venerdì, Luglio 10

Coronavirus: un pubblico soggetto e avezzo alla post-verità in azione Un Paese dipendente dai mass media e dai social, dove la verità è relativa. Il virus immateriale è riuscito ad avere un effetto più forte di qualunque altro fattore di rischio. L’Italia sembra protesa verso un orizzonte millenaristico e tragico, oltre il quale nessuno è in grado di intravedere alcuna terra promessa

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Nei giorni scorsi, la Società Italiana di Intelligence (SOCINT) guidata dal Professor Mario Caligiuri, Direttore del Laboratorio sull’Intelligence dell’Università della Calabria, che ha condotto una ricerca sul tema cornavirus Covid-19 e informazione dal titolo ‘La pandemia immateriale. Gli effetti del Covid-19 tra social asintomatici e comunicazione istituzionale. Una ricerca davvero da leggere, e non solo o non tanto dagli addetti ai lavori, ma da tutti, ovvero tutta l’opinione pubblica italiana, la vera protagonista di questo meritevole lavoro.

Quanto si scopre leggendo il rapporto per certi versi è sconvolgente, e a tratti c’è da arrossire.

Per questo motivo abbiamo deciso di fare una chiacchierata con colui che ha, di fatto, realizzato la ricerca, Luigi Giungato, ricercatore SOCINT. La chiacchierata è diventata una sorta di tesi, il cui spessore e la cui densità non può essere correttamente raccolta, digerita, ruminata e introiettata con una pubblicazione in forma di usuale intervista.

Per questo motivo abbiamo deciso di pubblicarla nel formato che compare, e in tre parti. Iniziamo oggi, proseguiremo prossima settimana.

Margherita Peracchino

*** ***

Nel report si afferma: «si ha l’impressione che siano state le azioni messe in atto dall’autorità prima, e i mass media mainstream poi, a imporre all’attenzione dell’opinione pubblica l’argomento ‘Coronavirus’ in Italia, e che solo successivamente questi siano stati influenzati dall’opinione pubblica stessa, in una sorta di dialettica fondata sulla mutua influenza. Deduzione contraria, invece, quella che si evince dall’analisi dei big data del resto d’Europa e del mondo, dove il volume generato dalle interazioni social – tramite, soprattutto Youtube, Facebook e Twitter – può avere influenzato i news media mainstream che, a loro volta, possono avere influito sulle scelte dei decision maker». Questo è accaduto perchè?

 

 

Non vi è una risposta certa a questa domanda. Non vi è alcuna ragione di credere che vi sia stata una ‘specificità’ italiana alla dinamica che ha portato il pubblico del nostro Paese a reagire per primo all’emergenza.
Di certo, fino al 20 febbraio, l’andamento dell’interesse dei pubblici europei e americani nei confronti del Coronavirus era pressoché simile. Il Coronavirus veniva percepito come una delle tante priorità emergenziali, al pari dell’immigrazione, del cambiamento climatico e della crisi economica. Un virus, non dimentichiamo, ‘cinese’ e, quindi, esogeno.
Il fatto che l’emergenza sia improvvisamente esplosa in Italia, prima che negli altri Paesi, è sicuramente dovuto ad azioni precise e documentabili messe in atto dalle autorità, in particolare con la ‘scoperta’ del focolaio autoctono nel lodigiano e in Veneto, a seguito del campionamento su larga scala della popolazione mediante tamponi. In seguito a questo è stata istituita la prima ‘zona rossa’, innescando poi tutta la serie di decisioni politiche a catena che, a loro volta, hanno portato alla dichiarazione della quarantena su tutto il territorio nazionale. A sua volta, tutta la linea di condotta da parte dell’autorità nazionale nei confronti dell’emergenza è stata in qualche modo dettata dall’andamento dell’epidemia nella Regione Lombardia e dall’agenda delle autorità lombarde. E, in ultima analisi, non tralasciamo il ruolo avuto dalle autorità sanitarie, OMS e ISS in testa, per non parlare dei vertici dell’Ospedale Sacco e della Protezione Civile, assurti a veri e propri instrumentum regni nella concatenazione di eventi che hanno portato alla presente situazione di incertezza.
Va, tuttavia, specificato, che il virus immateriale, la dimensione virtuale e immaginifica del Coronavirus,stava già operando da tempo tra la popolazione, seppure in forma più o meno asintomatica. Non dobbiamo dimenticare, infatti, i casi di discriminazione nei confronti della popolazione cinese, le dichiarazioni dei partiti di opposizione che invocavano misure drastiche nei confronti degli stranieri, seppure non vi fossero ancora grandi riscontri concreti di casi conclamati, nonché, soprattutto, la presenza di numerose fake news che già circolavano nel sistema nervoso del pubblico attraverso i social e i media interpersonali.
Diciamo che, allo scoccare dell’emergenza sanitaria, il contesto fosse già in qualche maniera in incubazione, pronto a recepire e spargere il virus immateriale. Ma questo avveniva anche in altri Paesi, non solo in Italia.

Vi è poi, sicuramente, da prendere in considerazione una motivazione più ‘culturale’.
Il pubblico italiano è tradizionalmente considerato meno maturo di quello continentale, sia nel suo rapporto con le istituzioni democratiche, sia nei confronti dei mass media. Non solo è più avvezzo al ‘pettegolezzo’ (sintomatico il successo tutto nostrano delle trasmissioni di intrattenimento legate ai casi di cronaca nera), ma anche più influenzabile dalle decisioni e dalle dichiarazioni delle autorità.
Il fatto è che il contesto informativo italiano, molto più che in altri Paesi, è fisiologicamente abituato a un sistema dei news media polarizzato politicamente, frammentato in una miriade di voci contrapposte, fra le quali è impossibile identificarne una ‘neutrale’, fonti il più delle volte influenzate a loro volta dalle parti politiche di riferimento. Il mercato stesso dei news media è composto in modo tale da dividere e accaparrarsi nicchie di pubblico, frammentando in tal modo l’interpretazione dei fatti. Ciò spinge naturalmente il pubblico a doversi schierare, a scegliere una verità di comodo, in base alle proprie attitudini o convinzioni. In pratica a scegliere lapropriaverità allo stesso modo di come si sceglie una marca di latte al supermercato.
L’Italia è il Paese della par condicio regolarmente inapplicata, dell’agcom impotente, delle rassegne stampa quotidiane che raccontano una realtà diversa per ogni testata giornalistica citata. Si tratta di un pubblico abituato a dovere scegliere, non fra ciò che è vero o ciò che è falso, ma fra ciò che è più o meno considerato giusto’. Un pubblico, quindi, particolarmente soggetto alla post-verità, poiché nella terra dove tutti dicono il falso, allora tutti dicono anche il vero.

L’unico faro, soprattutto nei momenti di emergenza e, soprattutto, nella cultura mediterranea, è rappresentato dall’autorità, intesa non come il corpo materiale e fisico del politico, ma come corpo immateriale e rassicurante del potere.
Nella presente situazione italiana, tale corpo immateriale è rappresentato in parte da Giuseppe Conte, vero e proprio ‘contenitore’ di un’esigenza collettiva. Ad esso ci si affida, anche acriticamente.
I pubblici continentali, al contrario, sono considerati tradizionalmente più maturi, più critici, più avvezzi a un sistema dei mass media concepiti come cani da guardiadella politica, un contesto nel quale le istanze che dettano l’agenda sia dell’autorità che dei mass media stessi provengono ‘dal basso’. Diciamo che la cultura continentale, soprattutto quella francese, inglese e americana, sono considerate democraticamente più mature di quella italiana.
Naturalmente stiamo parlando di visioni tradizionali, quasi ideali. In realtà tutta la vicenda della Brexit ha dimostrato come anche il pubblico inglese sia soggetto alla disinformazione tanto quanto quello italiano. Tuttavia in molti Paesi l’autorità è meno avvezza a dettare l’agenda dei mass media e quindi anche del pubblico. Ma, ripeto, sono considerazioni aleatorie.
In realtà, se la crisi fosse emersa in Francia o Germania, prima ancora che in Italia, staremmo ora raccontando un’altra storia.

Semmai la domanda potrebbe essere un’altra: come mai non è emersa in Francia o Germania ma nella regione Lombardia? Vi era un contesto climatico, sociale, demografico, economico, sanitario e politico più ‘favorevole’? O è stato un puro caso? Queste non sono domande a cui deve rispondere un mass mediologo, sono semmai considerazioni più politiche o scientifiche. Sicuramente prima o poi si dovrà dare atto compiutamente dell’anomalia rappresentata dalla Regione Lombardia, una singola piccola porzione di territorio geopolitico che, da sola, ha subito più morti e contagiati di qualunque altra grande nazione europea, solo da poco superata da Stati Uniti e Spagna.

 

 

Possiamo definire il Covid-19 un fenomeno mediatico più di quanto lo sia stato e lo sia dal punto di vista biologico?

 

 

Quantitativamente non vi è paragone fra le due dimensioni. La percentuale di individui raggiunti e influenzati dall’infodemia è enormemente più ampia su scala globale rispetto ai soggetti infetti fisicamente.
Le conseguenze economiche, sociali, culturali di tale contagio sono incalcolabili. Il virus materiale colpisce il corpo, quello immateriale la mente.
Il panico si è sparso su quasi tutta la popolazione italiana e mondiale coinvolta nell’emergenza. Lo stato di ansia colpisce indiscriminatamente tutti. Rispetto a tale contagio, quello materiale risulta quasi insignificante. Tuttavia quello mediatico non esisterebbe senza quello reale, sono simbiotici.

L’esempio più chiaro per rendere questo concetto lo abbiamo se guardiamo all’effetto degli attentati terroristici degli ultimi anni. Danni materiali umani bassissimi, se paragonati all’eco e alle conseguenze che hanno avuto nella vita quotidiana di ognuno di noi, all’effetto mediatico suscitato e alle conseguenze nelle decisioni delle autorità. Non a caso si parla di attentati mediatici nei quali le poche vittime causate sono il vero proiettile, il corpo attraverso il quale viene sparato sono i mass media, mentre il reale obiettivo siamo tutti noi. Ma è un fenomeno già riscontrato da molti anni, basti pensare all’11 settembre.
Il Coronavirus ha esteso questo meccanismo ancora di più.

Il contagio mediatico, attraverso i media, si è propagato su una scala infinitamente più alta. La novità dell’attuale crisi, che la rende unica rispetto a quelle precedenti, è che la cura prescritta dall’autorità, paradossalmente, acuisce ancora di più il contagio. L’isolamento sociale ‘materiale’ rende la popolazione completamente dipendente dalle fonti di informazione immateriali. Siamo diventati tutti degli hikikomori, i soggetti affetti da dipendenza maniacale dai mass media, isolati completamente dalla realtà. Naturalmente il corpo prima o poi pretenderà il suo tributo e le conseguenze materiali non tarderanno a manifestarsi.
Sta di fatto, tuttavia, che per ora è la prima volta nella storia che viene realizzato un confinamento domestico coatto della popolazione su scala globale, una quarantena di tutti i Paesi dell’area occidentale. Neppure un romanzo di fantascienza avrebbe potuto prevedere una tale acquiescenza da parte del pubblico.
In effetti, senza l’esistenza dei media personali digitali non sarebbe stato, né pensabile, né possibile. Il virus immateriale è riuscito ad avere un effetto più forte di qualunque altro fattore di rischio mai avvenuto. Mai nessun pericolo percepito aveva ottenuto come effetto l’autoconfinamento di così tanti soggetti al mondo, il suicidio economico di intere società. Pensiamo alle grandi malattie come la malaria, la tbc o l’aids, che ogni anno causano decine di milioni di vittime. Pensiamo alle due più grandi cause di morte in Italia, ovvero tumori e malattie cardiovascolari. Oppure agli effetti mortali, epidemici e documentati dell’interramento dei rifiuti tossici o dell’inquinamento dell’aria, della terra e del mare sulla salute. Più di 30 anni di morti, soprattutto di minori, causati dall’Ilva a Taranto non erano mai riusciti a creare un movimento popolare abbastanza forte da imporre la chiusura del polo industriale. In questi giorni si sta parlando di chiuderlo poiché è stato riscontrato fra gli operai un caso di contagio da Covid-19. Se non è infodemia questa….

 

 

Il resto dell’Europa, a livello di media e di opinione pubblica, quanto e come è stata presa nella morsa del coronavirus?

 

 

Vi sono sicuramente delle differenze a livello di narrazione e di rapporto coi media. Da quello che riferiscono coloro che vivono in Belgio, Inghilterra, Svizzera e Germania, nessun Paese sta interpretando con una narrazione così drammatica, sciovinista e prona acriticamente nei confronti dell’autorità l’emergenza, sebbene il leit motif delle opinioni pubbliche mondiali sia concentrato sulla pandemia. I mass media trattano l’argomento in maniera più pragmatica e meno melodrammatica, non vi è la morbosità che stiamo riscontrando in Italia nei confronti degli untori e delle vittime. Mancano anche le narrazioni marcatamente apocalittiche del ‘niente sarà più come prima’. Sintomatici i discorsi alla Nazione della regina Elisabetta, della Cancelliera Merkel e del Presidente Macron, improntati alla rassicurazione nei confronti della popolazione per un pronto ritorno alla normalità. Sinceri o meno che fossero, tale dialettica induce un modo diverso di affrontare le avversità.

L’Italia, invece, sembra protesa verso un orizzonte millenaristico e tragico oltre il quale nessuno è in grado di intravedere alcuna terra promessa. La si immagina soltanto, navigando a vista, come i marinai di Colombo che si dividevano fra quelli fiduciosi nelle carte del loro capitano e quelli convinti di stare navigando verso l’abisso. Un viaggio, tuttavia, senza ritorno per tutti. Il concetto dinormalitàè infatti stato accantonato dal dibattito pubblico. La frase più totemica è ‘non torneremo alla normalità perché la normalità ha causato questo’. Il dibattito pubblico, infatti, si è diviso fra ‘tutto sarà peggio di prima’ e ‘niente sarà più come prima’. Una polarizzazione che amplifica l’ansia e non permette lucidità.

Vi è una tradizione cattolica molto marcata che rende la cultura italiana più propensa all’interpretazione apocalittica delle proprie vicende. Ma non solo. L’amore per il genereapocalittico’, come luogo letterario, scriveva Kermode, nasce dal fatto che immaginare una fine come svolta sociale, come rinascita collettiva, dona un senso all’essere umano, lo fa sentire parte di una narrazione.
Ciò è tanto più vero quanto più una società vive una crisi identitaria, una difficoltà nel riconoscersi e raccontarsi, la mancanza di un testo, se vogliamo, sul quale scrivere la propria storia. L’Italia è una Nazione frammentata in una miriade di centri differenti, di autorità interpretative contrapposte che ne impediscono una compiuta narrazione identitaria. Basti pensare alla questione ancora viva del risorgimento italiano, ancora diviso fra borbonici e garibaldini, alla ferita aperta della guerra di resistenza, alla contrapposizione nell’interpretazione degli anni di piombo, al contrasto nell’interpretazione del Vangelo e del Crocefisso messo in atto da Salvini nei confronti del Papa in persona, etc. Non esiste una storia d’Italia, ne esistono decine.
Una società paga in termini identitari tale frammentazione e, probabilmente, è più predisposta di altre alle narrazioni millenaristiche.

Un dato molto significativo, inoltre, è quello che si evince dai report pubblicati da Google e Apple sulle variazioni della mobilità media della popolazione nell’ultimo mese. L’Italia è il Paese al mondo nel quale si è registrata la diminuzione più drastica degli spostamenti: 95% in meno rispetto alla media verso i luoghi commerciali o ricreativi, 90% in meno verso i parchi, 86% in meno verso stazioni e luoghi di transito, 62% in meno verso i luoghi di lavoro (ovviamente, perché una percentuale di popolazione continua a lavorare) e, ovviamente, un +24% verso le abitazioni personali. Si evince un dato molto interessante. Il calo verso i luoghi commerciali, ricreativi, le stazioni e i luoghi di lavoro è costante praticamente in tutti i Paesi di Europa e della sfera occidentale (inclusi Giappone e Corea del Sud), sebbene nessun Paese registri dati così drastici come l’Italia, considerando comunque il fatto che il lockdown italiano sia partito prima rispetto agli altri. Tuttavia, Germania, Danimarca, Norvegia, Corea del Sud, Giappone, Svezia e Svizzera, solo per citarne alcuni, registrano un incremento, a volte esponenziale, degli spostamenti verso i parchi e le zone naturali. Cosa ci racconta questo dato? Probabilmente che in quei Paesi il lockdown non sia stato applicato nei confronti dei luoghi ritenuti tradizionalmente salubri: i parchi e il mare. Al contrario, in Italia, Francia e Spagna, si. Se guardiamo alla narrazione, e tralasciamo gli effetti reali, questo dato ci racconta che in quei Paesi sembra esservi una narrazione ottimista, positiva, si contrasta la polmonite respirando a pieni polmoni, all’aria aperta. Nei Paesi mediterranei sembra essersi imposta, al contrario, una narrazione della sofferenza, negativa, si combatte la malattia trattenendo il respiro, al chiuso.

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