venerdì, Giugno 5

Coronavirus: nelle carceri dilaga la rivolta Linea dura di un Ministro che non governa la situazione

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La ‘non notizia’: le carceri italiane scoppiano. La ‘notizia’ di queste ore: le carceri italiane sono in rivolta come non accade da anni; la ‘notizia’ di cui non si è voluto o saputo tener conto: da giorni, da settimane, perfino da mesi, nelle carceri italiane covava un ‘fuoco’, polveriere che attendono solo una scintilla per esplodere…

Il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede si affida a Facebook: “Deve essere chiaro che ogni protesta attraverso la violenza è solo da condannare e non porterà ad alcun buon risultato”.

E poi? Poi non si sa; non si capisce. Il Ministro della Giustizia certamente avrà saputo che nel carcere milanese di Opera sono stati segnalati due casi di detenuti trasferiti in ospedale per sospetta infezione da Coronavirus. Certamente qualche collaboratore del Ministro avrà posto alla sua attenzione la richiesta avanzata dagli esponenti del Partito Radicale di ‘informarsi e informare il Parlamento’ sullo stato del contagio, e sulle misure adottate all’interno dei penitenziari italiani. Certamente il Ministro è a conoscenza del fatto che vivono in locali affollati e promiscuità circa 60mila detenuti, e che nelle celle non è assolutamente credibile che si possa assicurare e garantire la distanza minima di un metro l’uno dall’altro, come prescritto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dalle norme emanate dal Governo di cui fa parte. Certamente il Ministro sa che buona parte della popolazione carceraria è affetta da gravi patologie che abbassano notevolmente le difese immunitarie, e dunque favoriscono il contagio e la diffusione stessa del virus. Certamente il Ministro sa che oltre ai 60mila detenuti ‘alloggiano’ per buona parte della giornata, migliaia di agenti di polizia penitenziaria, di addetti ai lavori, di personale volontario, che costituiscono la spina dorsale del sistema carcerario italiano. Certamente il ministro sa che migliaia di persone entrano ed escono dai penitenziari, e dunque veicolano sia ‘dentro’ che ‘fuori’, potenzialmente, il virus. Certamente tutto questo il ministro lo sa.

Tutto questo il ministro della Giustizia ha il dovereistituzionale di saperlo. Sa che le carceri italiane versano in una situazione tecnicamente criminale, fuori-legge. Fino a ieri, quando la questione veniva agitata con i tradizionali metodi della nonviolenza tutto ciò non costituiva ‘notizia’. Lo è diventata da quando i detenuti si sono abbandonati ad atteggiamenti e manifestazioni violente. Dunque il Ministro della Giustizia è in errore: le proteste violente sono da condannare, certamente; ma un risultato l’hanno ottenuto: quello della ‘conoscenza’, della consapevolezza che c’è un problema enorme, una polveriera che esplode. Un qualcosa che rischia di diventare incontrollabile, se già non lo è.

Con il suo eterno sorriso (e che cosa ci sia da sorridere non si sa), il ministro Bonafede ripete come un mantra che inquieta invece di rassicurare, che di qualsiasi ipotesi di amnistia o indulto non se ne parla, neppure per quei detenuti che non si sono macchiati di reati di sangue, di gravi reati. Fermo nel suo NO, che impedisce di ‘alleggerire’ la situazione nelle carceri, nelle celle, di decongestionare una realtà di giorno in giorno sempre più ingestibile. Neppure si sa se si prende in considerazione l’ipotesi, invocata dagli stessi operatori della giustizia, di provvedimenti che consentano alle Procure della Repubblica e alle Procure Generali di differire le emissioni di ordine di esecuzione della pena, in conseguenza della definitività della condanna. E dire che perfino un paese come l’Iran ha ritenuto di dover scarcerare almeno 50mila detenuti. Pensate: l’Iran… E in Italia, cosa si è fatto, cosa si fa, cosa si intende fare?

Scorriamo a questo punto le cronache e gli articoli di un qualunque quotidiano; sintonizziamoci su qualunque canale televisivo o radiofonico: si scopre ora che in Italia esiste un’emergenza carceri; che in luoghi dove dovrebbero esserci 40mila detenuti al massimo, ce ne sono oltre 60mila; che sono stipati come peggio non si può, in condizioni ripetutamente condannate da tutte le corti di giustizia possibili immaginabili.

Che la situazione sia drammatica da anni lo denunciavano Marco Pannella, Rita Bernardini, il Partito Radicale, ‘Nessuno tocchi Caino’. Da anni Pannella invocava – ascoltato solo da illuminati ambienti del mondo cattolico, e infine da tre pontefici, uno dei quali in carica – amnistia e indulto, primo, preliminare passaggio fondamentale per decongestionare le carceri; primo necessario passo di una più complessiva riforma dell’istituzione carceraria, del modo di amministrare la giustizia, del concepire la ‘pena’: sul solco di una tradizione di cui l’Italia dovrebbe essere orgogliosa: quella di Cesare Beccaria e del granduca Leopoldo di Toscana, fino a Piero Calamandrei. Per anni inascoltato, silenziato, svillaneggiato, Pannella ha insistito, fin con il suo ultimo respiro. E il Partito Radicale, ‘Nessuno tocchi Caino’, pochissimi altri, ora: digiuni, marce, sit-in, denunce e ricorsi giudiziari, tutto l’ampio catalogo dell’azione nonviolenta e pacifica.

Niente. Per accorgersi di questa realtà, le manifestazioni violente e le ‘evasioni’ di questi giorni. Manifestazioni che si deprecabili, condannabili. Una cosa è sicura: a pagare i prezzi più alti saranno proprio i detenuti e le loro famiglie; pregiudicate proprio le cause che dicono di avere a cuore.

Tra domenica e lunedì sono scoppiate proteste in 27 istituti penitenziari dopo la notizia della sospensione dei colloqui con i familiari, dei permessi premio e del regime di semilibertà: misura necessaria, e che non si è saputa spiegare e gestire. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

I detenuti, già impauriti dalle notizie sulla diffusione del coronavirus, hanno pensato che l’epidemia fosse ormai incontenibile. Una preoccupazione già molto alta dalla settimana scorsa, quando è stato reso noto il ricovero in coma farmacologico di un agente penitenziario di 28 anni in servizio al carcere di Vicenza. Il resto è venuto da sé.

La Protezione civile fa sapere che ancora non è stato distribuito materiale sanitario negli istituti penitenziari: dunque fino a pochi giorni fa contatti tra polizia, educatori, famiglie, avvocati e detenuti senza particolari precauzioni; da ieriè partita la distribuzione di circa centomila mascherine.

Prevenzione della diffusione del coronavirus scattata in ritardo, e sovraffollamento: per l’associazione Antigone al 30 aprile 2019 i detenuti erano 60.439; quasi diecimila in più dei 50.511 posti letto ufficialmente disponibili. In realtà sono molto meno, essendo una quantità di celle in fase di manutenzione.

Bonafede assicura che i provvedimenti presi dal governo per gli istituti penitenziari hanno “la funzione di garantire proprio la tutela della salute dei detenuti e tutti coloro che lavorano nella realtà penitenziaria“. Non è però ben chiaro a quali provvedimenti si riferisca. Forse si capirà meglio nel pomeriggio, dopo che ne avrà riferito al Senato.

Il presidente del tribunale di Sorveglianza di Firenze Marcello Bortolato offre una radiografia sconsolata: Il virus ha scoperchiato una pentola che era già in ebollizione. Perché il carcere era già a un punto di saturazione, anche in seguito al fallimento della riforma penitenziaria, con un disagio crescente. La paura del contagio e la sospensione seppure temporanea del regime trattamentale ordinario per tutti i detenuti, permessi premio e colloqui visivi, ha fatto da detonatore…si impone l’adozione di provvedimenti straordinari anche in materia di esecuzione penale“.

Bortolato scarta l’ipotesi di amnistia o indulto per problemi diciamo così ‘tecnici’: “Sono impensabili anche perché non ci sarebbero i tempi tecnici per attuarli durante il periodo di emergenza del virus. Però si potrebbe adottare un provvedimento straordinario e temporaneo, limitato all’emergenza, con cui, per esempio, concedere una detenzione domiciliare a tutti i detenuti che abbiano un alloggio la cui idoneità dovrebbe essere accertata per le vie brevi da parte delle forze dell’ordine: vuol dire che semplicemente si accerta se il domicilio è effettivo e idoneo, senza valutazioni di merito sulla pericolosità. Quindi una detenzione domiciliare data per legge e d’ufficio, ovviamente dalla magistratura di sorveglianza, in deroga ai limiti e preclusioni ordinarie, a tutti coloro che abbiano un residuo di pena inferiore a due o tre anni, naturalmente escludendo i reati più gravi, quelli previsti ad esempio dal primo comma dell’articolo 4 bis, e che abbia una durata temporanea di tipo sei mesi. Ecco, un provvedimento del genere potrebbe allentare la tensione carceraria perché avrebbe un effetto immediatamente deflativo, obbligando un certo numero di persone a stare a casa loro, a dormire nel proprio letto. Una soluzione che anche dal punto di vista sanitario in questo momento è la cosa più indicata: è indicata per tutti i cittadini liberi, tanto più per i detenuti“.

Proprio perché si tratta di provvedimenti ragionevoli, e tutto sommato non difficili da attuare, è possibile, anzi probabile, che non se ne faccia nulla.

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