martedì, Agosto 11

Coronavirus: ripartenza con ‘rischio non calcolato’ causa ‘ritirata’ del Governo La Fondazione GIMBE denuncia incongruenze costituzionali e rischi non calcolabili. “Sulla tutela della salute, dalla leale collaborazione Stato-Regioni siamo passati ad una ‘ritirata’ del Governo al fine di prevenire conflitti con le Regioni” L’ex Ministro Antonio Guidi: autonomia da rivedere

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Una ripartenza dal lockdown causa coronavirus Covid-19 segnata dallo scontro tra Governo e Regioni, che se ha segnato la crisi sanitaria fin dall’inizio, è esploso nel fine settimana in occasione dei provvedimenti normativi per la riapertura della Fase 2. Scontro rientrato dopo una nottata di riscrittura e confronti, definito il DL del 16 maggio e il DPCM 18 maggio, l’Italia ha provato ripartire. Lo scontro pare ora destinato rivelarsi l’elemento che potrebbe mettere a rischio questa ripartenza, segnando le prossime settimane e forse i prossimi mesi. A denunciarlo è la dura nota di oggi della Fondazione GIMBE, da sempre molto attenta alla tematica del decentramento regionale in materia di salute.

«L’agognata ripartenza del Paese si concretizza con una giravolta normativa senza precedentinella storia della Repubblica»: una «ritirata» del Governo dinnanzi alle Regioni sempre più assertive. Ne consegue che la riapertura non è un rischio calcolato, come dichiarato dal Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è solo un rischio, anche perché con un sistema di monitoraggio incompleto, il rischio di fatto non si può calcolare. Così la Fondazione GIMBE.
Sotto tiro, il DL 16 maggio 2020 n. 33 (art. 1, comma 16), che, si legge nella nota, «demanda interamente alle Regioni la responsabilità del monitoraggio epidemiologico e delle conseguenti azioni, con il Ministero della Salute che rimane spettatore passivo da informare sui dati e sulle eventuali azioni intraprese dai governatori».
L’emergenza coronavirus, afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione, «e soprattutto la gestione della fase 2 hanno accentuato il cortocircuito di competenze tra Governo e Regioni in tema di tutela della salute, oltre che la ‘competizione’ tra Regioni su tempi e regole per la riapertura. Questo decentramento decisionale dimostra che, sulla tutela della salute, dalla leale collaborazione Stato-Regioni siamo passati ad unaritiratadel Governo al fine di prevenire conflitti con le Regioni».

Secondo l’ex Ministro della Famiglia ed ex Sottosegretario alla Salute, Antonio Guidi, il Governo ha gestito male questa crisi, l’eccessiva spettacolarizzazione della crisi da parte del Governo ha fatto si che le Regioni alzassero il tiro nella rivendicazione della propria autonomia e della loro visibilità. Posto ciò, l’autonomia regionale in fatto di sanità è certamente da rivedere. Ma il problema di fondo starebbe nella inadeguatezza del Servizio di Sorveglianza Epidemiologica dell’Istituto Superiore di Sanità ridotto ai minimi termi, nel fatto che la struttura dell’Istituto Superiore di Sanità negli ultimi anni ha subito una crisi nei vertici interni, causata da scienziati e politici, che ha destrutturato l’istituto e di conseguenza ridotto la capacità di reazione del Paese alla crisi, investendo inevitabilmente anche le Regioni.

Secondo il nuovo decreto, spetta a ciascuna Regione, in totale autonomia, monitorare la situazione epidemiologica nel proprio territorio, valutare le condizioni di adeguatezza del proprio sistema sanitario e introdurre misure in deroga, ampliative o restrittive, rispetto a quelle nazionali. E’ questo il problema secondo GIMBE. Le analisi indipendenti condotte dalla Fondazione GIMBE sul nuovo Decreto rivelano incongruenze costituzionali, oltre che rischi non calcolabili di questo approccio.

«È evidente che le decisioni sulle riaperture hanno anteposto gli interessi economici del Paese alla tutela della salute», afferma Cartabellotta. «Tuttavia la dichiarazione del Premier Conte secondo cui si tratta di un rischio calcolato è smentita dall’impossibilità stessa di calcolarlo, perché la gestione e il monitoraggio dell’epidemia sono affidati a 21 diversi sistemi sanitari che decideranno in totale autonomia ampliamenti e restrizioni delle misure in base ad una situazione epidemiologica autocertificata. La storia insegna che non è sano quando controllore e controllato coincidono».

Circa le incongruenze costituzionali: la Costituzione affida allo Stato da un lato la legislazione esclusiva in materia di profilassi internazionale (art. 117 lett. q) – come nel caso di una pandemia – dall’altro l’esercizio del potere sostitutivo a garanzia dell’interesse nazionale nel caso di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica (art. 120). «Tuttavia, a fronte della più grave emergenza sanitaria della storia repubblicana, il Governo sin dall’inizio ha inspiegabilmente scelto di non esercitare i poteri conferiti dalla carta costituzionale»

Nello specifico, «la decisione di affidare alle Regioni una totale autonomia sul monitoraggio dell’epidemia e sulle conseguenti azioni da intraprendere avviene in un contesto molto incerto e poco rassicurante. In dettaglio:

  • Il primo ‘Report di Monitoraggio della Fase 2’ dimostra che le Regioni non hanno fornito a livello centrale tutti i 21 indicatori previsti dal decreto del Ministero della Salute del 30 aprile scorso. In particolare, non riporta nessuno dei 12 indicatori di processo e nel ‘Quadro sintetico complessivo’ dettaglia solo 5 dei 9 indicatori di risultato, peraltro non tutti coincidenti con quanto previsto dal Decreto, e quindi non utilizzabili per l’applicazione degli algoritmi e la definizione del livello di rischio.

  • L’impatto sulla curva dei contagi di qualsiasi intervento di allentamento del lockdown può essere misurato solo 14 giorni dopo il suo avvio: in altri termini, le conseguenze delle riaperture del 4 maggio possono essere valutate solo a partire dal 18 maggio e quelle del 18 maggio lo saranno non prima del 1° giugno.

  • Dal 3 giugno, data in cui inizieremo a intravedere le conseguenze sulla curva epidemica delle riaperture del 18 maggio, il via libera alla mobilità interregionale e alla riapertura delle frontiere sancirà la libera circolazione su tutto il territorio nazionale anche dei soggetti contagiati». Elementi che sono visibilmente molto preoccupanti.

«A fronte di linee guida elaborate da Governo e Regioni per la riapertura delle attività produttive e sociali, non esiste una strategia sanitaria nazionale, ma solo variabili orientamenti regionali variabili per bilanciare tutela della salute e rilancio dell’economia. In particolare:

  • Le Regioni hanno una propensione molto diversificata ad effettuare tamponi diagnostici: a fronte di una media nazionale di 61 per 100.000 abitanti al giorno, si va dai 17 della Puglia ai 166 della Valle D’Aosta. In assenza di uno standard nazionale, tali differenze condizionano l’implementazione della strategia delle 3T (testare, tracciare, trattare), permettono un utilizzo “opportunistico” dei tamponi e sanciscono ancora prima della sua introduzione il fallimento dell’app Immuni, che per definizione è uno strumento “tampone-dipendente”.

  • L’indagine siero-epidemiologica nazionale è partita in grande ritardo e non sappiamo quando saranno disponibili i risultati; le Regioni peraltro hanno adottato protocolli propri utilizzando test differenti.

  • Le modalità organizzative per la gestione territoriale dei casi positivi -Unità Speciali di Continuità Assistenziale (USCA), isolamento domiciliare in strutture dedicate, prescrivibilità dei tamponi da parte dei medici di famiglia, etc.)- sono caratterizzate da immancabili diseguaglianze regionali»

Le conclusioni alle quali arriva GIMBE sono disarmanti: «Con queste premesse i DL 16 maggio 2020 n. 33 e DPCM 18 maggio 2020 concretizzano due ragionevoli certezze sulla fase 2:

  • Gli indicatori più affidabili per monitorare l’eventuale risalita della curva epidemica non possono che essere i ricoveri ospedalieri e l’occupazione delle terapie intensive, dati al tempo stesso tempestivi e affidabili in quanto raccolti dai flussi ospedalieri.

  • I risultati sul contenimento del contagio sono in larga misura affidati alle responsabilità individuali dei cittadini, attraverso il rispetto delle norme di distanziamento sociale e l’uso delle mascherine».

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