giovedì, Ottobre 1

Corsa al vaccino anti Covid-19: Britannia first! Il centro di Harwell – il ‘Vaccine Manufacturing and Innovation Center’ – sarà in grado di produrre il vaccino nelle quantità richieste per soddisfare “tutto il fabbisogno britannico” entro sei mesi dall’apertura, cioè verso fine 2021

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Si aprirà nell’estate 2021, con un anno di anticipo rispetto al previsto, il centro di coordinamento per la scienza e l’innovazione di Harwell, nella contea di Oxfordshire, in Gran Bretagna, che,appena costruito, verrà adibito alla produzione dei vaccini anti Covid-19 per soddisfare «tutto il fabbisogno britannico». Lo ha annunciato domenica 17 maggio, nel corso della quotidiana conferenza stampa del governo conservatore, il ministro dell’industria britannico Alok Sharma.

La Gran Bretagna, ha detto Sharma, investirà 93 milioni di sterline nel progetto di costruzione del centro di Harwell. La somma andrà ad aggiungersi ai 47 miIioni di sterline già destinati agli studi per la ricerca del vaccino avviati dalla compagnia svizzera-britannica Astra Zeneca con sede a Cambridge.

Va ricordato che nella ricerca per il vaccino anti-covid-19 è anche impegnato l’istituto ‘Jenner’ di Oxford che collabora con la società Advent-IRBM di Pomezia.

Il centro di Harwell – il ‘Vaccine Manufacturing and Innovation Center’ – sarà poi in grado di produrre il vaccino nelle quantità richieste per soddisfare «tutto il fabbisogno britannicoentro sei mesi dall’apertura, cioè verso fine 2021. Il Ministro ha precisato che Astra Zeneca ha concluso un accordo in tal senso con il governo britannico e che, se il vaccino adatto a debellare il covid19 verrà finalmente trovato, 30 milioni di dosi saranno immediatamente a disposizione della Gran Bretagna che sarà quindi il primo nella fila dei Paesi richiedenti.

L’espressione «tutto il fabbisogno britannico» è stato però visto in Europa come una china autarchica mentre la Gran Bretagna ancora stenta a definire i termini del suo distacco dall’Unione europea o Brexit.

Ma poiché la ricerca sui vaccini sta andando avanti velocemente con le sperimentazioni sull’uomo già avviate in varie parti del mondo, compresa la Gran Bretagna, quest’ultima pensa di investire altri 38 milioni di sterline qualora le ricerche sui vaccini dovessero rivelarsi positive anche prima della fine della costruzione del centro di Harwell. Verrà quindi creata, ha precisato Sharma, una struttura di produzione veloce (rapid deployment facility) sempre nel centro di Harwell che sarà in grado di produrre i vaccini anche prima del completamento dell’edificio da adibire alla produzione dei vaccini che, nella migliore delle ipotesi, sarà pronto solo tra un anno. «Quando i test avranno dato risultati positivi, si avvierà la produzione dei vaccini per milioni di persone» ha assicurato il ministro.

C’è anche un altro progetto parallelo impegnato nella ricerca di vaccini nei laboratori dell’Imperial College di Londra.

Un fiorire di iniziative in Gran Bretagna e molto attivismo nella creazione delle infrastrutture. Ma quale sarà il vaccino che verrà alla fine prodotto? Sarà Astra Zeneca l’unica o ci saranno altri centri di ricerca che si attiveranno per trovare il ‘sacro graal’?

A livello europeo in dirittura d’arrivo pare si siano piazzate due imprese farmaceutiche europee, la francese Sanofi insieme alla britannica GSK (GlaxoSmithKline) specializzate entrambe nella produzione di vaccini oltre ad altri prodotti farmaceutici di alta gamma.  Insieme possono sviluppare la maggiore ‘potenza di fuoco’ tra le imprese farmaceutiche del settore con la possibilità di produrre centinaia di milioni di dosi. L’amministratore delegato di GSK, Emma Walmseley, ha definito questa collaborazione ‘senza precedenti’ mentre il CEO della francese Sanofi Paul Hudson invita caldamente a coordinare gli sforzi nella ricerca di un vaccino e non risparmia critiche alle compagnie europee.

«Con la crisi sanitaria in atto» – ha dichiarato Hudson nel corso di un dibattito trasmesso online – «nessuna compagnia può farcela da sola. Ecco perché Sanofi continua a sostenere con la sua esperienza e risorse altre compagnie come GSK per creare quantitativi di vaccino sufficienti a bloccare il virus». Sanofi ha sede in Francia, a Parigi, ed è la quinta più grande compagnia farmaceutica mondiale. Nella ricerca del vaccino insieme a GSK, Sanofi collabora con l’ente statunitense BARDA (Biomedical Advanced Research and Development, Ente di Ricerca Avanzata e Sviluppo Biomedico).

Per Paul Hudson, che parlava nel corso di una conferenza stampa on line organizzata da EFPIA, l’ente europeo che riunisce le imprese farmaceutiche europee, «il livello di preparazione per affrontare la pandemia è bassissimo» ha detto, precisando di aver contattato la Commissione europea e anche i singoli paesi dell’Ue che nei giorni scorsi si sono impegnati, complice l’OMS (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) a rendere più spedite le sperimentazioni sul vaccino anticovid19.  All’OMS è stata inviata nei giorni scorsi una lettera di 140 leader politici mondiali con la richiesta di mettere il vaccino a disposizione di tutti, gratuitamente.

Ecco perché quando Sanofi ha fatto sapere che il vaccino che verrà eventualmente selezionato quando le prime sperimentazioni sull’uomo avranno dato esito positivo, «sarà innanzitutto riservato agli Stati Uniti dove il livello dei decessi continua ad aumentare», c’è stata in tutto il mondo una fortissima ‘levata di scudi’. Hudson ha così risposto alle critiche: «i fondi per la ricerca del vaccino sono stati forniti in gran parte dagli Stati Uniti» e quindi «sono questi ultimi ad avere il diritto di prelazione avendo rischiato più degli altri».

Ma la Commissione europea e lo stato francese non sembrano d’accordo e ribattono che Sanofi ha ricevuto decine di milioni per finanziare la ricerca da parte del governo francese. La situazione comunque potrebbe ora cambiare dopo le promesse di finanziamenti per alleviare le conseguenze del Covid-19 per un ammontare (finora sulla carta) di 7,4 miliardi di euro (8 miliardi di dollari) raccolti nei giorni scorsi dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen in uno spettacolare maxi collegamento online con decine di paesi grandi e piccoli – tra i quali non figuravano né gli Stati Uniti né  la Russia – che hanno promesso finanziamenti ingenti o di piccolo taglio ma tutti destinati a contribuire alla lotta contro il virus e quindi alla ricerca di un vaccino che riesca a debellarlo.

Uno dei firmatari dell’appello all’OMS, l’ex Premier britannico Gordon Brown, ha spiegato che sono almeno un centinaio le ricerche in corso nel mondo per produrre il vaccino in grado di debellare il virus. Brown, che si batte per dare il vaccino gratuitamente a tutti specialmente ai paesi del terzo mondo, ha detto che il rischio di una seconda e terza ondata della pandemia non è da escludere in provenienza dai Paesi più poveri dell’Africa o dell’Asia. Egli ha comunque chiarito che tra il centinaio di vaccini su cui si sta lavorando nel mondo «soltanto sette sono in prime position, in posizione più avanzata secondo quanto dichiarato dall’OMS».

Nello stesso dibattito di EFPIA il vicepresidente e responsabile affari esterni della compagnia farmaceutica statunitense Merck (che detiene circa un quarto del mercato mondiale), Hugh Pullen, ha però assicurato che l’industria farmaceutica «è impegnata a lavorare con tutti, ovunque si trovino nel mondo», e che «dopo anni di investimenti in ricerca e sviluppo si potranno ora raccogliere i frutti di tanto lavoro», mentre Charles Faid, direttore della politica commerciale mondiale della statunitense Pfizer si è chiesto «come garantire la fornitura dei farmaci come indicato dalle norme in caso di non accordo per il Brexit». E ha sollecitato le autorità a concordare per il settore farmaceutico «una qualche forma di accordo di libero scambio».

Un punto pare chiaro: la pandemia del Covid19 ha messo in luce in maniera brutale lo squilibrio degli investimenti nel settore della ricerca tra Unione europea e Stati Uniti. Gli sforzi della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen per raccogliere i fondi destinati a debellare il virus sembrano voler sottolineare l’inadeguatezza degli investimenti europei in R&S, ricerca e sviluppo. Nel 2015 l’Ue aveva investito poco più del 2% (2,03%) del suo bilancio globale in R&S, molto al di sotto di quello che altri paesi spendono per lo stesso settore (4,3 in Corea del Sud, 4,1 in Israele, 3,6 in Giappone). Ma anche tra gli stessi paesi dell’Ue ci sono differenze notevoli: di fronte al 3,2% di Finlandia e Svezia e al 3,1% della Danimarca che quindi rispettano l’obiettivo di impegnare il 3% del loro bilancio annuale in questo settore, come previsto dalla strategia Europa2020, gli altri Paesi hanno livelli inferiori e alcuni molto inferiori.

Allora qual è la soluzione? La soluzione è nelle nostre mani. Come ha detto il presidente della Repubblica Federale tedesca Frank-Walter Steinmeyer nel suo discorso di auguri in occasione della Pasqua: «Questa pandemia ha dimostrato la nostra vulnerabilità…. Ma ha anche dimostrato quanto siamo forti… no non è una guerra, non mette i Paesi gli uni contro gli altri…ma mette alla prova la nostra umanità, fa emergere il nostro lato peggiore e quello migliore. Cerchiamo di mostrare gli uni agli altri quello migliore».

E’ con questo preambolo che un gruppo di cittadini, residenti in vari Paesi europei, e guidati da New Europeans, una ong europea nata per sostenere i diritti dei cittadini britannici in Europa ed europei nel Regno Unito e fortemente ispirata ai principi su cui si basa la costruzione europea, ha lanciato il 9 maggio scorso, in occasione della giornata dell’Europa, un appello alle autorità europee perché traggano una importante conclusione dal dilagare di questa pandemia: che la soluzione di una crisi di queste dimensioni come quella che ha colpito i nostri Paesi in questi mesi venga affrontata con una consultazione delle migliori menti in campo sanitario che l’Europa riuscirà ad esprimere per imparare la lezione che la crisi ci ha insegnato e tradurla in programmi di vasta portata che possano andare a beneficio di tutti.

«Nessuna risposta ad una crisi sanitaria del genere» – si legge nel documento scritto dall’ex diplomatico italiano Giovanni Brauzzi e appoggiato dal fondatore di New Europeans, l’ex deputato laburista britannico Roger Casale– «potrà essere veramente efficace se non sarà basata su principi rigorosamente scientifici e comunicata ai cittadini in modo da ottenerne l’impegno e la partecipazione».

Un appello quindi a partecipare alla costruzione di un’Europa solidale per combattere insieme le sofferenze di questa pandemia. E di quelle che potrebbero arrivare ancora. Un’Europa della salute insomma che potrebbe aiutare a risolvere molti dei problemi emersi nel decorso della malattia.

Qui il testo dell’appello che può essere firmato da chi è interessato e condivide quanto viene proposto. L’appello verrà poi presentato alle autorità europee nell’ambito della Conferenza sul Futuro dell’Europa che doveva essere lanciata il 9 maggio dalla presidente della Commissione europea e che è stata ora rinviata al prossimo settembre a causa della pandemia da coronavirus.

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