di motivi, non hanno più le risorse per assicurare il welfare come garanzie e come protezione a tutti i ceti più deboli. La crisi del welfare si abbatte su tutta l’Europa e in altro modo sugli Stati Uniti, tanto è vero che proprio negli anni ’80 cominciamo a riavere politiche neo-liberiste come quelle di Margaret Tatcher che restringono sempre più i margini del welfare: ormai l’economia che assicurava all’Europa del dopo-guerra una crescita che sembrava infinita e, soprattutto, una piena occupazione, a metà degli anni ’70 sta già declinando”.

La grande battaglia politica del ‘900 è stata tra il Capitalismo dei liberisti e lo Stato Sociale dei socialisti: i socialisti, almeno quelli riformisti, hanno lavorato per sviluppare delle politiche che potessero mettere dei paletti e delle regole che contrastassero gli interessi dei capitalisti. I capitalisti con cui avevano a che fare, però, erano quelli dello Stato-Nazione: nel momento in cui si va verso una società globale e il Capitalismo si organizza a livello mondiale, una Sinistra nazionale non ha più armi per contrastarlo e, anzi, ne diventa succube.

Secondo Sabbatucci, “bisogna vedere se questa tendenza verrà confermata, comunque è vero che i luoghi in cui si prendono le grandi decisioni economiche sono sempre meno gli Stati nazionali e sempre più delle realtà sovranazionali o multinazionali”. Nel momento in cui la gran parte della ricchezza non viene più prodotta in Europa o in Nord America, le strategie nazionale per la ridistribuzione di quella ricchezza risultano del tutto inefficaci: ecco perché le ideologie di tipo nazional-populista hanno successo, perché dicono: ‘ridateci i nostri confini, le nostre monete e tutto andrà meglio’. Il punto è che questo non è vero: la Storia ci dice che i periodi di maggiore prosperità sono quelli in cui c’è più movimento, c’è più scambio. Prima della Grande Guerra c’era una situazione in cui i movimenti di uomini erano molto frequenti, c’erano scambi molto forti e moto ricchi fra i vari Stati europei. Il contrario di questo è avvenuto negli anni ’30, quando sono nati i totalitarismi, i regimi autoritari, si è tornati al protezionismo… ecco, a me non sembra una grande idea quella per cui si debba di nuovo ritornare alla sovranità nazionale e così via; capisco però come la cosa eserciti una certa attrazione, soprattutto sui ceti meno abbienti che collegano il conteso sovranazionale a un peggioramento della loro condizione. Se invece pensiamo al livello planetario, basti pensare a Cina e India, vediamo che invece l’effetto è contrario: lì ci sono milioni, se non centinaia di milioni di persone che sono uscite dall’arretratezza, dall’autoconsumo, eccetera.

Simona Colarizzi aggiunge: “la grande crescita europea, e soprattutto la grande crescita italiana, il ‘miracolo economico’, l’Italia che da Paese agricolo diventa una grande Nazione industriale, adesso la vediamo trasportata in altre zone del mondo: un’Italia che nei primi anni ’60 cresceva di otto punti percentuali di PIL, cresceva perché da Paese agricolo si stava trasformando in Paese industriale; è quello che succede adesso in India, che è successo a Taiwan, che succede in Cina in questo momento. La crescita in Europa è una crescita minima e la disoccupazione è ritornata ad essere un grossissimo problema perché, dall’altra parte, ci sono altri mondi che stanno crescendo: è la globalizzazione, appunto.

Con l’imporsi di uno scenario politico ed economico globale, la Sinistra sembra essere schiacciata tra delle posizioni più protezionistiche, che raccolgono il favore delle classi popolari ma che sono appannaggio della Destra, e posizioni più liberiste, più vicine ad un ideale internazionalista ma che favoriscono la grande finanza capitalista: stretta in questa doppia presa, la Sinistra non riesce a trovare una sua via per comunicare con l’elettorato contemporaneo. Lo stesso progetto di Unione Europea, nato dall’idea del socialista Altiero Spinelli, oggi è interpretato dalla gran parte dei cittadini come un problema, come un’istituzione a totale vantaggio dell’alta finanza. In realtà, come dice Colarizzi, la chiusura nei confini nazionali è un po’ una chiusura disperata: cosa può fare oggi, nel mondo globale, uno Stato europeo che si chiuda e non si federi con altri Stati? Non può sussistere, non può esistere: è solamente un’utopia che viene lanciata proprio dai movimenti populisti e che non è un patrimonio della Sinistra che, storicamente, vuole allargarsi al mondo, non chiudersi dentro i confini. Quindi io non farei una distinzione del tipo: Liberismo = Destra, Statalismo = Sinistra. Il Capitalismo Laburista è un Capitalismo internazionale, di libero scambio, che però deve garantire anche i ceti più deboli”.

Anche Giovanni Sabbatucci è d’accordo e dice che “la Sinistra non dovrebbe negare o contrastare la globalizzazione, cosa che per altro non ha fatto: non dimentichiamo che un grande osservatore e teorico della globalizzazione è stato Karl Marx. Nel ‘Manifesto del Partito Comunista’ si parla di una realtà che sembra anticipare di un secolo e mezzo quella attuale: tutto è collegato, tutto è sconvolto, non ci sono più le culture locali e nazionali. Inoltre, l’inno dei Socialisti era ‘L’Internazionale’ e il motto era «Proletari di tutto il mondo unitevi»: quindi la Sinistra non potrebbe, se non rinnegando le sue tradizioni, diventare nazionalista e sovranista; invece potrebbe, e forse dovrebbe, cercare di sfruttare le opportunità offerte dalla globalizzazione per rinnovare il suo repertorio e per mostrare come possano esserci anche dei vantaggi.
In questa fase di crisi, però, la tentazione di cedere al populismo è forte e si sono venute a creare fratture interne alla Sinistra tra chi vuole trovare soluzioni senza abbandonare l’approccio internazionalista e chi, nel timore di perdere consensi, insegue la Destra su posizioni anti-europee (si pensi, ad esempio, a Jean-Luc Mélanchon nelle ultime elezioni presidenziali francesi).

Per Simona Colarizzi, Certamente c’è una parte della Sinistra che radicalizza la sua posizione proprio perché cerca di dare ascolto ad una protesta dei ceti più poveri: in questo mondo globale, le povertà all’interno di interi continenti, come la stessa Europa, sono aumentate ed anche il ceto medio ha subito un forte ridimensionamento, per usare vecchi termini, una proletarizzazione. Questa ovviamente è una protesta e sono istanze a cui né la Sinistra, né i partiti borghesi del Centro sembrano dare risposte adeguate. Andare nell’utopia attiva sicuramente i consensi: poter dire ‘lavoro per tutti, reddito per tutti, noi lottiamo solo per le povertà’, e così via, sono parole d’ordine che hanno un grande appeal, però dove portano? che cosa significano? La chiusura nelle frontiere nazionali? la fine dell’euro? Questi sono dei problemi che non hanno una soluzione concreta e realistica nel mondo com’è oggi. È difficilissimo tornare al passato, non credo che si possa mai tornare al passato, però si possono rifare alcuni errori del passato. Naturalmente i paragoni tra la situazione di oggi e la situazione degli anni ’30 in Italia sono dei paragono insostenibili, però è chiaro che hanno un minimo di riferimento: la grande crisi economica del ’29, la grande povertà (nel ’29 non c’era la globalizzazione, ma c’era già una forte internazionalizzazione dell’economia), il chiudersi degli Stati nei loro confini ha portato solo alla distruzione dell’Europa; le politiche autarchiche dei Governi hanno portato, il fascismo, il nazismo e la guerra fratricida in Europa.

Un altro esempio che rende evidente la difficoltà che la Sinistra ha di comunicare con gli elettori ce lo offre la crisi dei migranti. Si tratta di un fenomeno di dimensioni epocali che mette i cittadini europei di fronte a nuovi problemi e paure. Ai problemi di natura economica, con i Paesi europei che non crescono economicamente e che rinunciano allo Stato Sociale ma che sono costretti a prendersi cura di ingenti masse di disperati che arrivano ogni giorno in cerca di una vita migliore, si aggiungono i problemi culturali, con la paura del terrorismo islamico che flagella tutta l’area mediorientale e che ha colpito più volte anche nel cosiddetto “primo mondo”.

Una grazia per i movimenti populisti che gridano alla chiusura delle frontiere. A questa emergenza la Sinistra non sembra in grado di dare soluzioni verosimili e, se rifiuta nettamente le ipotesi di chiusura dei confini proposte dalla Destra, non riesce ad andare oltre a posizioni buoniste che sembrano avere una matrice più cattolica che socialista. Il Socialismo, che si era proposto di dare una soluzione scientifica ai problemi degli umani, sembra non saper proporre altro che un vago senso di umanitarismo che, per una popolazione stanca, disillusa e spaventata, è percepito come qualcosa che, nel migliore dei casi, non va al di là delle belle parole.

Le cose, chiaramente, sono più complesse di così, ma è altrettanto chiaro che ci sia un problema di comunicazione tra la Sinistra e gli elettori. Secondo Colarizzi, il discorso dell’accoglienza non è un discorso buonista, è un discorso di libertà innanzi tutto. Stiamo vivendo quella che è una delle tragedie umanitarie più grandi che la Storia abbia mai conosciuto, quindi il fatto di dire ‘non muri ma ponti’ non è un discorso solamente buonista: il problema è come affrontarlo”, tanto più che Bisogna rendere compatibile questa migrazione con le paure, con le ansie dei cittadini, che sono ansie soprattutto economiche che vengono poi trasformate in razzismo, in xenofobia, in lotte di religione: questa è una sovrastruttura che viene calata su un discorso di paure effettive, di paure di povertà, di paure di perdita di ruoli sociali, di paure delle diversità. La Sinistra ha una politica di accoglienza che va regolata, naturalmente, e va regolata nei flussi migratori degli altri Paesi: per questo dico che il ragionamento è globale, noi non possiamo disinteressarci di quello che succede in Sudan o in Libia, così come non possiamo disinteressarci, ovviamente, di quello che succede in Siria. Questo significa avere una visione globale del mondo”.

Per Giovanni Sabbatucci, invece, “i problemi sono inevitabili quando ci si trova di fronte a grandi spostamenti di masse di migranti. Il fatto è che la ricetta è molto difficile perché bisogna trovare un equilibrio fra due posizioni che, se applicate in modo coerente, portano a conclusioni assolutamente inaccettabili: è inaccettabile che si buttino a mare i migranti, da un lato, che si faccia entrare tutti indiscriminatamente senza neanche fare un controllo, dall’altro. Bisogna cercare gli strumenti per trovare il punto di equilibrio tra queste due posizioni che, in entrambi i casi, portano a conclusioni aberranti. La Sinistra come è oggi, cioè la Sinistra dell’opinione progressista, la Sinistra buonista, quella del ‘politicamente corretto’, dovrebbe sforzarsi di trovare delle soluzioni che possano essere accettabili che possano anche comportare un certo grado di costrizione. Se noi facciamo entrare decine o centinaia di migliaia di migranti, bisogna che ci siano delle strutture in cui si possano controllare e smistare; poi però arriva il Papa e dice che ci sono i lager… mi dispiace, caro Papa, ma in questo senso qualche cosa bisogna fare. Quindi in parte è vero che il Socialismo oggi ha smesso di essere scientifico ed è diventato buonista: in parte è sicuramente così, però sono cose forse non irreversibili. Quello che è certo è che il Socialismo traeva la sua forza anche dall’idea di uno sviluppo sempre crescente, prevedibile e controllabile dall’uomo: nel momento in cui tutto questo entra in crisi, è fatale che entri in crisi anche il Socialismo”.

Il problema sembra dunque essere la comunicazione: la Sinistra non è più in grado di indurre gli elettori ad una riflessione, non è più in grado di dare un chiaro disegno a lungo termine. Questo, però, non è un problema che attanaglia solo la Sinistra: la politica odierna sembra vivere alla giornata. Non si capisce se si tratti di un’effettiva assenza di un programma a medio e lungo termine, o se sia piuttosto l’incapacità nel comunicare. Nell’era dei social network, delle comunicazioni brevi, rapide, del movimento perpetuo, è difficile spiegare il perché di una politica a lungo termine in centosessanta caratteri.

Tanto più che oggi, secondo recenti studi, le persone ritengono Destra e Sinistra dei concetti superati che appartengono al passato: si è sviluppata una vera e propria diffidenza verso che parla in questi termini. Dice Giovanni Sabbatucci: “io non credo a questa idea che non esistano più la Destra e la Sinistra: si qualificano su punti diversi, ma poi alla fine è giusto ed utile che ci sia questa dialettica.

Simona Colarizzi conclude dicendo che “certamente è più facile comunicare la paura che non la speranza, è più facile comunicare a slogan piuttosto che passare attraverso dei discorsi di chiaroscuro che sono ragionamenti complessi: la comunicazione è importante, però teniamo sempre presente quanto sia più facile cavalcare la paura che non indurre ad una riflessione. Teoricamente i social-media dovrebbero aiutare. L’uso sfrenato che se ne fa, fatto solo di like, certo non aiuta perché impedisce dei ragionamenti complessi, però è evidente che bisogna cercare di sfruttareli. Inoltre, “la trappola del populismo è una trappola che può colpire anche la Sinistra perché la tentazione di andare per slogan e di cavalcare le paure c’è anche a sinistra. La Sinistra di oggi: deve ritrovare un linguaggio, deve ritrovare la capacità di abbandonare dei vecchi paradigmi per poter parlare ai cittadini”.

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