lunedì, Aprile 6

Coronavirus: mense dei poveri, quale futuro? Attività chiuse e accaparramento alimentare rischiano di farle chiudere. Serve urgentemente mettere mano al portafogli, una piccola somma ciascuno con cui garantire la speranza di un piatto in più a chi non ha

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La paura, si sa, può giocare brutti scherzi. Non solo a sé stessi, ma spesso -e non di certo, volentieri- anche ai terzi che, in qualche modo non immediatamente riscontrabile, rischiano di pagare un prezzo salato per conseguenze involontarie di azioni e reazioni altrui: che, col senno di poi, a buriana passata e acque chetate, rischierebbero comunemente di essere bollate come immature, fuori luogo o del tutto errate persino da chi le ha commesse.
Il coronavirus, con la sua inimmaginabile, repentina, tremenda irruzione nel quotidiano del mondo, ha portato con sé due effetti. Gravi entrambi.

A cominciare (fatto di cui nessuno parla, considerati i potenziali e oggettivi risvolti criminogeni) dalla cosiddetta ‘crisi da compressione’, che relega (e il più delle volte, segrega) in spazi talvolta anche insufficienti -se non angusti- persone che sonofamigliapiù per un fatto di anagrafe che di relazioni umane autentiche. Camere a gas, pentole a pressione prive di manutenzione, pronte a far saltare improvvisamente il banco, se il perdurare del blocco totale non avrà sbocco facile, com’è prevedibile nell’incertezza cautelare del momento.
Per arrivare, poi, al secondo aspetto: l’accaparramento alimentare vero e proprio, che così regolare, sistematico e crescente come la curva dei decessi causati dal piccolo killer invisibile, in Italia non s’era mai più visto, almeno dai tempi lontani della Guerra del Golfo.

Un fenomeno di massa immotivato e diffuso, poiché quelle legate a cibo e dintorni sono le uniche realtà produttive e di filiera a essere pienamente contemplate in tutti i Decreti della Presidenza del Consiglio dei Ministri sinora emanati a livello centrale.

Ma fortemente deleterio, dannoso e irresponsabile: soprattutto poiché, a farne le spese(più che la spesa, semmai) con ingenti ferite(lacrime e sangue inclusi) sono soprattutto le mense dei poveri. Entità solidali operose e silenti fatte di fede e opere basate tutte sul volontariato, mai così necessario come in questo difficile tempo storico contingente.

Le sole a preoccuparsi e farsi concretamente carico di chi ancora in giro -stante il legislativo azzeramento totale della mobilità- si ritrova quasi, paradossalmente, reo confesso suo malgrado:clochards, sbandati, indigenti e affamati di ogni genere.

Gente senza tetto e senza tutto privata anche del potersi fregiare del riparo di una chiesa chiusa di sera: mentre, di giorno, pur aperte, sono praticamente deserte. ‘Sic transit gloria mundi’.

Quando sopraggiunge e avanza una crisi, scatta l’ora dell’istinto alla sopravvivenza. Dell’‘homo homini lupus’ di hobbesiana memoria. Del ‘mors tua, vita mea’, per dirla invece con i progenitori antichi di casa nostra.

Ma il succo è sempre quello. Identico, e drammaticamente, anche. Le file di ignu (o musei delle cere in trasferta, che dir si voglia) in piedi per ore su marciapiedi o in bilico su cordoli a livello strada e a rischio caduta, spesso anche al di sotto della soglia minima di un metro come previsto dalle prescrizioni governative in atto, appena varcato il traguardo della porta automatica di questo o quel supermercato, svuotano come formiche ingorde, e con certosina precisione,ogni genere di scaffale di qualsivoglia tipo di alimento.
Pur di appagare all’istante l’occhio (per chi soffre di ‘sindrome da carrello-cammello’) e anche -aggiunge chi scrive- glicemia, diabete e colesterolo: ognuno, del resto, si sceglie la propria morte, si diceva una volta.

Con, però, un risvolto tragico: scompaiono così, dalle corsie dei punti vendita, anche quei prodotti a breve scadenza -solitamente, da uno a tre giorni- che gli addetti operativi, quando fanno rifornimento, rimpiazzano con di più nuovi,destinando i primi alle ceste serali da destinare, sera per sera, ai furgoni dei volontari deputati al recupero del cibo per le mense dei poveri.

Ma c’è di più. A ciò si aggiunga il fatto che le varie tavole sociali e solidali, con la serrata totale delle attività produttive, subiscono un danno ancor maggiore: chiudono gli uffici, e con essi anche i relativi servizi ristorativi aziendali. Solitamente preziosissimi invece, una volta al giorno, per affidare gli avanzi o i pasti non consumati agli stessi angeli -senza ali, ma dalle mani generose- di cui sopra.

Un dato su tutti: grande distribuzione e piccolo commercio al dettaglio (panetterie, rosticcerie, negozi di alimentari su strada) rappresentano il 30% delle quote di derrate necessarie ad alimentare giornalmente i pasti caldi offerti. Il restante 70% lo fanno, invece, le razioni già cotte e non consumate, all’occorrenza implementate con gli alimenti mancanti, più quello che perviene di norma dai vari banchi alimentari posti sotto varie insegne (Caritas su tutti).

Così accade dal 2008, a Torino, anche alla ‘Mensa dei Poveri’ del ‘Cenacolo Eucaristico della Trasfigurazione ONLUS’ -la prima, in Italia, ad aver lanciato ai media l’appello solidale- fondata nel cuore del difficile quartiere San Salvario da Don Adriano Gennari, sacerdote cottolenghino da sempre in prima linea nell’offrire sostentamento dignitoso ai molteplici affamati (italiani inclusi, ahinoi, e il dato è in crescita) che vagano sotto la Mole.

Ai tempi del coronavirus tutte le sere dalle ore 16.00 alle 19.00 le bocche da sfamare sono cresciute all’istante da una media di 130 alle attuali 250 giornaliere.
Con un problema in più: che i poveri, alcuni anche litigiosi e impazienti per indole, sono costretti a ricevere in frettae fuori dai localiil pasto in fila a distanza di sicurezza, senza neanche più potersi accomodare all’interno, fra tavoli e sedie, giusto il tempo di consumare comodi la propria porzione e poi lasciare campo libero agli altri. Perché la pandemia non conosce pietà alcuna, inclusa quella michelangiolesca o cristiana che dir si voglia. E si sa quant’è temibile l’uomo pronto a ragionare di pancia, più che di testa.

Questa è una delle tante storie che, giorno per giorno, si ripetono e moltiplicano tristemente in un’Italia coraggiosa alle prese con l’emergenza Covid-19. Che hanno bisogno di aiuto, vero, di slancio sincero e altrettanto contagioso per continuare ad avere un lieto fine, in tutti i sensi.

Ed ecco che la tecnologia, una volta in più, può fare la differenza. Basta solo che ciascuno s’informi sul web su quali sono le mense dei poveri più vicine al proprio domicilio, e doni secondo coscienza e disponibilità; e lo comunichi, anche tramite i social, alla propria cerchia di amici e conoscenti, perché facciano altrettanto.

Per donare così, in tutta sicurezza per sé e per gli altri, l’aiuto più bello, nel rispetto anche primario della salute di tutti, e soprattutto senza muoversi da casa.
Anche un sempliceclickè fondamentale perché la carità non si fermi: una piccola somma ciascuno con cui garantire la speranza di un piatto in più a chi non dà (e non ha) nulla per scontato.
Perché è questa, in fondo, la catena dell’Amore. 

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