domenica, Giugno 7

Coronavirus: ‘la musica è finita’? Ecco la musica che soffre: l’indotto di tutte le maestranze e professionalità. Infatti, a pagare il prezzo più alto del blocco sono i professionisti del backstage

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Appaiono remoti i tempi in cui, nel 1967, Ornella Vanoni ci deliziava alla radio con ‘La musica è finita’. A riascoltarla oggi, pare quasi una profezia. Terribile, per giunta.
Il coronavirus Covid-19 non risparmia nessunosette note incluse. Il contagio ha colto di sorpresa anche i moderni idoli, per nulla risparmiati dall’imprevedibile pandemia. Tutto fermo: prevendite, concerti in piazza, teatro, nei festival o negli stadi.

Idem per instore tour e firmacopie nei centri commerciali per presentare i nuovi dischi, serate nei locali, cover band, pianobar, dj-set, feste di via e quartiere, saggi di danza, musica e così via. Incluse le orchestre di liscio e i gruppi revival.

E, come sempre, a pagare il prezzo più alto sono gli invisibili. Anche nella musica. L’indotto, ampio e variegato, di tutte le maestranze e professionalità che concorrono a fare sì che ‘the show must go on’, per dirla con i gloriosi Queen.

Un insieme cospicuo di persone tra cui i cosiddettimusicisti-turnisti che accompagnano dal vivo i cantanti, tecnici di palco, attrezzisti, show & light designer, facchini, autisti.

E, con loro, manager e produttori con tanto di uffici, segretarie e contabili sul groppone (con il problema di dover corrispondere mensilmente stipendi e tasse), studi peritali di liberi professionisti fatti di certificatori e ingegneri strutturisti per garantire -tramite commissioni tecniche, collaudi e dichiarazioni sottoscritte di corretto montaggio- la sicurezza dei palcoscenici e i parametri fonometrici di legge di emissioni sonore, società di noleggio audio-luci e relativi trasporti(per le quali sono del tutto insufficienti le risicate ‘risorse’ previste dal Governo Conte in materia di aiuti alle Partite Iva).

Lavoratori per natura precari e temporanei, che in sei-sette mesi (da aprile-maggio e sino ai primi di ottobre nei casi migliori) producono più dell’80% del reddito con cui provvedere al fabbisogno di liquidità di un anno intero. Equiparati di fatto agli stagionali di agricoltura e turismo, con scarse senonché nulle tutele, per i quali non valgono le prerogative e i benefici di cui normalmente godono invece gli artisti.

Un cantante famoso, infatti, percepisce, nel piano di riparto del conto economico globale di una tournée, la fetta più consistente, seguito a ruota dall’agenzia di booking (cioè, di management) che programma il calendario dei concerti distribuendoli ai vari esclusivisti di zona sparsi nelle varie province. Potendo così accantonare capitale, utile per la spesa in conto corrente, ma anche per investimenti o attività extra che consentono, dati i volumi consistenti delle entrate, una buona e solvibile capacità di pianificazione finanziaria nel medio e lungo periodo.

A ciò si aggiungano anche i diritti d’autore(giuridicamente inalienabili, sono una rendita a vita), i diritti connessi (le royalties percepite sulla riproduzione fonografica meccanica su cd e vinili delle proprie canzoni -tecnicamente configurate quali ‘opere dell’ingegno’- nonché in ambito radiotelevisivo, cinematografico, sul web), le monetizzazioni dello streaming e dei propri profili social (canali YouTube su tutti).

Oltre, naturalmente, alle percentuali sugli incassi degli spettacoli a pagamento, ai contratti di sponsorizzazione e promozione di beni e servizi in qualità di testimonial per PMI e grande industria, insieme ai gettoni di presenza (per gli artisti più affermati) relativi alle ospitate televisive, o partecipazioni anche in veste di concorrenti o giurati a quiz, talent e reality-show che dir si voglia.

Lo stesso non vale, invece, per il backstage della musica. Per quel prezioso mondo del ‘dietro le quinte’ che rischia di restare, più che dietro, totalmente al margine anche di quel minimo risibile di aiuti disposti dall’articolo 89 del Decreto ‘Cura-Italia’. Il quale, in merito ai lavoratori dello spettacolo, statuisce aiuti soltanto per ‘gli artisti, interpreti ed esecutori’: a cui normalmente pensano già Siae e Nuovo Imaie, i principali enti di riferimento della categoria musicale. E, a ben vedere, la figura del cantautore assomma da sola in sé tutto il fortunato tris: scrive musica, la interpreta e la suona in pubblico, incassando costantemente da e su più fronti.

Stando ai dati di Assomusica, autorevole e primaria realtà associativa italiana che conta oltre 120 imprese produttrici di concerti, l’Italia, al pari del Canada, è tra i primi sei Paesi al mondo per i volumi d’affari legati alla musica dal vivo, toccando quota 600 milioni di euro. Cui vanno aggiunti anche gli incassi prodotti su scala nazionale da sale da ballo, orchestre di liscio, serate nei locali fra pianobar, animatori e comuni dj. Per cui, la cifra complessiva sale.

Un musicista-turnista guadagna in media dai 250 ai 400-500 euro lordi a sera, esclusi, nei casi migliori, diaria giornaliera e rimborsi spese eventuali, a seconda dei contratti di prestazione artistica in essere. Qualcosa di meglio, invece, per ilcapoband’, il coordinatore del gruppo del cantante: ma si parla forse di non più di 200 euro al massimo a serata quando si tratta di strumentisti blasonati di chiara e riconosciuta fama.

Un tour di un artista nazionalpopolare -di quelli che, abitualmente, si vedono al Festival di Sanremo ad anni alterni (un po’ come le targhe automobilistiche per strada al tempo dell’inquinamento negli anni ’90)- quando va bene,totalizza sul territorio nazionale una media di 50-60 concerti (occupando ciascuno di solito tra i 30 e i 60 addetti distribuiti tra impiegati e operativi) fra primavera e inizio autunno, producendo pro capite ricavi complessivi compresi fra i 13-15 e i 25-30 mila euro lordi.

Da cui vanno dedotte imposte e contributi previdenziali: che, se non si lavora non si versano, fatto che ricade a pioggia come un’ulteriore iattura sulle già risicate pensioni minime un domani spettanti ai lavoratori comuni dello spettacolo.

Inoltre, la drastica e repentina cancellazione in massa degli shows (che colpisce fortemente anche i circuiti di prevendite e ticketing che vivono su percentuali e provvigioni), unita all’immobilismo generale decretato dall’Esecutivo, fa sì che i musicisti non possano neanche più programmarsi ciascuno il proprio calendario, sfruttando i dayoff (i giorni liberi dai tour al fianco dei grandi della canzone) per arrotondare, reinventandosi a suonare nei locali o insegnando nelle scuole di musica.
Senza dimenticare, inoltre, il dramma degli studi di registrazione sonora, che costituiscono un altro snodo cruciale della filiera dell’indotto musicale. Per lo più piccole ditte individuali con un solo addetto (i più fortunati, invece, possono permettersi almeno un paio di collaboratori annuali stabili), che nell’incertezza generale assistono impotenti ai progressivi slittamenti a data da destinarsi- delle prenotazioni per la realizzazione dei prossimi album di artisti famosi e non. Tutte strutture che, già prima del Coronavirus, faticavano normalmente a restare aperte e a galla, ad approvvigionarsi commesse e lavoro.

Caro ‘Vecchio Frack’, forse, hai ragione tu: anche se «è giunta mezzanotte» e «si spengono i rumori», e con loro «si spegne anche l’insegna di quell’ultimo caffè», anche la musica attende fiduciosa, alla finestra del Destino, di iniziare di nuovo a scorgere, all’orizzonte, la fine di questa eterna domenica di dolore. Perché la settimana ricominci davvero: per tutti, per sempre.

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