giovedì, Luglio 2

Coronavirus: scenari plausibili, scenari improbabili ‘IL FATTORE X. L’origine della Covid-19 tra pandemia informativa e ruolo dell’Intelligence’: lo studio della Società Italiana di Intelligence in collaborazione con il Max Planck Institute. 5° Parte – Quanto possibile e quanto improbabile circa la trasmissione del virus

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IL FATTORE X. L’origine della Covid-19 tra pandemia informativa e ruolo dell’Intelligence’ è il titolo della ricerca di Luca Zinzula, virologo del Max Planck Institute of Biochemistry, esperto di virus altamente patogeni, che è stato pubblicato dalla Società Italiana di Intelligence (SOCINTcon il coordinamento e la prefazione di Mario Caligiuri, Presidente SOCINT e Direttore del Laboratorio sull’Intelligence dell’Università della Calabria, che ha collaborato allo studio. Unostrumento funzionale a capire il coronavirus Covid-19 e prevenire i prossimi eventi pandemici che ci dobbiamo attendere. Mario Caligiuri ha spiegato nei dettagli le motivazioni e l’obiettivo del lavoro.
Martedì abbiamo pubblicato l’introduzione dello studio di Zinzula. Mercoledì l’analisi di come l’infodemia si è sviluppata lungo tre direttrici: speculazione sull’origine dell’epidemia e del virus; nella discussione sull’efficacia dei trattamenti terapeutici; nella percezione della pericolosità della malattia. Giovedì l’’Autore si è concentratosull’analisi del risultato dell’informazione e della disinformazione quale suo sottoprodotto. Venerdì abbiamo fatto un percorso tutto tecnico-scientifico per capire il virus. Oggi l’Autore ci guida per capire quali sono gli scenari possibili e quelli che non reggono nel ragionamento obiettivo.

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La descrizione delle peculiarità molecolari della proteina S di SARS CoV-2 che permettono al virus di trasmettersi da una specie all’altra e da un essere umano all’altro, fornisce gli elementi necessari per avanzare ipotesi sui due più probabili scenari riguardo le modalità con cui l’epidemia da Covid-19 potrebbe essersi generata. Un primo scenario implicherebbe la circolazione in una qualche specie animale del virus SARS CoV-2 così come lo conosciamo, ossia già in possesso del set di mutazioni necessarie all’inaugurazione di un’epidemia su vasta scala, dalla cui specie si sarebbe poi riversato su quella umana attraverso un singolo evento di trasmissione.
Come accennato, virus come RsSHC014 e SL-CoV-WI1 isolati dai pipistrelli o come il Pangolin-CoV di recente identificazione avrebbero già le caratteristiche minime per un siffatto salto di specie. Tuttavia, questi non possiedono tutte le mutazioni riscontrate nella proteina S di SARS CoV-2, sono geneticamente soltanto simili ad esso e al momento il virus responsabile della pandemia Covid-19 non è stato ancora isolato in natura al di fuori della nostra specie. Sia questa specie un pipistrello o un ospite intermedio come il pangolino o anche un altro mammifero, è importante rilevare come l’acquisizione del set di mutazioni necessarie implichi che il virus vi abbia circolato in particolari condizioni di pressione selettiva, quali vengono a crearsi in popolazioni molto dense e altamente promiscue (come nelle grotte che ospitano migliaia di pipistrelli o negli allevamenti intensivi di pangolini) o quando specie di norma occupanti nicchie ecologiche diverse vengono poste artificialmente a stretto contatto (come accade, ad esempio, nei wet market per la vendita di carni da animali macellati sul momento).

Un secondo scenario implicherebbe l’esistenza di un coronavirus progenitore del SARS CoV-2 mantenuto in natura in una qualche specie animale. Questo virus potrebbe aver inizialmente infettato un essere umano e quindi aver circolato, silenziosamente e per lungo tempo, in una catena di trasmissioni interumane e infezioni asintomatiche o con sintomatologia così lieve da sfuggire al monitoraggio da parte delle autorità sanitarie. Una volta acquisito nell’uomo un certo numero di mutazioni critiche, si sia evoluto nell’attuale ceppo ed abbia iniziato a diffondersi nella forma del cluster di casi di polmonite atipica che ha dato il via all’epidemia conclamata.
È importante osservare come
in un simile scenario non sia necessario il verificarsi di un singolo evento di trasmissione del virus da una specie all’altra, quanto piuttosto sia ammissibile una serie ripetuta di catene di trasmissione da animale a uomo e da questi ad altri conspecifici, fino al raggiungimento di quella soglia di mutazioni necessarie affinché il virus effettui un salto di qualità nella sua capacità di diffusione pandemica.
Una simile successione di eventi potrebbe essersi verificata anche in occasione della prima epidemia di SARS, ed è certamente in corso nel caso della MERS, per cui tuttora si verificano ripetuti singoli casi d’infezione all’uomo per trasmissione dal dromedario seguiti da corte catene di trasmissione interumana.

Un terzo, ancorché improbabile scenario, riguarda l’acquisizione del set di mutazioni da parte di un progenitore del virus SARS CoV-2 in seguito a ripetuti passaggi seriali nelle colture cellulari, e la trasmissione alla specie umana a partire da queste o da un animale in seguito all’accidentale infezione di un operatore di laboratorio. Pur dovendosi ritenere l’insorgenza di mutazioni in tali circostanze ammissibile in pura linea teorica, e nonostante siano stati documentati in passato casi d’infezione umana da coronavirus contratta in laboratorio, la presenza del medesimo set di mutazioni a carico dell’RBD in un virus naturale come il Pangolin-CoV e di modificazioni quali il sito polibasico e le glicosilazioni, non ottenibili per semplice passaggio seriale in coltura, fanno sì che questo terzo scenario – almeno in assenza della descrizione di un virus isolato in laboratorio il cui genoma sia identico a quello di SARS CoV-2 – sia ritenuto il meno probabile.

Sfortunatamente, ferma restando la loro plausibilità scientifica, né alcuno dei primi due scenari sopra descritti può essere adottato in via esclusiva per inferire una relazione di causa-effetto nella cronologia degli eventi occorsi a dicembre in Wuhan, né purtroppo sussistono tutti gli elementi per fugare in via definitiva l’ipotesi di un’infezione accidentale contemplata dal terzo scenario. La presenza in Wuhan di strutture come il mercato ittico Huenan, affollato wet market in cui animali selvatici appartenenti alle più diverse specie sono mantenuti vivi e a stretto contatto in attesa d’essere macellati e venduti, rende plausibile la trasmissione di un virus, sia da una specie animale ad un’altra, sia da una specie animale a quella umana. Inoltre, la comprovata capacità di SARS CoV-2 di trasmettersi anche tramite soggetti asintomatici, rende il tracciamento dei casi indice, i cosiddetti ‘pazienti-zero’, piuttosto arduo. In un lavoro di ricerca pubblicato su ‘The Lancet in gennaio, dalla storia clinica di ben 13 dei 41 primi casi di Covid-19 ospedalizzati in dicembre a Wuhan non emergeva alcun legame con il mercato ittico Huenan, e tra questi figurava anche il primo caso notificato, ammalatosi il primo di dicembre e quindi probabilmente infetto già dalla fine di novembre.

È possibile che il primo caso si sia infettato altrove, o che si sia infettato in Wuhan da un altro caso asintomatico e non identificato, il quale potrebbe anche aver avuto rapporti di frequentazione con il mercato ed avervi importato il virus o averlo ivi contratto.
Altresì,
SARS CoV-2 potrebbe essere giunto al mercato attraverso un singolo animale o anche un gruppo di animali infetti ed aver così iniziato la trasmissione interumana.
Dall’analisi dei primi 27 genomi di Covid-19 emerge come questi risalgano tutti a un comune antenato che
può essere retrodatato fino a ottobre 2019. Un caso simile di retrodatazione rispetto ai primi casi noti si era avuto anche in occasione del primo focolaio di MERS, il cui presunto paziente zero venne inizialmente ricondotto al mese di giugno 2012 in Arabia Saudita, ma che studi sierologici retrospettivi permisero invece di ricondurre a un’epidemia di polmonite atipica occorsa in Giordania mesi prima, nell’ aprile 2012.
È dunque possibile che, allorquando venissero condotti simili studi retrospettivi fra i venditori e gli animali di Huenan così come di altri mercati, si possa ottenere una fotografia più chiara delle circostanze che hanno portato alla genesi dell’epidemia da Covid-19.

Infine, il fatto che la capitale dell’Hubei sia anche sede di due dei maggiori laboratori di ricerca del Paese sulle malattie infettive, ossia il già citato WIV e il meno noto istituto Wuhan Center for Disease Prevention and Control, ha esercitato e continua ad esercitare un bias cognitivo di non irrilevante entità, potenzialmente in grado di inquinare la formulazione di analisi razionali e obiettive circa il grado di probabilità che un’infezione accidentale si possa essere verificata in ambiente di laboratorio, quando non anche di ostacolare la ricerca delle verità oggettive sulla provenienza di SARS CoV-2.

Il WIV è sede del primo laboratorio asiatico di livello 4, il massimo contenimento biologico possibile, e rappresenta l’eccellenza della ricerca scientifica cinese nel campo dei virus emergenti. Costato ben 44 milioni di dollari, la sua messa in opera è iniziata nel 2003, al termine della prima epidemia di SARS, ed è stata ultimata nel 2015, anche grazie al supporto tecnologico e alla consulenza di esperti francesi, ed è divenuto pienamente operativo nel 2018. È un centro di referenza per lo studio dei virus emergenti accreditato dall’OMS e ha sempre mantenuto elevati standard di sicurezza e trasparenza nei confronti della comunità scientifica internazionale, collaborando attivamente con scienziati provenienti da ogni parte del mondo, che dei loro colleghi cinesi hanno in questa circostanza difeso pubblicamente l’integrità morale e professionale.
Inoltre, alcuni dei più importanti studi scientifici pubblicati negli ultimi anni sulla biologia molecolare dei coronavirus, e sui loro meccanismi d’infezione e trasmissione fra le diverse specie, recano la firma di scienziati del WIV.

In una recente nota ufficiale, il direttore del WIV Yuan Zhiming ha ribadito, come peraltro già a suo tempo aveva dichiarato la scienziata del WIV Shi Zhengli, uno dei massimi esperti di coronavirus al mondo, che nessuno dei dipendenti, fra personale tecnico e ricercatori, è mai risultato infetto. L’istituto, inoltre, sostiene con forza di aver ricevuto per la prima volta i campioni di SARS CoV-2 soltanto il 30 dicembre, e di averne realizzato il sequenziamento del genoma entro sole 72 ore, per poi depositarlo nella banca dati mondiale GenBank il 9 gennaio, mettendolo così a disposizione della comunità internazionale. Eppure, nonostante ciò, ma soprattutto a causa della reticenza dell’apparato politico e burocratico del Governo cinese nel fornire spiegazioni circa i ritardi sulla notifica dell’epidemia e le scarse comunicazioni sul numero di casi infetti, nonché sulla capacità di trasmissione interumana del virus, le polemiche non accennano a spegnersi.

Il ‘Washington Post’ ha recentemente riferito di aver preso visione di cablogrammi risalenti già al 2018, in cui personale diplomatico americano recatosi in visita presso i laboratori del WIV manifestava preoccupazione circa l’inadeguatezza degli standard di sicurezza e le attività di ricerca che implicavano la manipolazione di coronavirus dei pipistrelli. Perplessità sulla poca trasparenza e l’incongruenza delle versioni fornite da Pechino in merito agli eventi che hanno caratterizzato le prime fasi dell’epidemia di Covid-19 sono state ufficialmente sollevate, fra gli altri, dal Presidente americano Donald Trump, dal Presidente francese Emmanuel Macron e da diversi esponenti dei governi tedesco, svedese, britannico e australiano.

Inoltre, a fronte del rifiuto da parte cinese di acconsentire a un’ispezione a guida americana dei laboratori del WIV, il Segretario di Stato degli Stati Uniti Mike Pompeo ha inoltre annunciato di aver dato mandato alle agenzie di intelligence di avviare un’approfondita indagine sulla genesi dell’epidemia occorsa in Wuhan e su quanto,eventualmente, la Cina avrebbe omesso di comunicare per tempo al mondo intero. Le stesse agenzie d’intelligence si erano mostrate vigili già dai primi di gennaio rispetto all’emergenza in Wuhan, e sulla stessa avevano fornito rapporti puntuali in merito alla possibile degenerazione del focolaio epidemico in una pandemia di portata globale. Dopo aver consegnato il 30 aprile alla Casa Bianca un rapporto classificato recante i risultati delle indagini svolte, l’ufficio del Director of National Intelligence (DNI) ha dichiarato in una nota che, alla luce delle attuali evidenze, la comunità dell’intelligence statunitense è concorde nel ritenere naturale l’origine del virus SARS CoV-2, e che esso non presenti tracce di alterazioni genetiche e manipolazione umana.

Gli analisti avrebbero raccolto elementi a sostegno di come da parte del Governo cinese siano stati profusi sforzi atti a nascondere al mondo la reale gravità dell’epidemia occorsa in Wuhan, oltre che a sminuire la reale pericolosità del virus. Tuttavia, nessun elemento a favore di una fuga accidentale del virus da un laboratorio di bio-contenimento sarebbe stato riscontrato finora, e tutte le evidenze deporrebbero invece a favore di una trasmissione naturale in seguito all’interazione umana con una specie animale avvenuta nello scorso autunno. D’altra parte, nella medesima nota si afferma che la comunità d’intelligence statunitense continuerà a raccogliere informazioni ed esaminare rigorosamente ogni elemento utile a determinare se l’epidemia sia cominciata in seguito al contatto con un animale infetto in natura e come risultato di un incidente di laboratorio

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