domenica, Luglio 21

Ecco cosa resta dell’attentato a New York Le parole di Trump ed il racconto di quella sera direttamente dagli occhi del giornalista Luca Marfé

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L’Isis ha rivendicato l’attentato dello scorso 31 Ottobre a New York dove hanno perso la vita 8 persone. A riportarlo è il settimanale propagandistico ‘Al Naba’, citato dal Site, gruppo di monitoraggio americano.

Sayfullo Saipov è «uno dei soldati dello Stato islamico», scrivono in arabo. «Con la grazia di Allah, l’operazione ha innescato la paura nei crociati americani spingendoli ad aumentare le misure di sicurezza». E’ stato individuato anche Mukhammadzoir Kadirov, il secondo uomo, anche lui uzbeko, ma di cui non si conosce ancora l’eventuale ruolo nell’attentato. Saipov, giunto in territorio statunitense grazie alla lotteria annuale che le ha regalato la Green Card nel 2010, avrebbe ammesso davanti agli investigatori di aver scelto non a caso il giorno di Halloween con il fine di provocare il più alto numero di vittime. Un addestramento vero e proprio per un attacco che era stato progettato da «oltre un anno» e che, nell’idea originale, doveva comprendere anche il ponte di Brooklyn.

La reazione di Donald Trump arriva puntuale e tagliente. Occorre agire per rendere più rigida la legge sull’immigrazione, questo l’obiettivo del Presidente. «Il terrorista di New York era felice quando ha chiesto di appendere la bandiera dell’Isis nella sua stanza di ospedale. Ha ucciso 8 persone e ne ha ferito gravemente 12. Dovrebbe essere condannato a morte!», scrive Trump su Twitter, parlando anche della possibilità di spedire gli «animali» come Saipov a Guantanamo.

Secondo quanto affermano gli esperti legali, la reazione del Presidente americano potrebbe nuocere al futuro processo. E’ prassi affermata, con qualche sporadica eccezione, che i presidenti non esprimano la loro posizione quando i procedimenti giurisdizionali sono ancora aperti, proprio per garantire la massima equità. Ma non tutti la pensano così.

Abbiamo chiesto a Luca Marfé, giornalista professionista basato a New York, contributor tra gli altri per ‘Vanity Fair, ‘Il Mattino di Napoli’ e ‘La Repubblica’, di raccontarci quella drammatica serata che ha vissuto in prima persona.

Cosa resta dell’attentato di New York?

Restano la rabbia e la frustrazione. L’incredulità, la banalità insensata del male che colpisce alla cieca persone in nessun modo coinvolte in un bel niente. Turisti, passanti, uomini, donne. In un parola sola: innocenti. Resta però anche una normalità quasi surreale agli occhi di un europeo. L’ineguagliabile capacità a stelle e strisce di voltare pagina prima ancora che immediatamente, quasi durante. Con i cadaveri in terra da una parte e le maschere di Halloween dall’altra. Una sorta di ‘The show must go on’ applicato alla società nella sua interezza. Forza e coraggio necessari, secondo alcuni, semplice cattivo gusto, secondo altri. Ma ciò che resta veramente sono le parole di Donald Trump: in generale, il suo stile politically incorrect; e poi ‘Guantanamo’, ‘PENA DI MORTE’, scritto proprio così, a caratteri cubitali.

Riguardo la reazione e la presa di posizione di The Donald, come l’hanno vista e come la giudicano gli americani? 

Una linea di condotta e soprattutto di comunicazione mai casuale che contiene, sì, degli evidenti elementi propagandistici, ma che non ci si può limitare a bollare come tali e basta. Il presidente non fa soltanto il suo gioco, ma dà voce ad un’America stanca dei toni cauti, pacati e quasi remissivi di Barack Obama, accusato di aver tenuto nel corso del suo ottennato un atteggiamento più da segretario generale delle Nazioni Unite che non da vertice politico-militare della superpotenza mondiale per eccellenza. Trump ha una dialettica divisiva, addirittura pericolosa perché in grado di fomentare ulteriormente l’odio delle deviazioni più velenose dell’Islam radicale, ma per certi versi efficace, diretta, capace di confortare quella metà del Paese, la sua, desiderosa di un uomo forte al comando. Bisognosa di una figura che sia in grado di mostrare i muscoli nel frastuono di una guerra mai dichiarata, mai iniziata formalmente, ma in qualche modo mai finita.

Quella sera sei subito accorso sul luogo: ci racconti i dettagli?

Un film già visto, purtroppo. Nel settembre del 2016 avevo documentato in tempo reale, anche allora per Repubblica, l’esplosione di un ordigno nei dintorni di Chelsea nella quale rimasero ferite circa trenta persone. La notte scorsa, proprio come un anno fa, il triste valzer di sirene, lo sfoggio di armi e di blindati, il convergere frenetico ma ordinato di uomini e di mezzi verso un’unica area della città. Ero a casa. Ho un figlio che non ha ancora compiuto tre anni e preparavo il suo vestitino a forma di zucca per andare come tanti altri newyorkesi ad una festa di Halloween. Ho mollato tutto, come spesso accade purtroppo, e mi sono precipitato in strada. È parte integrante del nostro lavoro: correre verso il luogo dal quale tutti quanti scappano. Il primo problema è stato avvicinarsi alla scena del crimine: la polizia di New York aveva perimetrato un’area vastissima. Traffico in tilt e metropolitana ferma. Insomma, per farla breve, ci sono arrivato letteralmente correndo. Sono istintivamente scettico nei confronti di chi pensa di poter fare questo mestiere da Google e, mai come questa volta, ho consumato, e non soltanto per modo di dire, la suola delle scarpe. Il furgone semidistrutto, le sacche con i cadaveri e i rottami delle biciclette erano visibili assai in lontananza da West Street, una sorta di tangenziale che circonda la parte ovest di Manhattan. Nel tentativo di avvicinarmi di più, però, ho percorso una strada interna fino all’incrocio di Chambers Street, non distante da quel World Trade Center dove un tempo sorgevano le Torri Gemelle. Anche lì un tripudio di agenti, in divisa e in borghese, di quelli che spuntano dal nulla, che io chiamo l’esercito “ombra” di questa città. Servizi segreti, Cia e Dia su tutti. Ma non solo. Tanti colleghi, voci e volti da tutto il mondo. Le prime testimonianze di chi, ancora frastornato, si era ritrovato soltanto pochi attimi prima occhi negli occhi con il terrore. Poi, per fortuna, anche il sostegno reciproco, il coraggio che genera coraggio, persino qualche sorriso a restituire sprazzi di calma e di speranza.

Come ha vissuto New York questo attentato? È stato davvero lo sconvolgimento più grande dopo l’11 Settembre?

L’11 settembre del 2001 io non ero a New York. Al tempo mi dividevo tra la mia Napoli e Los Angeles ed ho assistito inerme davanti ad uno schermo al crollo dei due giganti, ad uno dei bivi della nostra storia. Pur non avendo una testimonianza diretta di quegli attimi, però, sarei molto cauto con certi accostamenti. Per quanto grave, infatti, trovo che la ferita della notte scorsa non sia neanche lontanamente paragonabile a quella di 16 anni fa. Tuttavia, è al tempo stesso giusto parlare di ‘sconvolgimento’. E lo è perché la matrice islamica dell’attentato risveglia di colpo paure collegate proprio al dramma epocale del World Trade Center. Una città, insomma, che si ritrova a fare i conti con se stessa, con i suoi timori, talvolta silenziosi, legati a doppio nodo alle tante diversità presenti. New York è la città nella quale l’integrazione funziona forse meglio che in qualsiasi altro posto al mondo. Ciò non toglie, però, che la stessa integrazione non sia immune a sospetti, ostacoli, imprevisti. Per concludere, un cartellino giallo simbolico per chi ha parlato di una città ripiombata nel caos, nella paura, nel terrore appunto. New York è più forte di tutto questo ed è più viva che mai. Nessun baratro, nient’affatto.

Come sta reagendo il sistema di difesa statunitense? Quale sarà il piano per far fronte ad una minaccia probabilmente ‘interna’?

Qui c’è da sviluppare una risposta, che meriterebbe di trasformarsi in un lungo discorso, che ha tanto a che vedere con gli affari. Nel momento stesso in cui esplode una nuova emergenza, salta fuori un grappolo di aziende che, a fronte di cospicui investimenti, si dicono disposte a farsi carico del problema. Chi è passato per Las Vegas nelle ultime settimane (penso ovviamente alla strage fatta da Stephen Paddock dalla suite del Mandalay Bay Hotel) sa che all’ingresso di molte strutture sono comparsi più o meno dal nulla metal detector e sistemi di controllo paragonabili quasi a quelli di un aeroporto. Lo stesso sta accadendo qui nei cinema, nei teatri, negli stadi. C’è un’industria della sicurezza, insomma, che promette di fare miracoli e che vede crescere il proprio fatturato di giorno in giorno. Il piano, dunque, almeno per il momento, è quello di investire in questa direzione. Temo però che blindare le nostre vite rappresenti, oltre che un fastidio, un’illusione, se non addirittura una perdita di tempo. L’unico vero investimento sensato, cosa di cui dovremmo tenere ben conto anche in Italia considerati gli attriti legati ai flussi migratori, è la cultura. Sono i giovani, le scuole, le associazioni e, parallelamente, una giustizia capace di far sentire la propria voce in maniera netta e ferma nei confronti di chi tradisce l’accoglienza. Ecco, tornando a New York e a Donald Trump, c’è qualcosa in lui che sembra ricollegarsi a questo senso della giustizia, a ciò che a queste latitudini chiamano ‘law and order’, legge e ordine per l’appunto, che agli americani, o perlomeno a tanti di loro, in fondo non dispiace.

Un’ultima battuta sul Diversity Visa Program, la cosiddetta ‘lotteria’ delle Green Card. Il programma che proprio Trump minaccia di voler chiudere.

È una legge vecchia di trent’anni che fa capo a un mondo del tutto diverso. Che ci siano gli estremi quanto meno per rivederla mi sembra addirittura un concetto banale. Il nostro compito, di analisti, di giornalisti, ma anche e soprattutto di cittadini ed elettori consapevoli, è, o meglio dovrebbe essere, quello di restare lucidi, oggettivi e imparziali. Non si può continuare ad oltranza con la cantilena che qualsiasi cosa, se proposta da uno come Trump, debba essere sbagliata a prescindere. Anche perché questa maniera quasi isterica di porsi nei confronti di personaggi del genere finisce, paradossalmente ma fino ad un certo punto, con il rafforzarli. Noi italiani dovremmo essere tutti esperti riguardo a certi meccanismi. E invece.

Luca Marfé a Chambers Street, davanti all’ultimo sbarramento organizzato dal Dipartimento della Polizia di New York, a pochi metri dal luogo dell’attentato

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