giovedì, Settembre 19

Corte UE e rifugiati: la tegola sulla testa di Salvini In una delle campagne elettorali più invereconde, sulla testa del Governo cade il giudizio della Corte, che vale per tutti, sempre, in tutta Europa

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Infuria una delle campagne elettorali più invereconde cui io abbia mai assistito, nella quale il cinismo, l’uso di argomenti speciosi, l’uso e l’abuso denunciato da Facebook di notizie false, ma specialmente la disinvoltura della assunzione di opinioni opposte a seconda della convenienza, nella quale tutto ciò è all’ordine del giorno che, francamente, dovrebbe disgustarci. Colpisce in maniera significativa un fatto in cui l’ipocrisia più bieca la fa da padrona, lasciandomi, forse per la mia congenita ingenuità, mi riferisco al fatto, se ci pensate incredibile come pochi, per il quale il Giggino nazionale (Luigi Di Maio), si scaglia, con toni da Armageddon, contro l’attuale e futuro alleato e consorte di Governo, Matteo Salvini, in tema di (e ce ne vuole di faccia tosta!) rispetto delle regole comunitarie. Attuale e futuro perché entrambi litigano, ma dicono che resteranno insieme … sono contrari al divorzio, loro!

Evidentemente il ragazzo, come spesso accade ai giovincelli come lui, tende a dimenticare o ha dimenticato ciò che fa e ha fatto fino ieri: me la sogno io la sceneggiata vergognosa sul balcone di Palazzo Chigi? sbaglio io a ricordare gli insulti, le contumelie e gli sberleffi all’UE e per essa al Presidente della Commissione? È una mia illusione il richiamo alle ‘marchette’ a favore della Francia? ricordo male io le promesse di rovesciamento di tutto ciò che la UE fa e ha fatto, per non parlare delle continue ‘insistenze’ per varie gestioni fantasiose del bilancio dello Stato?
E ora, dalla sera alla mattina, sotto pressione per elezioni, improvvisamente attacca Salvini perché dice che della UE se ne frega e del limite del 3% anche?
Per non parlare del modo, assolutamente corrivo con Salvini, in cui parla sul maltrattamento dei migranti, sulla chiusura dei porti, eccetera, insieme al suo compare Danilo Toninelli, fermati solo in minima parte da Elisabetta Trenta, e solo perché Salvini ha osato attaccare il comportamento della Marina militare … come se la Guardia Costiera non fosse dipendente dalla Marina! Sorvolo sull’elegante ritorno in scena di Beppe Grillo.

Bene, cioè male, perché, nel frattempo, una tegola non da niente si abbatte sulle testoline dei due dioscuri: la sentenza della Corte UE in materia di respingimento di rifugiati e richiedenti asilo, pubblicata e resa nota il 14 maggio.
La
sentenza, infatti, a farla breve, esclude che si possa rimandare indietro qualcuno, che abbia o meno ottenuto l’asilo e sia o meno in corso la pratica per ottenerlo, e nemmeno, in senso stretto, in caso di aspiranti solo all’asilo, quando nel territorio del Paese dove verrebbe respinto correrebbe il rischio di subire condanne di natura politica, che ne mettano a repentaglio la sopravvivenza o lo espongano a pene degradanti, torture, ecc. E ciò anche (cerco a fatica di immaginare le facce dei due citati sopra!) se la persona di cui si tratta abbia commesso reati, sia prima che dopo la richiesta di protezione.

Non entro minimamente nel merito della sentenza, che è di un tecnicismo estremo, data la notevole complessità del tema. Mi limito, dunque, a rilevare alcune delle conseguenze più significative della sentenza, che -non si dice, ma alle volte una piccola soddisfazione uno deve pure prendersela!- utilizza alcuni ragionamento già fatti da me in questo giornale.

Primo. Non si tratta di una ‘semplice’ sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo, ma di una sentenza della Corte di Giustizia della UE di natura pregiudiziale. Spiego. Quando in un qualunque tribunale di qualunque Paese della UE si pone un problema di interpretazione di una norma comunitaria (nel caso di specie una direttiva 2011/95 in materia ‘attribuzione della qualifica di rifugiato’ a stranieri), il giudice sospende il processo e invia gli atti alla Corte, che interpreta la norma e la sua interpretazione è vincolante per il giudice nazionale. Ma, dato che si tratta di una interpretazione del Trattato UE o di una sua disposizione, come la menzionata direttiva, l’interpretazione, anche in ragione del principio della ‘economia del giudizio’, vale per tutti i casi analoghi anche futuri, almeno fino a nuova interpretazione. E quindi, tutti i giudici di tutti i Paesi UE devono seguire quella interpretazione, anche senza ricorrere alla Corte. Insomma, il giudizio della Corte vale per tutti, sempre, in tutta Europa.

Secondo. Quindi, questa sentenza, definisce per tutti i Paesi europei la situazione che ho appena descritto e che riguarda tutti irifugiati’, non solo i cosiddettiprofughi’.

Terzo. Ma la ricostruzione della Corte -e questo è un punto fondamentale- non si limita a dire come si interpreta la citata direttiva, ma spiega che quella interpretazione deriva dal fatto che tale è il significato della Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, la Convenzione, cioè, continuamente contestata da una parte rilevante dei politici italiani. In altre parole, attraverso la UE, la Convenzione di Ginevra è ancora più rilevante di quanto non fosse in precedenza (l’Italia la ha ratificata nl 1954, e quindi comunque deve applicarla), perché diventa lo strumento di base per interpretare le norme comunitarie: tutte, non solo quelle della direttiva. In materia di rifugiati, insomma, d’ora in avanti la Convenzione di Ginevra è il parametro interpretativo di base di ogni norma comunitaria in materia di migrazione.

Quarto. Già questo sarebbe abbastanza rivoluzionario in termini di diritto europeo, perché quella relazione diretta tra le norme comunitarie e le norme di diritto internazionale pattizio diventa strutturale e definitiva, non ostante il fatto che la UE direttamente quella Convezione non la abbia sottoscritta. Il ragionamento della Corte è perfettamente logico, perché afferma che le norme di diritto internazionale non solo valgono anche per il diritto comunitario, ma valgono anche, così come interpretate dalla Corte di Lussemburgo, per tutti gli Stati. Non a caso, nella Sentenza, la Convenzione di Ginevra è definita ‘pietra angolare’.

Quinto. Gli Stati, a loro volta, sono legati all’obbligo di applicare e rispettare il diritto comunitario, in quanto essoprevalesugli ordinamenti interni: nel nostro caso anche grazie all’art. 117.1 della Costituzione.

La Corte, invece, non fa un ultimo passo, in quanto non necessario per il caso di specie. Quel passo che ho indicato io tempo fa, quando, ripetutamente, ho segnalato che le norme di diritto internazionale, sia quelle non scritte che quelle scritte, in materia di diritti dell’uomo non solo prevalgono (in caso di contrasto, con le norme interne italiane), ma hanno una natura ordinatoria del comportamento dei singoli Stati in materia, in particolare, di diritti dell’uomo.
In altre parole, per ripetere la cosa così come altre volte la ho detta: le norme di diritto internazionale in materia di diritti dell’uomo (e altre, tra cui quelle della Corte Penale internazionale) determinano obblighi diretti nel nostro ordinamento. Obblighi indirizzati ai nostri governanti, ma anche, badate bene, ai funzionari responsabili di atti, sia pure ‘ordinati’ dal Ministro o dal Governo, in contrasto con quelle norme.
E dunque, chi ha orecchie per intendere intenda: governanti, funzionari, giudici.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.